C'è una buona notizia per chi odia gli
immigrati!
Oddio, la notizia, a dir la verità, è
tutt'altro che buona. Ma per chi ha la lungimiranza di credere che il
problema principale in Italia siano gli extracomunitari, è
senz'altro un'ottima notizia.
Gli immigrati in Italia incominciano a
diminuire.
Secondo i dati che l'ISTAT ha
pubblicato recentemente, gli ingressi di extracomunitari nel nostro
paese sono diminuiti, nel 2012, del 27,7%, rispetto al 2007.
Contemporaneamente aumenta il numero di
stranieri che se ne va via dal Bel Paese (+17,9%).
A tali dati, però, andrebbe aggiunto
un altro fenomeno, per comprendere meglio ciò che effettivamente sta
accadendo: aumentano enormemente gli italiani che espatriano, in
cerca di maggior fortuna all'estero.
Dunque, gli italiani hanno ripreso,
dopo parecchi decenni, ad emigrare alla grande.
Entrambi i fenomeni di cui sopra sono
evidenti indici di un peggioramento delle condizioni di vita nel
nostro paese.
E, tanto per avere una conferma, la
Caritas denuncia -dati alla mano- il raddoppio del numero dei poveri
assoluti in Italia dal 2007 al 2012.
Cala, inoltre, la produzione
industriale, del 6,7% nel 2012, rispetto all'anno precedente, e
addirittura del 25% rispetto al 2008 (Corriere.it).
Naturalmente aumenta anche la
disoccupazione (e il precariato; questo anche per le leggi sul
lavoro).
Manco a dirlo, assistiamo ad un vero e
proprio boom di chiusure aziendali (piccole-medie imprese, laboratori
artigianali), nonchè di esercizi commerciali.
Arrivati a questo punto, la maggior
parte degli italiani sarebbe portata "istintivamente" a
dare tutta la colpa ai soliti politici "ladri",
"magna-magna", "corrotti", ecc.
Niente di più sbagliato e fuorviante!
Anche perchè la crisi economica che
attanaglia l'Italia, la ritroviamo -con poche varianti- negli Stati
Uniti, in Giappone e in molti paesi europei (e non soltanto in
Spagna, Grecia, Portogallo, ma anche in Francia, in Gran Bretagna e
qualche accenno perfino in Germania).
Per carità, non che voglia difendere
il nostro ceto politico attuale -certo, il peggiore dal dopoguerra;
ma è anche il prodotto dell'ubriacatura anticomunista dall'89 in
poi- ma il vero problema non è la "casta politica", bensì
il CAPITALISMO.
Siamo in presenza di quella che Marx
chiamava la crisi di sovrapproduzione di capitali (e quindi di
merci), legata alla caduta tendenziale del saggio di profitto.
Senza addentrarci troppo alle questioni
economiche, il dato di fatto è che tendenzialmente tutto il mondo
capitalistico, e soprattutto tutti i paesi che nei decenni scorsi
hanno adottato politiche liberiste, è in crisi.
La crisi anni fa si fece sentire pure
in Cina (come conseguenza di quella occidentale). Ma il paese che da
noi viene superficialmente bollato come "dittatura" o
"totalitarismo", ha adottato politiche oculate di aumento
della spesa pubblica, soprattutto indirizzata verso l'aumento dei
salari -parliamo di aumenti seri e generalizzati; niente a che vedere
con la buffonata elettorale degli 80 euro di Renzi- e degli
investimenti.
Ed è riuscito, in questo modo, a far
ripartire l'economia cinese, alla grande.
Torniamo all'Italia, le politiche fin
qui adottate, ossia, quelle di contenimento del debito pubblico,
attraverso il taglio delle spese per i servizi sociali, non hanno
fatto altro che peggiorare la già profonda crisi economica, com'era
facilmente prevedibile.
In questo contesto, assistiamo da parte
del nostro esecutivo ad un lavoro, che è praticamente di sola
propaganda e immagine, coadiuvato dai vari mass-media, ormai
asserviti del tutto ai poteri forti.
L'Italia sarà obbligata nei prossimi
anni a perseguire il pareggio di bilancio e a portare avanti i
pesantissimi tagli che impone il fiscal compact.
Nonostante la retorica mass-mediatica,
nella quale si è parlato di "austerità flessibile",
Matteo Renzi, nell'incontro con il premier tedesco Angela Merkel non
è riuscito ad ottenere nulla di sostanzioso.
Per cui, aspettiamoci altri tagli e
stangate...
il primo passo per emancipare un popolo e renderlo libero non è quello di farlo votare, bensì quello di istruirlo e renderlo consapevole e cosciente
lunedì 14 luglio 2014
mercoledì 18 giugno 2014
Berlinguer, al di là del mito
Vedo
essenzialmente 3 motivi:
il
primo è che durante la sua segreteria il PCI riuscì ad ottenere il record
storico dei voti, alle elezioni politiche del 1976 (ma non il record degli
iscritti, risalente al periodo togliattiano).Il secondo motivo è che dopo di lui i comunisti e la sinistra hanno avuto come dirigenti figure assai mediocri. E’ chiaro che al confronto di personaggi quali Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Cossutta, Bertinotti, Vendola, ecc. Berlinguer appare veramente come un gigante (ma il discorso cambia se lo si paragona a Gramsci, Togliatti o a Longo, personaggi di statura, secondo me, maggiore).
Il terzo motivo è quello relativo alla questione morale, ossia, alla sua denuncia della deriva morale dei partiti, sempre più tendenti verso macchine di potere corrotte. Una denuncia importante e tempistica (oltre 10 anni prima di “Mani Pulite”), che Berlinguer avrebbe dovuto, però, ricollegarla in modo chiaro alle dinamiche del capitalismo e a come questo s’è sviluppato in Italia.
Fin
qui il mito.
