sabato 7 ottobre 2017

"rossobrunismo", Fusaro, anti-globalizzazione e dintorni


Negli ultimi anni si sta diffondendo –complici youtube, facebook e i vari social- una “nuova” corrente di pensiero politica (almeno nuova sotto alcuni aspetti), che in alcuni casi viene chiamata "rossobrunismo", anche se numerosi suoi sostenitori non si riconoscono in tale termine.
Tale corrente di pensiero è presente e sta diffondendosi sia a destra, che a sinistra e pure in ambienti politicamente di centro. Esercitando un certo fascino anche tra non pochi simpatizzanti del M5S. E, anzi, il più delle volte chi rientra in questa corrente considera superati gli stessi concetti politici di “destra” e “sinistra”.

Come molte correnti di pensiero, anche questa non ha limiti ben precisi e presenta, al suo interno, differenti interpretazioni e diversi accenti e sfumature. Uno dei rappresentanti più in vista di tale filone di pensiero è un “opinion maker” emerso recentemente alla ribalta, ossia Diego Fusaro.

La caratteristica principale di questa corrente di pensiero è quella di una forte critica alla cosiddetta “globalizzazione”, vista tout-court come un fenomeno assai negativo in più o meno tutti (o quasi) i suoi aspetti.
Ossia, da una parte vengono criticate le istituzioni del capitale finanziario (banche, Unione Europea, FMI, multinazionali, massonerie, ecc.). Dall’altra, però, anche il fenomeno immigratorio viene visto in modo altrettanto negativo, così come in genere le società multi-etniche.
Allo stesso modo vi è una forte critica rivolta –con varie sfumature- alle battaglie per i diritti dei LGBT (gay, lesbiche, bisessuali e transgender).

Come spesso accade, è impossibile qui rendere conto di tutte le interpretazioni, sfumature e sfaccettature di tale corrente di pensiero. Diciamo che si possono individuare –molto schematicamente- due filoni interpretativi, uno chiaramente di destra e l’altro più “di sinistra”.

Il filone di destra di tale pensiero prende di mira soprattutto il fenomeno immigratorio (assai più blanda, quando c’è, la critica al capitalismo) e la tendenza alla formazione di società multi-etniche.
Vi è, in questo caso, una differenza molto netta rispetto alla generica xenofobia, ossia l'ostilità o diffidenza verso gli immigrati più o meno spontanea. L’intero fenomeno migratorio viene visto, infatti, come un’operazione pianificata a tavolino da parte di qualche centro di potere occulto (massonico, ebraico, o altro) e finalizzato a sostituire, in prospettiva, le popolazioni europee -viste in qualche modo come “migliori”- con quelle africane o asiatiche, considerate più “deboli”. E qui scadiamo, in pratica, nel razzismo vero e proprio.
In alcune versioni si parla anche di un (presunto) progetto di islamizzazione delle popolazioni europee (probabilmente c’entra anche l’influenza di certi discorsi semi-deliranti della Fallaci, scritti in tarda età).

Sempre nella versione di destra, è forte la condanna ai diritti dei LGBT (Fusaro parla di “cultura gender”), visti, anche questi, come strumento che contribuirebbe ad “indebolire” i popoli europei, spingendoli a sposarsi di meno e a fare meno figli (io credevo che fossero i lavori precari e sottopagati, nonché la difficoltà a farsi una casa il vero problema per le giovani coppie, ma evidentemente continuo ancora a ragionare per “vecchi schemi ideologici”).

L’interpretazione "di sinistra", viceversa, mette l’accento soprattutto sulla critica al capitalismo finanziario. Ma anche il fenomeno migratorio viene messo in qualche modo sotto accusa, in quanto consente di ricattare la forza-lavoro autoctona e a farle accettare salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori.
Questo discorso è giusto, ma impreciso e insufficiente: l’attacco al salario dei lavoratori si basa, infatti, non solo e non tanto sull’immigrazione di massa, quanto su molteplici fattori, tra i quali la delocalizzazione, le esternalizzazioni, nonché sul tendenziale spostamento delle forze politiche di sinistra e sindacali, negli ultimi decenni, su posizioni assai meno combattive e più compatibili con le esigenze del capitale.
Inoltre l’immigrazione, sebbene sia il prodotto –in ultima analisi- dell’imperialismo (“globalizzazione”), rimane comunque un fenomeno essenzialmente spontaneo e non programmato, né programmabile (se non in minima parte, e più nella direzione dei flussi, che non nel fenomeno in sé).