Una
valutazione di Enrico Berlinguer più “concreta” richiede ben altre
considerazioni (che, certo, in un articolo breve come questo non possono che
essere trattate in modo schematico e semplicistico).
Intanto
ci sarebbe da dire che una figura come Berlinguer deve essere necessariamente
considerata sotto diversi aspetti: sotto l’aspetto morale, politico e
ideologico.
Per
l’aspetto morale va detto che sulla rettitudine di Berlinguer non ci piove. Un
personaggio di un’onestà, una correttezza, una serietà oggi quasi inimmaginabili
(Beppe Grillo, il grande “fustigatore di costumi” dei tempi nostri non possiede neanche
un millesimo della serietà che aveva il segretario del PCI; ma lo stesso
discorso vale anche per Renzi).
Indubbiamente
Enrico Berlinguer è stato anche una grandissima mente politica. Una persona
dotata di notevole intuito e anche non poco coraggiosa.
Intuì
in anticipo la crisi a cui stavano andando incontro l’URSS e i paesi del Patto
di Varsavia. Riuscì ad essere fortemente innovativo e a tentare strade nuove
-magari non sempre azzeccatissime- in modo coraggioso e senza cullarsi
nell’esistente.
Sulle
enormi qualità di Berlinguer si potrebbe ancora parlare a lungo.
Ma
una valutazione che tenga conto di tutti gli aspetti non può non tenere presente
anche i limiti e gli errori commessi dal comunista sardo.
Il
più forte limite di Berlinguer era –a mio avviso- di tipo teorico-ideologico
(un aspetto, quest’ultimo, in genere sottovalutato, ma molto più “concreto” di
quanto comunemente si immagini).
L’allora
segretario del PCI aveva –per quanto si possa cogliere- una visione troppo
incentrata sugli aspetti strettamente politici, mettendo in secondo piano le
dinamiche sociali e di classe.
Ciò
emerge intanto dal TIPO di critica che egli esercitò nei confronti dell’Unione
Sovietica. Intendiamoci: di motivi per criticare l'URSS ce n'erano a bizzeffe, solo che invece di tentare di mettere in luce –da buon marxista- le
contraddizioni socio-economiche di quel paese, si limitò a denunciarne il
carattere autoritario e antidemocratico.
Ma
ancora di più si nota nella sua concezione del Compromesso Storico, visto essenzialmente
come un accordo politico. Berlinguer probabilmente riteneva che una volta
ottenuto il consenso dell’allora segretario della Democrazia Cristiana (Aldo
Moro) e del Presidente degli Stati Uniti (Jimmy Carter) il grosso era fatto.
Purtroppo i fatti successivi (uccisione di Aldo Moro, Preambolo della DC) hanno
brutalmente dimostrato che non era così. E che il vero potere –in una società
capitalistica- è lungi dall’identificarsi col potere politico formale (come non
si stancava di ripetere Marx).
Connessa
al tentativo di realizzare il Compromesso Storico è la nota decisione di
accettare “l’ombrello della NATO”. Decisione secondo me discutibile: la NATO
era ed è tutt’altro che un “ombrello”, bensì una macchina da guerra. E infatti,
il PCI ha accettato la NATO, ma la NATO per tutta risposta ha continuato a non
accettare il PCI.
Ma
la domanda più grande che mi pongo è un’altra: premesso che l’accettazione
della NATO da parte di Berlinguer era subordinata alla realizzazione del
Compromesso storico, per quale motivo, una volta divenuto fin troppo esplicito
il rifiuto di questo da parte della DC (e degli USA), il PCI non ha pensato di
rivedere tale accettazione? Forse la decisione di accettare la NATO non era di
natura tattica ma strategica?
Certo,
tali questioni sono da vedere nel quadro delle relazioni internazionali, in cui
il PCI aveva rotto con i paesi del patto di Varsavia (URSS in testa) e in cui
si rivelò un fallimento l’effimera esperienza dell’Eurocomunismo, per cui il
partito rischiava di ritrovarsi isolato.Ma allora esistevano anche i paesi non allineati. Possibile che l’unico orizzonte fosse solo l’Occidente e i relativi partiti socialdemocratici?
Un’altra
questione riguarda il rapporto tra il PCI e i movimenti giovanili del 68 e
dintorni. Enrico Berlinguer, a differenza di Longo (il quale, però ebbe
problemi di salute e non poté seguire bene gli eventi) rimase sempre restìo ad
instaurare buoni rapporti col movimento del ’68. Perché?
Un
rapporto proficuo con quei movimenti avrebbe da una parte arricchito il PCI e
dall’altra avrebbe evitato, almeno in parte, il prodursi di certe fratture e le
relative derive estremistiche, emerse soprattutto nella seconda metà degli anni
settanta.
A giustificazione dell'operato di Berlinguer c’è tuttavia da considerare che la
situazione politica italiana soffriva in quegli anni di un vero e proprio
blocco: la Guerra Fredda e la condizione di sovranità limitata in cui versava –di
fatto- il Bel Paese, impedivano al PCI di andare al governo, anche se avesse
preso la maggioranza dei voti (gli americani erano già pronti a fare un colpo
di Stato nell’eventualità).
Berlinguer
fece un tentativo, molto coraggioso –egli rischiò anche la pelle- di sbloccare
tale situazione. E non potendo fare troppe forzature, tentò una strada
“morbida” e conciliante.Ma non gli riuscì: il capitalismo e la borghesia sono per loro natura rapaci e poco disposti a conciliare.
martedì 10 giugno 2014
l'enorme differenza tra essere informati, e avere una coscienza politica
Partiamo
da un presupposto del tutto irrealistico: supponiamo, per assurdo, che tutte le
informazioni che ci giungono dai mass-media o dalle varie forze politiche siano
attendibili ed imparziali.
E diamo per buono che….no, vabbè, può bastare.
Ecco un esempio lampante di come a volte il bombardamento di notizie possa servire a ben poco, se poi non si sa come interpretarle. E se ciò può accadere e accade tra due conviventi, figuriamoci tra i cittadini e i personaggi politici (o i partiti)!