Sui diritti dei LGBT l’interpretazione di sinistra non avrebbe in sé nulla in contrario. Solo che ritiene che questo genere di battaglie siano prerogativa delle forze politiche borghesi e che i partiti operai e comunisti non se ne debbano occupare per niente (anche su questo punto non concordo; la centralità della lotta di classe, per un comunista, non deve significare che non bisogna occuparsi anche delle battaglie sui diritti civili).


Ci sono parecchie cose che non mi convincono di questa corrente di pensiero, anche nella sua versione “di sinistra”. Ciò non significa, naturalmente, che al suo interno non possano trovarsi a volte anche intuizioni giuste ed interessanti. Ma di solito formulate in modo quantomeno discutibile.
Passiamo agli aspetti più critici.
A parte i tratti più palesemente razzisti e omofobi di questa corrente –che condanno senza mezzi termini- per il resto credo che il punto debole principale di tale pensiero stia nell’interpretazione delle dinamiche della “globalizzazione” come se fossero totalmente (o quasi) determinate, decise a tavolino, da un ristretto e omogeneo gruppo di potere, considerato semi-onnipotente. Una sorta di “grande fratello”, in grado di vedere, controllare e dirigere tutto ciò che si muove al mondo.

In realtà gruppi massonici e lobbies molto potenti esistono, eccome! Basti pensare, ad esempio, al Gruppo Bilderberg, alla Trilateral, ai Neocon e tanti altri, spesso poco noti al grande pubblico. Solo che questi, sebbene siano potentissimi ed abbiano enormi capacità di influenzare certe dinamiche “globali”, sono tuttavia ben lontani dal controllare tutto.
L’andazzo della guerra in Siria, ad esempio, ha preso una strada molto diversa da ciò che l’elite finanziario-politico-militare euro-atlantica aveva auspicato e programmato. Numerose sono le dinamiche che sfuggono al controllo e alla volontà di questi gruppi di potere.
Gruppi di potere che spesso sono, peraltro, anche molto meno omogenei di quanto appaiano o vogliano far sembrare.
Questo discorso sarebbe da approfondire, riprendendo la categoria di “imperialismo” di Lenin e attualizzandola alla realtà del 2017. Ma ovviamente non è possibile farlo qui.


A che cosa è dovuto l’emergere e il diffondersi di queste teorie in tempi recenti?
A mio avviso la causa principale sta nella crisi economica, accentuata dalle politiche di austerity, che ci impone l’UE -e specificamente l’area-euro- che sta tartassando e mandando in rovina gran parte della piccola e media borghesia.
Questi strati sociali si sentono sempre più schiacciati ed impoveriti, oltre che dalla crisi, dall’esasperarsi della concorrenza internazionale e dalle politiche economiche, che favoriscono le grandi multinazionali, spesso straniere (da qui l’odio nei confronti della “globalizzazione”).
E, come spesso accade, questi settori piccolo-medio borghesi tentano di influenzare gli strati sociali più proletari, i lavoratori, interpretandone il crescente malcontento ed indirizzandolo, però, dove interessa a loro, ossia, verso un impossibile ritorno indietro nel tempo, verso il vecchio capitalismo “buono”, più di stampo nazionale, dove la piccola-media borghesia aveva il suo spazio e il suo discreto benessere. In un’ottica, dunque, quantomeno conservatrice, se non reazionaria.

Un’ultima osservazione doverosa su Diego Fusaro.

Egli cita spesso Marx e Gramsci e si presenta come se fosse un interprete delle loro teorie. Ma, in effetti, il discorso che poi egli sviluppa si allontana tantissimo dal marxismo (e da Gramsci). Tanto per fare un esempio, dire che la “cultura gender” spinga gli italiani a non fare più figli significa proporre una tesi nettamente idealista. Ossia, l’esatto opposto della concezione marxista.

giovedì 7 settembre 2017

"Buonismo", ma che significa esattamente?

Molto spesso in politica (come anche in altri ambiti d’altronde) assistiamo al nascere e al diffondersi di termini, che in alcuni periodi riscuotono un grande successo, a livello di massa, fino ad entrare nel senso comune. Il più delle volte sono parole “di moda”, ossia diventano d'uso comune per un determinato periodo, per poi, in seguito, sparire di scena.
Si tratta di concetti di solito molto evocativi, cioè che suscitano reazioni emotive (positive o negative) e aspettative. E, soprattutto, danno la facile impressione, in chi ha scarsa dimestichezza con le dinamiche socio-politiche, di comprendere bene ciò che è in ballo.

Questo genere di termini devono il loro successo, paradossalmente, proprio al fatto di essere molto generici, poco specifici, quando non ambigui. Di solito, infatti, non definiscono nulla di preciso, sono concetti che sembrano esprimere tanto, a prima vista, ma, a ben vedere non dicono niente, se non in modo assai vago e impreciso.
Questa caratteristica permette un utilizzo di questi termini in modo molto libero ed arbitrario.

La diffusione di queste parole incontra particolare successo negli ambiti in cui vi è scarsa coscienza politica, com’è il caso dell’Italia degli ultimi 20-30 anni.
Tra questo genere di termini rientrano “complottismo”, “populismo”, “totalitarismo” e tanti altri, fino al sempreverde “libertà”.

Un concetto che nell’Italia recente sta avendo parecchio successo e si sta sempre più diffondendo è quello di “buonismo”.
Anche il termine “buonismo” sembra, in apparenza, voler significare tanto, ma in realtà, almeno in ambito politico, non significa assolutamente nulla.
La politica, infatti, è un fenomeno SOCIALE e con numerosi legami con l’economia. E non ha praticamente niente a che spartire con il carattere personale dei soggetti che governano. Senza contare poi il fatto che di solito chi siede formalmente a capo del governo, in realtà decide fino ad un certo punto (le decisioni che contano vengono prese dalle varie massonerie, o comunque da lobbies potentissime e poco appariscenti).
L’illusione che le politiche dei governi siano decise dal carattere e dalla psicologia del leader politico è tanto suggestiva, quanto erronea e fuorviante. Le politiche vengono sempre fatte in funzione di determinati settori o classi sociali e non seguono di certo criteri di “bontà”.

Di solito chi parla di buonismo lo fa quasi sempre con l’intento di criticare le politiche della cosiddetta “sinistra” (cioè, il PD), le quali sarebbero, secondo loro, eccessivamente favorevoli agli immigrati.
Questo discorso tradisce -nel migliore dei casi- una profonda ignoranza, a vari livelli (negli altri casi è fatto in malafede).

E infatti dovrebbe essere noto che in Italia le politiche sull’immigrazione sono regolate dalla legge. Legge che, dal 2002 (cioè da ben 15 anni) porta il nome di Legge BOSSI-FINI. Quindi una legge chiaramente di destra, fatta dallo stesso partito di Matteo Salvini. Perché nessuno lo ricorda mai?
Un’altra dimostrazione di superficialità sta nel credere che i flussi migratori siano determinati dalle politiche, più o meno accoglienti, del paese d’arrivo (che spesso, poi, non è nemmeno l’Italia, che molti degli immigrati vedono soltanto come un paese di transito). Non è così. Prova ne è che durante i recenti governi di Centrodestra (FI, AN e Lega) il numero degli immigrati è quasi triplicato.
Non parliamo, poi, di chi fa distinzione fra profughi di guerra e non. Come se fuggire da fame, miseria e persecuzioni fosse meno legittimo e accettabile che fuggire dalle guerre.

Si potrebbe andare ancora avanti a lungo nel mostrare quanta superficialità, quanti pregiudizi e stereotipi -e alla fine ignoranza- ci siano dietro chi lancia accuse di “buonismo”. Ignoranza sia in relazione alle cause più profonde dell’immigrazione, che alle sue reali dinamiche, alle sue effettive dimensioni, nonché alla reale capacità di assorbimento “indolore” (per gli italiani).

Ma il problema serio è un altro. Termini come “buonismo” non sono soltanto sintomo di ignoranza. Il loro utilizzo finisce per alimentare questa e per diffondere pregiudizi e stereotipi, ostilità, fomentando la classica guerra tra poveri, tanto cara ai ricchi sfruttatori.