La vera e propria coscienza politica si ha nel momento in cui una persona diventa consapevole di far parte di un determinato settore sociale e di quali interessi questo settore esprime. A livello più generale, è la consapevolezza di far parte di una determinata classe sociale.
Quindi,
diamo per buono che tutti i paesi che gli Stati Uniti intendono attaccare
(spingendoci a farlo anche noi) siano, guarda caso, tutti governati da feroci
dittatori (o, come si dice, dei “novelli Hitler”). Diamo per buono che in
Italia tutto funzionerebbe ottimamente, se non ci fossero gli unici problemi del
paese, ossia, il debito pubblico, gli immigrati, l’eccessivo statalismo, il
costo del lavoro troppo alto e poco flessibile, l’INPS sempre in rosso… E diamo
per buono che tutti gli esponenti della forza politica XY siano bravi e onesti,
mentre tutti gli altri siano inevitabilmente ladri, corrotti, quando non
mafiosi.
Diamo,
ancora, per buono che il Papa, il clero cattolico e tutti i militanti delle
relative associazioni siano tutte persone squisite, sempre sorridenti,
generose, umili, piene di amore verso il prossimo (banchieri dello IOR e preti
pedofili compresi, naturalmente) e che si prodigano tutti i santi (è il caso di
dirlo) giorni per aiutare i poveri e i bisognosi, mentre chi crede in altre
confessioni lo sia molto di meno, e in modo particolare i musulmani, i quali,
viceversa, sono brutti, prepotenti, rozzi, antipatici, violenti, mezzi
terroristi, invasati di odio e la cui unica ossessione è quella di costringere
noi occidentali a convertirci all’islam, o in alternativa ad ucciderci senza
pietà.E diamo per buono che….no, vabbè, può bastare.
Nella
società moderna siamo letteralmente bombardati da centinaia, se non migliaia,
di notizie: dall’ultimo flirt dell’attrice x, alla colazione del principe y, al
neonato figlio del calciatore z, all’attentato terroristico nel Bahrein.
In
teoria dovremmo avere tutti, a causa di ciò, un elevatissimo livello di
consapevolezza sulla nostra società, sul mondo in cui viviamo, il che dovrebbe
tradursi in una buona coscienza politica diffusa (palesata dal crescente astensionismo
elettorale).
Ironia
a parte, per ottenere un livello di coscienza politica adeguata il problema non
è la quantità delle informazioni, ma IL MODO COME VENGONO ORDINATE ED
INTERPRETATE.
Il
primissimo passaggio per interpretare le notizie è quello, intanto, di
ordinarle per importanza. Potrebbe sembrare una banale questione di buon senso,
ma molto spesso non è così. Anzi, a volte serve un elevato livello di
professionalità e di esperienza in un campo per distinguere un’informazione
significativa, da un’altra che appare tale, ma non lo è.
Un
secondo passaggio importante è quello di capire qual è la fonte delle notizie
(sarebbe anche da verificarne l’attendibilità, ma ovviamente non è un lavoro
alla portata di tutti; ma già tenere ben presente la fonte, può essere intanto
un passaggio utile).
Dopodiché
si passa alla decifrazione vera e propria. Ottenere migliaia e migliaia di
notizie, se poi non sappiamo come interpretarle, serve a ben poco, o potrebbe
essere addirittura fuorviante.
Mi
viene in mente un esempio un po’ estremo (ma tutt’altro che infrequente!): due
persone che abitano nella stessa casa, o nella stessa camera (mettiamo marito e
moglie), i quali, dopo anni ed anni di frequentazione quotidiana –dalla quale
hanno potuto trarne miriadi di informazioni sull’altra persona- scoprono alla
fine di non conoscersi affatto e di essersi fatti un’opinione assai distorta
dell’altra persona.Ecco un esempio lampante di come a volte il bombardamento di notizie possa servire a ben poco, se poi non si sa come interpretarle. E se ciò può accadere e accade tra due conviventi, figuriamoci tra i cittadini e i personaggi politici (o i partiti)!
Le
dinamiche sociali –e, di conseguenza quelle politiche- presentano un tale
livello di complessità e di articolazione, che è estremamente difficile farsi
un’opinione adeguata su una determinata politica, sulla base di semplici
informazioni (anche supponendo che queste siano attendibili).
Una
comprensione un minimo adeguata –e, quindi, un principio di coscienza politica-
può darsi soltanto sulla base di una VISIONE COMPLESSIVA della società, quella
che comunemente chiamiamo “ideologia”.La vera e propria coscienza politica si ha nel momento in cui una persona diventa consapevole di far parte di un determinato settore sociale e di quali interessi questo settore esprime. A livello più generale, è la consapevolezza di far parte di una determinata classe sociale.
Non
è certo col “bombardamento” di notizie sulla disonestà dei politici, che si
crea una coscienza politica. Con tale metodo l’unico risultato è provocare
indignazione, rancore, ma anche pregiudizi, e infine sfiducia. Oppure, la
disponibilità da parte di numerose persone a seguire ciecamente qualunque
leader carismatico che APPAIA più onesto o comunque migliore degli altri (che
poi lo sia veramente è tutto da dimostrare).
Quando
Marx, Lenin e Gramsci hanno elaborato le loro concezioni teoriche miravano
proprio a realizzare una coscienza politica e di classe ai lavoratori, ai ceti
popolari. Anche loro avrebbero potuto rivelare numerose notizie circa i
politici disonesti, ma si sono ben guardati da simili banalità “grilline”: il
loro obbiettivo era molto più nobile.