E andando ad incidere in modo negativo sulla coscienza politica di milioni di italiani, oggi già bassissima.

sabato 13 maggio 2017

presidenziali francesi, voto utile e antifascismo astratto


Le varie reazioni e commenti, nel mondo della sinistra, sulla vittoria di Emmanuel Macron, alle elezioni presidenziali francesi, contro la sfidante Marine Le Pen, spaziano da quelli più entusiasti, che parlano di “trionfo della democrazia”, a quelli, via via più scettici e critici verso Macron, i quali comunque parlano di “scampato pericolo” o di “male minore” e ritengono che il rischio di una vittoria "fascista" sia stato scongiurato.
Sono tutti atteggiamenti che denotano quantomeno una superficialità e una carenza, se non mancanza di analisi.

La superficialità è data, a mio avviso, dal non comprendere le dinamiche profonde del potere nei paesi occidentali (e non solo) di oggi e che ci sia una grossissima differenza tra andare al governo e detenere il potere.
Nelle società come quella francese o italiana i governi cambiano, ma gli indirizzi generali di questi molto di meno. Questi non possono che riflettere gli interessi della classe sociale dominante (locale e anche internazionale), ossia, della grande borghesia, soprattutto quella finanziaria (a scanso di equivoci, questo non significa che i governi sono tutti identici, bensì che le differenze fra questi rivestono questioni per lo più secondarie, mentre le linee politiche generali sono uguali, ossia, quelle liberiste).

D’altronde l’abbiamo visto anche in Italia, negli ultimi 25 anni, dove, nonostante la ripetuta e ritrita “chiamata alle armi” e al voto utile del PdS-DS-PD contro il pericolo di Berlusconi e delle destre neo-fasciste e xenofobe, i vari governi, Centro-destra e Centro-sinistra, in modo “bipartisan”, si sono resi tutti protagonisti della restaurazione neo-liberista, che ha comportato privatizzazioni, attacchi al salario, alle pensioni, alla scuola, alla sanità, ai diritti dei lavoratori (con il boom di contratti sempre più precari) alla creazione di uno Stato sempre più autoritario, repressivo ed invadente (con la scusa della lotta al terrorismo), nonché militarmente sempre più interventista.

Complice di tutto ciò è stato quello che io chiamo “antifascismo astratto”, e che da decenni egemonizza la sinistra italiana ed europea.
Ma che si intende per “antifascismo astratto”?
Grosso modo si potrebbe definire come un atteggiamento di ostilità e/o di paura nei confronti di forze politiche o personaggi di destra, che prescinde dalla loro effettiva possibilità di nuocere, ossia in un contesto –come quello italiano ed europeo occidentale di oggi- che di fatto rende impossibile la restaurazione di un vero e proprio fascismo.
Le destre di oggi possono al massimo andare al governo, ma NON prendere il potere. Ossia, se pure dovessero andare al governo (cosa peraltro non facile per le forze più di estrema destra) saranno comunque tenute a seguire le linee generali delle società occidentali liberiste. Forse potrebbe esserci una maggiore repressione verso l’immigrazione, ma anche quella in misura assai limitata e forse più “scenografica” che altro. L’immigrazione, infatti, fa comodo ai grandi capitalisti, perché contribuisce ad abbassare salario e diritti dei lavoratori, e quindi nessun governo di destra potrà mai stopparla in modo serio.

Per l’antifascismo astratto, il “fascismo” viene visto come un male assoluto e sganciato dalle dinamiche delle classi sociali e dalla lotta di classe. Come se fosse un corpo o una malattia che vivesse di vita propria e che si insinuerebbe nella nostra società, per poi, da un momento all’altro, riaffiorare e ritornare al potere, per instaurare di nuovo un regime simile a quello del ventennio.

Palmiro Togliatti, forse il più grande studioso del fascismo, nelle sue “Lezioni sul fascismo”, collega chiaramente e ripetutamente tale fenomeno politico alla borghesia (specificamente ad alcuni strati di questa) e all’imperialismo.
Non solo: egli spiega che, contrariamente a ciò che comunemente si pensa, l’ideologia fascista non era un qualcosa di saldamente costituito, bensì alquanto eterogeneo e soprattutto funzionale agli obiettivi di quel periodo, di legare assieme differenti strati della borghesia.
Il fascismo, sebbene abbia, per Togliatti, delle caratteristiche proprie, rimane pur sempre una versione della più ampia dittatura della borghesia. Questa dittatura di classe rimane tale anche quando si presenta in forme più democratiche.

Viceversa, la grande maggioranza della sinistra oggi in Italia (comunisti compresi) stenta a vedere il problema principale nella (grande) borghesia e tende a collocare la lotta di classe, di fatto, in secondo piano, rispetto a quella, apparentemente più importante, di “destra-sinistra”, finendo facilmente per accantonarla e dimenticarla del tutto, quando crede di trovarsi in presenza di un presunto pericolo delle destre o del fascismo.
Finendo, così, per fare fronte comune assieme al suo vero nemico (tattica che è stata giusta negli anni 30-40 del secolo scorso, quando esistevano il fascismo e il nazismo, ma non oggi), ossia, alla borghesia finanziaria. Nemico che è molto più insidioso e pericoloso delle destre, se non altro perché si presenta in modo falsamente democratico e perché il suo autoritarismo non è mai esplicito, ma ben camuffato.

Infatti, oggi il paradosso è che il “fascismo” (se proprio vogliamo usare questo termine) -inteso come tendenza ad una società autoritaria, elitaria, oppressiva, sfruttatrice e guerrafondaia- viene portato avanti proprio da quelle forze politiche “democratiche”, o addirittura “progressiste”, le quali fanno appello al voto utile contro l’affermazione ed il pericolo delle destre.

Nell’Italia e nell’Europa di oggi, l’antifascismo, se vuole essere concreto e non astratto, deve prendersela semmai contro i vari Macron, Renzi, Merkel; contro la BCE, l’euro e contro la NATO.

Stiamo parlando di soggetti che, tra l’altro, non si fanno alcuno scrupolo a sostenere Stati, governi e forze politiche apertamente reazionari, come il governo golpista e filo-nazista ucraino, come lo Stato sionista di Israele, come i terroristi controrivoluzionari del Venezuela, come i terroristi jihadisti (spacciati per “opposizione democratica”) che da anni hanno gettato la Siria in una guerra sanguinosa, ecc.

lunedì 24 aprile 2017

elezioni in Francia. Dalla padella alla brace.

Le elezioni presidenziali francesi presentano al primo turno la vittoria, ampiamente prevista, di Marine Le Pen e quella –meno attesa- di Emmanuel Macron, il quale sopravanza il primo.
Ci sarebbe, per la verità, pure il successo di Melenchon, anche se non è andato al ballottaggio, ma su questo tornerò in seguito.

Già leggo una serie di commenti, che mi ricordano tanto i discorsi che dominavano nella sinistra italiana dei decenni passati. Ossia, che sarebbe preferibile che vincesse Macron, piuttosto che la Le Pen. Perché quest’ultima è “fascista”, e quindi è sempre meglio un “liberale”, che non una di destra.

I risultati di questa logica?
Sono sotto gli occhi nostri: oggi in Italia la sinistra vera e propria è semi scomparsa. A livello di massa, la “sinistra” è sostanzialmente identificata col PD (anche perché, diciamocelo, SEL ha fatto ben poco per distinguersi da questo) e le sue politiche ultra-liberiste e di austerity, che hanno ridotto e continuano a ridurre milioni di italiani sul lastrico.
D’altronde abbiamo visto nei decenni scorsi che ogni vittoria del “Centro-sinistra” era, in fin dei conti, una vittoria delle destre rimandata di qualche anno. Infatti, i governi di Centro-sinistra portavano avanti politiche liberiste (come e anche più di quelli del Centro-destra), creando malcontento nella società. La crescente insoddisfazione di massa, poi, sempre meno rappresentata dalla “sinistra”, si dirigeva sempre più verso le destre.

Lo schema mentale, dunque, per cui è da preferire un “liberale” ad uno di destra -perché il primo sarebbe quantomeno democratico, mentre il secondo no- poteva andare bene nel secolo scorso (e soprattutto negli anni ’30 e ’40), ma oggi non ha più alcun senso. E prima ci liberiamo da questo schema, meglio è.
Oggi, infatti, almeno in Europa, non esiste il pericolo del ritorno ad una dittatura classica, di tipo fascista.