Un’ultima
osservazione: stiamo molto attenti alle miriadi di “notizie” che circolano sul
web, spesso con filmati dubbi. Molte di esse sono bufale e purtroppo il
comportamento diffuso in tante persone è quello di condividere in modo
meccanico tali “scoop”, senza domandarsi quanto ci possa essere di vero.
giovedì 29 maggio 2014
alcune considerazioni sui risultati delle elezioni
Forse
la sto prendendo un po’ troppo “larga”, ma parlare di Europa senza prima
inquadrare il continente all’interno delle recenti dinamiche mondiali è
limitante.
La tendenza mondiale –molto sinteticamente- è la seguente: negli ultimi anni stanno sempre più emergendo i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a livello economico, ma sempre più anche politico.
Gli Stati Uniti si trovano in grave difficoltà di fronte a tale ascesa e tentano quantomeno di legare a sé il più possibile i paesi europei, staccandoli soprattutto dalle relazioni con la Russia. Contro la quale gli USA stanno praticando una politica decisamente aggressiva, anche se in modo (neanche tanto) indiretto (vedi Libia, Siria e soprattutto Ucraina). Agli americani conviene, agli europei decisamente meno, dato che un deterioramento serio dei rapporti con la Russia, avrebbe ripercussioni economiche gravi per i paesi dell’UE (Italia compresa), già alle prese con una pesante crisi economica.
L’unico paese che ne sta uscendo economicamente bene è la Germania, e proprio grazie all’euro e alle politiche di cui sopra (fiscal compact). In pratica, sta facendo pagare la sua floridità ai paesi deboli (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.).
Curiosamente l’unico paese dove le forze centriste e filo-UE tengono è, guarda caso, la Germania, ossia, l’unico paese che dall’introduzione della moneta comune ci ha guadagnato. Ma persino lì l’euroscetticismo è in leggera crescita (sull’Italia ritornerò più avanti).
Per il resto avanzano in modo notevole i partiti in diversi modi critici verso l’UE e verso l’euro.
Infatti il GUE/NGL passa da 35 a 49 deputati.
Poi, contrariamente alle previsioni (anche mie), il M5S non ha sfondato. Ma il 20% rappresenta comunque un risultato notevole per una forza politica relativamente giovane (Beppe Grillo a parte) e che gestisce poco potere.
Non mi dilungo sui limiti di tale “movimento”, dato che ne ho già ampiamente trattato. Mi limito ad osservare che nella Parma di Pizzarotti il M5S ha ottenuto un risultato in linea con l’Emilia Romagna e con quello nazionale, segno che Pizzarotti non ha entusiasmato granché e che un conto è opporsi, urlare e criticare, un altro è governare.
Il fatto è che Renzi è arrivato da pochi mesi e difficilmente l’elettorato è in grado di dare un giudizio adeguato. Finora l’indubbio consenso dell’ex sindaco di Firenze è stato dovuto soprattutto ad aspetti esteriori e propagandistici (giovane, dinamico, apparentemente estraneo al vecchio apparato, senza contare la faccenda degli 80 euro).
Inoltre i voti del PCI di allora rappresentavano in toto un popolo progressista, mentre quelli del PD (che indubbiamente ha preso voti dal PdL e soprattutto da Scelta Civica) sono in gran parte voti conservatori.
Ho sentito non poche critiche “da sinistra” rispetto ai risultati di tale lista. Critiche nelle quali si sottolinea la perdita di quasi la metà dei voti in termini assoluti, rispetto al risultato della Federazione della Sinistra e di Sel del 2009 messe assieme.
Un tale paragone è, a mio avviso, improponibile e fuorviante. Primo, perché la FdS nel frattempo è stata distrutta, causando l’ennesima emorragia di voti, chiaramente visibile nei risultati di Rivoluzione Civile dello scorso anno. A ciò si aggiunge il fatto che il PdCI è rimasto sostanzialmente estraneo a tale lista. Secondo, perché la stessa Sel era divisa e tutto lascia pensare che una parte di essa abbia boicottato la Lista Tsipras.
Insomma, tenuto conto che numerosi comunisti e persone di sinistra hanno preferito non votarla, la Lista Tsipras ha ottenuto un risultato discreto e che in questa difficilissima fase rappresenta una boccata d’ossigeno.
La tendenza mondiale –molto sinteticamente- è la seguente: negli ultimi anni stanno sempre più emergendo i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a livello economico, ma sempre più anche politico.
Gli Stati Uniti si trovano in grave difficoltà di fronte a tale ascesa e tentano quantomeno di legare a sé il più possibile i paesi europei, staccandoli soprattutto dalle relazioni con la Russia. Contro la quale gli USA stanno praticando una politica decisamente aggressiva, anche se in modo (neanche tanto) indiretto (vedi Libia, Siria e soprattutto Ucraina). Agli americani conviene, agli europei decisamente meno, dato che un deterioramento serio dei rapporti con la Russia, avrebbe ripercussioni economiche gravi per i paesi dell’UE (Italia compresa), già alle prese con una pesante crisi economica.
L’Europa,
infatti, si trova, per la prima volta da secoli, in una fase di declino
economico, politico, culturale e morale.
La
crisi economica è da attribuire al meccanismo di funzionamento del capitalismo
(vedi Marx). Il problema è che le scelte dell’Unione Europea –e in modo
particolare dei paesi che hanno aderito all’euro- sono le peggiori che possano
essere fatte in un contesto di crisi: riduzione del debito pubblico, attraverso
pesanti tagli al salario, alle pensioni, alla sanità, ecc. (che naturalmente
vanno ad incidere soprattutto, se non esclusivamente, sui lavoratori e sui ceti
popolari). Così la crisi si alimenta e si aggrava come un circolo vizioso.L’unico paese che ne sta uscendo economicamente bene è la Germania, e proprio grazie all’euro e alle politiche di cui sopra (fiscal compact). In pratica, sta facendo pagare la sua floridità ai paesi deboli (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.).