Intendiamoci, la nostra società sta diventando sempre più autoritaria e repressiva.
Ma, intanto, non sono le destre tradizionali a renderla tale, bensì, ad esempio da noi, il PD.
Si tratta in effetti, di un autoritarismo bipartizan, molto meno esplicito, rispetto al fascismo, ma anche assai più insidioso.
Oggi il controllo sociale e il restringimento degli spazi di democrazia passa, ad esempio, attraverso il controllo dei mass-media (in barba al “pluralismo”), e dunque, delle coscienze, passa attraverso lo stesso sistema elettorale maggioritario, nonché una concezione sempre più leaderistica della politica, attraverso il recupero sistematico degli elementi “ribelli”, che vincono le elezioni (gli esempi sono numerosissimi –sia a destra, che a sinistra- e vanno da Tsipras a Obama, a Trump, alla Raggi, ecc.), attraverso l’annullamento di fatto dei risultati dei referendum (quello sull’acqua pubblica in Italia e quello –clamoroso- greco di due anni fa).
Per non parlare della dittatura economica, col ricatto del debito pubblico e del “non ci sono i soldi”, con il restringimento degli spazi sindacali, con il crescente potere delle multinazionali e delle banche sugli Stati.
Anche la censura, oggi, non è più esplicita, ma esiste. Solo è molto più subdola.

Dunque, il problema oggi non è il “ritorno al fascismo”, bensì il dominio –sempre più capillare e pervasivo- del grande capitale finanziario, delle banche, delle multinazionali e delle pulsioni guerrafondaie, che albergano nell’UE e nella NATO.
Se proprio vogliamo parlare di “fascismo”, questo oggi è sicuramente più rappresentato –in Francia- da Macron, che non dalla Le Pen.
Ciò non vuol dire che dobbiamo tifare per quest’ultima, ci mancherebbe. Anche perché nell’improbabile caso che questa vincesse il ballottaggio, sarebbe anche lei in gran parte costretta ad adeguarsi alle esigenze del capitale.
D’altronde Emmanuel Macron è un uomo del Gruppo Bilderberg (come lo sono stati, in Italia, Prodi, Monti, Letta, e altri ancora). E non è un caso che è passato in pochi mesi dall’anonimato al risultato finora migliore che hanno ottenuto i candidati francesi alle presidenziali.

Due parole su Jean Luc Melenchon.
Il suo relativo successo è dovuto, secondo me, al fatto che s’è saputo porre –finalmente qualcuno a sinistra che lo fa- come un uomo “di rottura”.
Contrariamente a tanti esponenti della sinistra anche “radicale”, in Europa, egli non s’è solo limitato a denunciare i limiti dell’euro-austerity, e della cosiddetta “globalizzazione” (ossia, imperialismo), ma è arrivato a prospettare anche un’eventuale uscita dall’euro.

Il problema è sempre quello: rappresentare il malessere e gli interessi dei ceti popolari, dei lavoratori, pensionati, disoccupati, ecc.
E non basta nemmeno quello. Questi settori devono essere organizzati e lottare, fino ad arrivare a costituire una notevole forza sociale. Altrimenti qualunque ipotetico successo elettorale sarà vanificato dai ricatti dello strapotere finanziario (vedi Tsipras).


domenica 12 febbraio 2017

Giunta Raggi: critiche, non canea mediatica.


Sono passati ormai sette mesi da quando al Campidoglio si è insediata la Giunta pentastellata di Virginia raggi. E credo che un primo, provvisorio, bilancio si possa incominciare a fare.

Ma prima andrebbe fatta una premessa: pur non essendo mai stato un sostenitore, né un votante del M5S, non condivido affatto tutta la campagna mediatica che ormai da mesi non fa che scatenarsi quasi ininterrottamente contro la Raggi e la sua giunta. Ormai quotidianamente la notizia principale dei nostri mass-media è la sindaca del M5S e i suoi problemi con gli assessori o con la polizza, o altro.
Chi capisce un minimo come funziona il nostro sistema mediatico, non può non cogliere in tale massiccia campagna una manovra strumentale (prima contro il NO al referendum costituzionale e ora probabilmente finalizzata più a far prevalere interessi e appetiti, in relazione al nuovo stadio e ancor di più alla speculazione edilizia che c’è dietro).

La Giunta Raggi andrebbe invece criticata, secondo me, per i suoi reali difetti e limiti.
E il primo mi sembra sotto gli occhi di tutti (“grillini” compresi) e cioè il fatto che il M5S s’è presentato ad un appuntamento così importante, come l’amministrazione del Comune di Roma, in modo del tutto impreparato e con un personale inadeguato.
Tanto è vero che hanno dovuto nominare come assessori (in seguito decaduti) dei personaggi molto discutibili e già ampiamente compromessi con la Giunta Alemanno.