Detto
ciò, il comportamento elettorale degli europei riflette nel complesso tale
stato di crisi e di decadenza. Comportamento che si esprime in modi diversi e
contraddittori: dalla sfiducia (astensionismo, che a livello europeo non è
aumentato, ma rimane elevatissimo), alla contrarietà, o quantomeno allo
scetticismo nei confronti dell’Europa, da intendersi non come rifiuto
dell’Europa unita in sé, quanto come rigetto delle politiche economiche
dominanti nel continente.
Il
dissenso (o euroscetticismo) è in netta crescita dappertutto.Curiosamente l’unico paese dove le forze centriste e filo-UE tengono è, guarda caso, la Germania, ossia, l’unico paese che dall’introduzione della moneta comune ci ha guadagnato. Ma persino lì l’euroscetticismo è in leggera crescita (sull’Italia ritornerò più avanti).
Per il resto avanzano in modo notevole i partiti in diversi modi critici verso l’UE e verso l’euro.
Il
cosiddetto “euroscetticismo” (termine ovviamente riduttivo) presenta
–semplificando- due facce: quella di destra, che magari parte da un
atteggiamento critico anche legittimo, ma che sfocia sostanzialmente ad una
reazione di tipo nazional-egoista (stile: pensiamo a salvarci noi, degli altri
poco ci importa). Il successo di questa opzione è particolarmente netto in
Francia, in Gran Bretagna, in Austria e anche altrove.
E
poi c’è la crescita delle forze di sinistra (cosiddetta “radicale”; ossia,
quella che difende i ceti popolari e non il capitale finanziario). Crescita
molto consistente in Grecia (dove Syriza è addirittura il primo partito), in
Portogallo, in Spagna e in Irlanda –i paesi più colpiti dalle misure di
austerità imposte dall’Europa- ma anche nell’insospettabile Belgio, nella
Repubblica Ceca e altrove.Infatti il GUE/NGL passa da 35 a 49 deputati.
E
veniamo all’Italia. Chi ha vinto?
Sicuramente
l’astensionismo. Ossia, la sfiducia, la rassegnazione. Che implica, nella
maggior parte dei casi, un’insoddisfazione di fondo.Poi, contrariamente alle previsioni (anche mie), il M5S non ha sfondato. Ma il 20% rappresenta comunque un risultato notevole per una forza politica relativamente giovane (Beppe Grillo a parte) e che gestisce poco potere.
Non mi dilungo sui limiti di tale “movimento”, dato che ne ho già ampiamente trattato. Mi limito ad osservare che nella Parma di Pizzarotti il M5S ha ottenuto un risultato in linea con l’Emilia Romagna e con quello nazionale, segno che Pizzarotti non ha entusiasmato granché e che un conto è opporsi, urlare e criticare, un altro è governare.
Il
40% del PD di Renzi può essere considerato un risultato storico?
Direi
proprio di no. In termini assoluti il PCI (e taccio sulla DC) riuscì ad ottenere nelle politiche
del 1976 un milione e mezzo di votanti in più, laddove gli elettori erano 40
milioni, invece dei 49 milioni di oggi. Cioè, calcolando il consenso reale
-ossia, sul totale degli elettori- quello del PCI del 1976 era del 31,2%,
mentre quello del PD di Renzi è del 22,7%, quasi 10 punti in meno. A ciò
andrebbe aggiunto il fatto che almeno ¾ di quei voti erano stabili, ossia il
cosiddetto “zoccolo duro”. Quanti dei voti ottenuti dal PD di oggi si possono
considerare tali?Il fatto è che Renzi è arrivato da pochi mesi e difficilmente l’elettorato è in grado di dare un giudizio adeguato. Finora l’indubbio consenso dell’ex sindaco di Firenze è stato dovuto soprattutto ad aspetti esteriori e propagandistici (giovane, dinamico, apparentemente estraneo al vecchio apparato, senza contare la faccenda degli 80 euro).
Inoltre i voti del PCI di allora rappresentavano in toto un popolo progressista, mentre quelli del PD (che indubbiamente ha preso voti dal PdL e soprattutto da Scelta Civica) sono in gran parte voti conservatori.
La
Lista Tsipras.
Personalmente,
tenendo conto il contesto difficilissimo per la sinistra alternativa, sono
soddisfatto del 4,03%.Ho sentito non poche critiche “da sinistra” rispetto ai risultati di tale lista. Critiche nelle quali si sottolinea la perdita di quasi la metà dei voti in termini assoluti, rispetto al risultato della Federazione della Sinistra e di Sel del 2009 messe assieme.
Un tale paragone è, a mio avviso, improponibile e fuorviante. Primo, perché la FdS nel frattempo è stata distrutta, causando l’ennesima emorragia di voti, chiaramente visibile nei risultati di Rivoluzione Civile dello scorso anno. A ciò si aggiunge il fatto che il PdCI è rimasto sostanzialmente estraneo a tale lista. Secondo, perché la stessa Sel era divisa e tutto lascia pensare che una parte di essa abbia boicottato la Lista Tsipras.
Insomma, tenuto conto che numerosi comunisti e persone di sinistra hanno preferito non votarla, la Lista Tsipras ha ottenuto un risultato discreto e che in questa difficilissima fase rappresenta una boccata d’ossigeno.
domenica 18 maggio 2014
Perchè voterò la Lista Tsipras
Il
25 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Prima di effettuare una scelta vanno fatte alcune considerazioni su che tipo di Europa vogliamo, soprattutto alla luce delle recenti politiche di tagli e di austerità.
Parlamento Europeo, infatti, significa quantomeno enorme visibilità.
In Italia sono grosso modo 4: la Lista Tsipras, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e la Lega Nord.
Il M5S si dichiara anch’esso contro le politiche europee dell’austerity e il suo programma (7 punti) è molto buono, anche se stranamente quasi identico a quelli di Rifondazione e del PdCI. Ma, al di là dei soliti proclami “rivoluzionari”, la sua strategia concreta non è affatto chiara: con quale gruppo si schiereranno in Europa? Presumibilmente con nessuno, e quindi staranno da soli. Ma se in Italia con cento e passa deputati non sono –a distanza di oltre un anno- ancora riusciti a stravolgere granché, che cosa potranno fare in Europa, con una ventina di deputati?
Di concreto praticamente nulla. Faranno le loro solite azioni teatrali (aspettiamoci diversi “show”; sono la loro specialità), ma ci sarà qualche altro europeo disposto a prenderli sul serio?
Ma la Lista Tsipras rimane anche l’unica in cui ci sono dei buoni candidati, che andranno sicuramente nel GUE (essenzialmente quelli di Rifondazione Comunista). E sono proprio questi quelli che secondo me, vanno votati.
Prima di effettuare una scelta vanno fatte alcune considerazioni su che tipo di Europa vogliamo, soprattutto alla luce delle recenti politiche di tagli e di austerità.
Il
giudizio da dare, non tanto all’Unione Europea, quanto alla zona euro (le due
cose non coincidono, e infatti, come è noto, ci sono paesi aderenti all’Unione
Europea, i quali hanno tuttavia mantenuto la loro valuta) è sicuramente
negativo.
Le
politiche di massacro sociale (austerity) che la Banca Centrale Europea (BCE)
sta imponendo ai paesi più deboli sono precisamente una conseguenza di come è
stata impostata la valuta comune, oltre che del fiscal compact (obbligo di
dimezzamento del debito pubblico). L’euro è stato concepito per dare i massimi
profitti alle banche (che si stanno arricchendo enormemente in questi anni) e
alle multinazionali, mentre si rivela, invece, un vero e proprio grimaldello per attaccare i
salari e scardinare tutto il sistema di protezione sociale, dalla sanità, alla
scuola pubblica, alle pensioni, ecc.
La
miseria che sta ritornando alla grande soprattutto in Grecia, ma sempre più
anche in Italia e in altri paesi è una precisa conseguenza delle politiche
economiche europee e di come è stato impostato l’euro.
Va
da sé che una scelta saggia NON può essere indirizzata verso quei partiti che
fanno capo alle forze europee che più convintamente appoggiano tali politiche
nefaste, dunque il Partito Popolare Europeo (PPE) e il Partito Socialista
Europeo (PSE).
Un’altra
questione sicuramente da tenere presente è quella dell’Ucraina, sulla quale non
mi soffermo, avendone già trattato nel mio precedente articolo.
Per
quanto riguarda le elezioni per il Parlamento Europeo, andrebbe fatto anche un
ragionamento sul ruolo di tale parlamento. Un ruolo purtroppo secondario: le
decisioni più importanti sulle politiche economiche vengono prese dalla Commissione
Europea e dalla BCE, i quali NON vengono eletti dai cittadini (tanto perché viviamo nell'Occidente 'democratico').
Ma,
ciononostante votare per il Parlamento Europeo ha la sua importanza,
specialmente se si intende portare avanti una battaglia per mettere in
discussione le politiche liberiste e dell’austerity, oggi dominanti e che tanti
danni stanno facendo.Parlamento Europeo, infatti, significa quantomeno enorme visibilità.
Ora
la questione è: per chi votare?
Beh,
va da sé che –per chi condivide gli argomenti di cui sopra- occorre votare una
di quelle liste che si battono contro le attuali politiche europee.In Italia sono grosso modo 4: la Lista Tsipras, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e la Lega Nord.
Ora,
Fratelli d’Italia, per quanto critichi giustamente le politiche europee, che
favoriscono la Germania a danno di altri paesi, mi pare, però, che non riesca
ad andare al di là della riproposizione di un generico nazionalismo, senza
affrontare alcuni problemi economici e politici di fondo. Discorso simile va
fatto per la Lega, molto incentrata sulla difesa territoriale e sostanzialmente
basta.
Entrambe
le formazioni, poi, ripropongono per l’ennesima volta la solita guerra tra
poveri contro gli immigrati, la quale non può che favorire i ceti ricchi e
parassitari, a danno di quelli popolari (autoctoni compresi).Il M5S si dichiara anch’esso contro le politiche europee dell’austerity e il suo programma (7 punti) è molto buono, anche se stranamente quasi identico a quelli di Rifondazione e del PdCI. Ma, al di là dei soliti proclami “rivoluzionari”, la sua strategia concreta non è affatto chiara: con quale gruppo si schiereranno in Europa? Presumibilmente con nessuno, e quindi staranno da soli. Ma se in Italia con cento e passa deputati non sono –a distanza di oltre un anno- ancora riusciti a stravolgere granché, che cosa potranno fare in Europa, con una ventina di deputati?
Di concreto praticamente nulla. Faranno le loro solite azioni teatrali (aspettiamoci diversi “show”; sono la loro specialità), ma ci sarà qualche altro europeo disposto a prenderli sul serio?
Rimane
la Lista Tsipras.
La
quale, lo dico francamente, NON mi entusiasma. Intanto perché è troppo
eterogenea. E troppa eterogeneità non va bene, soprattutto quando ci sono
questioni cruciali, come le politiche europee che stanno massacrando i diritti
dei popoli, e sulle quali andrebbe presa una posizione netta (purtroppo non
tutti i candidati della lista andranno nel gruppo del GUE/NGL, qualcuno andrà
nel PSE).Ma la Lista Tsipras rimane anche l’unica in cui ci sono dei buoni candidati, che andranno sicuramente nel GUE (essenzialmente quelli di Rifondazione Comunista). E sono proprio questi quelli che secondo me, vanno votati.
mercoledì 7 maggio 2014
In Ucraina si rasenta il genocidio. E l'Occidente guarda compiaciuto...
L’intervento
militare repressivo del governo golpista ucraino contro la popolazione ribelle
si sta rivelando un brutale massacro. Centinaia di civili, in gran parte
disarmati, sono stati uccisi dall’esercito, coadiuvato da bande di neo-nazisti
dichiarati.