Già da qui si dovrebbe capire che la politica non è una cosa semplice e che, anzi, richiede una vera e propria capacità professionale (ci sarà pure un motivo se in tutto il mondo esistono le facoltà di Scienze Politiche). Non basta certo essere dei “cittadini onesti” (anche dando per buono che lo siano per davvero) per governare una città come Roma. L’urbe, infatti, è una metropoli molto molto complessa e per diversi motivi. Ma qui il discorso va preso alquanto alla larga.

Roma, intanto, è capitale di due Stati (sì, c’è anche il Vaticano).
La “città eterna” è attraversata da una serie di dinamiche politiche ed economiche, che producono una lunga serie di esigenze, interessi e di lobbies. Quindi anche numerosi “appetiti”. Legittimi e meno legittimi, per non dire mafiosi.
Dalle “storiche” lobbies dei palazzinari, alle “cooperative” (quelle finte, intendo), a numerosi affaristi e speculatori di ogni genere, tra i quali le grandi multinazionali. E gli appetiti non riguardano solo la massiccia cementificazione (povera Roma!) legata allo stadio, bensì anche le possibili future privatizzazioni delle aziende municipalizzate e soprattutto delle utilities (acqua, luce, gas, ecc.).
A tutto ciò andrebbero aggiunti i massicci tagli che lo Stato ha effettuato in questi anni nei confronti degli Enti Locali, nonché politiche folli come la “spending review”.

Poi c’è la Chiesa Cattolica (ma il giusto proposito della Raggi di far pagare finalmente le tasse pure a loro, che fine ha fatto?). A Roma il 40% (o forse più) del patrimonio immobiliare appartiene alla Chiesa e il numero delle attività economiche (alberghi, ospedali, ristoranti, scuole, negozi, cliniche, istituti vari e altro ancora) è incalcolabile. Tutto o quasi esentasse.


Tutto questo sistema di potere è ben consolidato (a parte qualche “scossone” ogni tanto, ma dovuto solo a contrasti tra i diversi settori della borghesia).
E con tale sistema di potere a Roma occorre fare i conti, se si vuole amministrare questa metropoli. O ti metti d’accordo con loro, o altrimenti duri poco.
Ma se la Giunta Raggi e il M5S arriverà all’accordo con loro -e la probabile dipartita di Berdini andrà di sicuro in questa direzione- tradisce tutti i bei princìpi e i grandi discorsi del tipo “onestà”, “basta con la vecchia casta politica”, che erano alla base del loro grande successo elettorale e del loro seguito di massa. E diventerebbero né più né meno dei partiti o dei politici contro i quali hanno sempre inveito.


Ma quindi contro questo sistema di poteri che –di fatto- governa Roma, condizionando pesantemente tutte le giunte, a prescindere dal colore politico di queste, non si può fare proprio nulla? Siamo destinati a subirne per sempre le sue influenze, i suoi ricatti?
In realtà non solo si potrebbe fare tanto per quantomeno ridimensionare tali poteri, ma in passato ciò è stato anche fatto, almeno in una certa misura.
Quello che è stato probabilmente il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto, Luigi Petroselli, fece tantissimo per migliorare la città, e soprattutto per venire incontro alle esigenze degli strati sociali più disagiati, delle borgate.

Ma egli ha potuto fare ciò non solo per le sue indubbie qualità personali, ma anche e soprattutto poiché nell’intero paese c’era un contesto generale molto diverso da quello di oggi. Allora ci furono grandi cicli di lotte dei lavoratori e esistevano delle organizzazioni –politiche e sindacali- forti, radicate e combattive, assai poco concilianti con i cosiddetti “poteri forti”. E che mettevano in discussione la società capitalistica complessivamente.
Oggi purtroppo non è più così.

E quindi, se vogliamo veramente cambiare le cose l’unico modo è quello di rimboccarci le maniche, a partire da tutti quanti, ciascuno per quello che può, e tentare, piano piano, di riprendere a lottare, ma soprattutto a ricostruire delle organizzazioni sindacali e ancor più politiche che sappiano mettere in discussione le politiche liberiste (e possibilmente l’intera società capitalistica, che le produce), a partire dalle istituzioni internazionali (l’euro soprattutto) che ce le impongono.