L’atto
più grave (almeno sinora) è sicuramente quello accaduto a Odessa: bande di
nazisti, armate di tutto punto, sono arrivate nella città da fuori e hanno
terrorizzato la popolazione.Decine di persone disarmate hanno cercato di trovare rifugio nella locale sede sindacale, ma il gruppo paramilitare di estrema destra “Pravy Sektor” è arrivato a dar fuoco all’edificio, con la gente dentro. Molti sono morti carbonizzati e altri buttandosi giù disperatamente dalle finestre. Chi riusciva a scappare dall’edificio veniva poi selvaggiamente picchiato e bastonato dalle bande criminali.
Il
problema è che queste bande criminali di estrema destra –che, neanche a dirlo, la stanno
passando liscia- sono appoggiate dalla stessa giunta golpista. La quale è a sua
volta appoggiata dagli Stati Uniti, in funzione anti-russa.
Anche
i paesi europei, contrariamente ai loro interessi, appoggiano tale governo.
Perché?Semplice: per suddittanza nei confronti della loro madrepatria, cioè, gli Stati Uniti.
Il
colpo di Stato ucraino, appoggiato in vari modi dall’Occidente (esponenti dei
governi europei e statunitensi, tra cui il senatore Mc Cain, si sono ripetutamente recati in Piazza Maidan ad
incitare alla rivolta; un’intromissione senza precedenti) non è avvenuto per
caso: è, almeno in parte, la conseguenza del fallito tentativo di scalzare il
governo di Assad in Siria. Fallimento dovuto –lo ricordiamo- proprio al fatto
che la Russia si era opposta ad un intervento militare della NATO nel paese
mediorientale.
Ma
ovviamente non è solo una questione di vendetta: c’è, intanto, anche un
interesse geo-strategico.
L’obbiettivo
è quello di far diventare l’Ucraina un paese della NATO -e quindi direttamente
controllato dagli USA- per poter così subito installare i missili nucleari a
poche centinaia di chilometri da Mosca.
Ma
c’è un’altra questione ancora più importante (e collegata alle precedenti): il
gas russo.
Non
so quanti di voi hanno chiaro in che misura l’Europa sia energeticamente
dipendente dal gas russo. E ciò non può che costituire una spina nel fianco
degli americani, che ovviamente vorrebbero portare gli Stati europei ad una
condizione di dipendenza totale da essa.Quindi scopo degli americani è quello di sganciare l’Europa dalla Russia e renderla completamente suddita.
Ciò comporterà per noi dei problemi immensi: se la Russia dovesse “chiudere i rubinetti” aspettiamoci, nei prossimi anni, fortissimi aumenti dei prezzi di qualsiasi genere. Inoltre dovremo probabilmente accollarci le spese per il rifornimento del gas in Ucraina (dato che lo Stato ucraino è sull’orlo della bancarotta e se continua a non pagare Mosca gli chiude i rubinetti).
E
c’è un’altra questione ancora, anch’essa strettamente connessa alle altre.
Il
contesto economico mondiale attuale vede la Cina prossima a diventare la prima
economia mondiale, scalzando gli Stati Uniti, i quali detenevano tale primato
dal 1872 (lo sostiene il Financial Times). A ciò va aggiunto che il gigante asiatico
detiene gran parte del debito americano.A livello economico (ma anche politico) la Cina sta stringendo rapporti sempre più stretti con molti paesi, e in modo particolare con i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Uno degli obbiettivi su cui stanno lavorando questi paesi è quello di scalzare il dollaro come moneta mondiale e sostituirlo con un paniere di monete di diverse nazioni.
Inutile aggiungere come tale prospettiva sia fumo negli occhi degli Stati Uniti, che perderebbero enormi privilegi economici che oggi derivano proprio dalla natura di moneta mondiale del dollaro.
Tutto
ciò sta dietro le brutali violenze in Ucraina. E’ un peccato che la nostra
(dis) informazione sia totalmente asservita agli interessi forti e in ultima
analisi agli USA e che, anche per questo motivo, in Italia (e in tutta Europa)
non si stia sviluppando un movimento per la pace proprio ora che ce ne sarebbe
più bisogno.
E’
difficile, infatti, prevedere il corso dei futuri eventi. Ma, certo, l’Ucraina
non è lontana come l’Afghanistan o l’Iraq. Fa parte dell’Europa. E le tensioni, si sa,
ci mettono poco ad allargarsi.
giovedì 24 aprile 2014
In Italia è sempre più politica-bluff
La
carriera politica di Matteo Renzi è stata costellata da una serie di
dichiarazioni, diciamo così, “spettacolari”, scenografiche, puntando spesso
sull’esagerazione. Insomma, chiamiamole pure “sparate”.
Ad esempio quella sulla “rottamazione”. Ma ce ne sono state ben altre.
Ma durante i decenni dal 1945 al ’90 la politica italiana, o almeno quella visibile al grande pubblico, aveva un minimo di serietà. La demagogia, le dichiarazioni altisonanti, roboanti, i bluff erano un fenomeno assai più contenuto di quello che sono oggi.
Con i suoi slogan quali “un milione di posti di lavoro” (ricordate?), “meno tasse per tutti”, e tanti altri che nemmeno ricordo, si può dire che ha fatto scuola.
Renzi parla di dare un bonus di 80 Euro sulla busta-paga. Forse sarà proprio così. Eppure questa cosa puzza un po’ di bluff.
Sorgono infatti almeno 2 questioni: la prima è che un’enorme percentuale di lavoratori (soprattutto giovani) non hanno un contratto stabile e spesso lavorano saltuariamente. Saranno beneficiati anch’essi dal bonus? E come la mettiamo con i disoccupati (e i pensionati, i quali oggi spesso mantengono figli e nipoti)?
La seconda questione è che questi soldi in più dovranno arrivare da qualche parte.
Ora, dal momento che in Italia nessuno si azzarda a voler racimolare i soldi laddove ce ne sono e in grande abbondanza (grandi patrimoni, rendite, capitale finanziario, ecc), dove prenderà Renzi queste risorse? Probabilmente ci saranno dei tagli “nascosti” a servizi come la sanità, la scuola, ecc.
Anche perché (altro bluff) la dichiarazione che l’Italia ridurrà le spese per l’acquisto degli F35 sembra decaduta dopo che il nostro padrone (cioè, il Presidente degli Stati Uniti) è venuto a far visita alla sua colon…ehm…in Italia qualche settimana fa.
Ma già emergono le prime crepe: ogni tanto qualche deputato o consigliere entra in contrasto col capo, e persino l’unico sindaco pentastellato di una città di medie dimensioni (Pizzarotti a Parma) sta deludendo le aspettative degli stessi “grillini” (doveva chiudere l’inceneritore e non l’ha fatto).
Ad esempio quella sulla “rottamazione”. Ma ce ne sono state ben altre.
Verrebbe
da rimpiangere la Prima Repubblica.
Non
che anche allora non ci fossero una serie di storture (e anche qualche
“sparata” di troppo): basti pensare che è stata gestita soprattutto dalla
Democrazia Cristiana!Ma durante i decenni dal 1945 al ’90 la politica italiana, o almeno quella visibile al grande pubblico, aveva un minimo di serietà. La demagogia, le dichiarazioni altisonanti, roboanti, i bluff erano un fenomeno assai più contenuto di quello che sono oggi.
A
partire dagli anni ’90 in Italia si è avuta una vera e propria esplosione della
politica-spettacolo.
E
abbiamo avuto un grandissimo maestro in ciò: Silvio Berlusconi.Con i suoi slogan quali “un milione di posti di lavoro” (ricordate?), “meno tasse per tutti”, e tanti altri che nemmeno ricordo, si può dire che ha fatto scuola.
D’altronde
l’Italia –che rimane pur sempre una semi-colonia degli USA- non poteva rimanere
immune dalle cattive abitudini d’oltreoceano.
Lì
abbiamo avuto le “guerre stellari” di Reagan (un parziale bluff, almeno per
come era stato presentato il progetto). Poi la “lotta al terrorismo”,
soprattutto con Bush junior. Grandissimo bluff, dato che gli Stati Uniti
–attraverso la CIA- hanno e mantengono fortissimi legami con quasi tutti i più
grandi e pericolosi gruppi terroristici mondiali (Al Qaeda compreso), non di
rado finanziandoli, appoggiandoli e utilizzandoli per i loro scopi
imperialistici (vedi gli estremisti islamici in Libia e Siria o i nazifascisti
in Ucraina, con la benedizione dell’Europa, o gruppi terroristi contro Cuba e i
paesi dell’America Latina che si vogliono emancipare dal dominio USA).
Anche
Obama in quanto a bluff non è stato da meno.
Basti
pensare che i 10 punti programmatici che aveva sbandierato durante la campagna
elettorale del 2008 (quella che lo ha visto vincere la prima volta) sono poi
rimasti tutti lettera morta una volta che si è insediato alla Casa Bianca (la
stessa “riforma sanitaria” in realtà si è tradotta sostanzialmente in
un’elargizione economica alle grandi compagnie assicurative, affinché
assistessero anche la fascia più debole della popolazione; cosa ben diversa da
una “riforma sanitaria”).
Ma
torniamo in Italia.
Se
Berlusconi ha imperversato per anni e anni con la sua politica-show (e bluff),
ora è la volta del Partito Democratico.Renzi parla di dare un bonus di 80 Euro sulla busta-paga. Forse sarà proprio così. Eppure questa cosa puzza un po’ di bluff.
Sorgono infatti almeno 2 questioni: la prima è che un’enorme percentuale di lavoratori (soprattutto giovani) non hanno un contratto stabile e spesso lavorano saltuariamente. Saranno beneficiati anch’essi dal bonus? E come la mettiamo con i disoccupati (e i pensionati, i quali oggi spesso mantengono figli e nipoti)?
La seconda questione è che questi soldi in più dovranno arrivare da qualche parte.
Ora, dal momento che in Italia nessuno si azzarda a voler racimolare i soldi laddove ce ne sono e in grande abbondanza (grandi patrimoni, rendite, capitale finanziario, ecc), dove prenderà Renzi queste risorse? Probabilmente ci saranno dei tagli “nascosti” a servizi come la sanità, la scuola, ecc.
Anche perché (altro bluff) la dichiarazione che l’Italia ridurrà le spese per l’acquisto degli F35 sembra decaduta dopo che il nostro padrone (cioè, il Presidente degli Stati Uniti) è venuto a far visita alla sua colon…ehm…in Italia qualche settimana fa.
Anche
il “job act” è stato tanto proclamato, ma al momento la sua definitiva
approvazione sembra essersi arenata.
E
il Movimento 5 Stelle?
Forse
è ancora prematuro dare un giudizio definitivo, ma certo, anche qui le premesse
non sono molto incoraggianti: una forza politica nata da un personaggio
mass-mediatico per eccellenza –e Beppe Grillo è indubbiamente eccezionale, in
quanto a capacità comunicative (e a “sparate”) - sembra tagliata apposta per la
politica-spettacolo. E in effetti il M5S ha molto di “scenografico”.Ma già emergono le prime crepe: ogni tanto qualche deputato o consigliere entra in contrasto col capo, e persino l’unico sindaco pentastellato di una città di medie dimensioni (Pizzarotti a Parma) sta deludendo le aspettative degli stessi “grillini” (doveva chiudere l’inceneritore e non l’ha fatto).
Insomma,
l’Italia in politica (e non solo…) sta prendendo veramente una bruttissima
piega. Si riuscirà prima o poi ad uscire fuori da una logica di politica-bluff?
Questo
dipende anche da noi: più diamo credito alle “sparate” e più le alimentiamo.
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