Altrimenti ci dovremo accontentare di forze politiche –come il M5S- che hanno ottime capacità comunicative e fanno tanti bei discorsi, ma che poi, quando vengono eletti e vanno a governare, finiscono sistematicamente per deludere tutte le attese.

lunedì 30 gennaio 2017

Sinistra e populismo in Italia. Riflessioni.

Sinistra
Una delle frasi divenute di moda, in Italia, da qualche anno a questa parte, è: "parlare oggi di destra e sinistra non ha più senso."
Sono sempre stato molto contrario con questa affermazione (o simili). Purtroppo debbo constatare, prendere atto, che qualcosa di vero -ahimé- c'è in questo discorso, almeno nell'Italia di oggi.
Da noi, infatti, il concetto politico di "sinistra" negli ultimi decenni ha finito per perdere del tutto, o quasi, il suo significato originario.
Per almeno 150 anni -e ancora oggi in gran parte del mondo- essere "di sinistra" ha sempre significato essere a favore dei ceti popolari e perseguire i loro interessi, a scapito delle classi più benestanti. Quindi, politiche di incremento dei salari e dei diritti dei lavoratori, lotta alla disoccupazione, politiche di welfare-state.
A livello più politico, "di sinistra" è chi propugna un ridimensionamento, una limitazione del potere della borghesia, e, contemporaneamente, un aumento del peso dei settori proletari nel governo e nelle istituzioni in genere.

A partire soprattutto dagli anni '90, in Italia, il concetto di "sinistra" ha finito, però, per perdere, a poco a poco, questa connotazione sociale, per identificarsi sempre più con un partito, cioè il Partito Democratico della Sinistra (PdS), poi divenuto Democratici di Sinistra (DS) e infine trasformato in Partito Democratico (PD).
Il fatto che il PDS discendesse da un partito prestigioso e indiscutibilmente di sinistra -com'è stato il PCI- ha fatto sì che l'associazione, nella mente della maggioranza degli italiani, tra sinistra e PDS si fosse prodotta in modo meccanico e scontato e avesse poi continuato a marciare per parecchi anni.

La dialettica politica tra PDS-DS-PD da una parte, e forze di Centrodestra (e soprattutto Berlusconi) dall'altra -dialettica, a mio avviso, fortemente gonfiata, dato che entrambi erano in fin dei conti fautori di politiche liberiste- ha ulteriormente "politicizzato" il concetto di sinistra in Italia (siamo arrivati al punto che perfino uno come Marco Travaglio -di scuola liberale e montanelliana- è stato da molti considerato "di sinistra" solo per le sue critiche a Berlusconi).

E così il termine "sinistra" ha finito per perdere qualsiasi connotazione di classe e quindi qualunque riferimento agli interessi dei ceti popolari, tant'è vero che il PDS-DS-PD -non meno del Centrodestra- fedele al liberismo e alle direttive UE e atlantiche, ha attaccato le pensioni (riforme Dini e Fornero), ha precarizzato il lavoro (Legge Treu e poi Jobs Act), ha privatizzato (più che altro svenduto a basso costo) imprese statali una volta in salute e che oggi sono fallite o comunque navigano in pessime acque (Telecom, Ilva, Alitalia, ecc.).
Anche la CGIL s'è adeguata, purtroppo, a tale andazzo (ne ho fatto parte per molti anni, ma le cose vanno dette): protestava vivacemente quando il Centrodestra attaccava i lavoratori e sostanzialmente taceva quando erano governi di Centro-sinistra a farlo.

Anche fuori dal PDS-DS-PD, il resto della sinistra -essenzialmente Rifondazione Comunista e suoi derivati (PdCI, SEL, ecc.)- ha subito pesantemente il clima di restaurazione liberista post-89, finendo per rimanere sostanzialmente subalterno all'egemonia del primo.

Il paradosso che s'è venuto a creare in Italia (non solo, però; anche in altri importanti paesi europei) è ben rappresentato dalle ultime elezioni comunali romane: nei quartieri del centro storico e in quelli benestanti ha prevalso il voto a "sinistra", mentre nelle borgate e nei quartieri più popolari -e in modo particolare proprio nella ex "cintura rossa"- la "sinistra" è andata male e il voto è andato prevalentemente alle destre e soprattutto al Movimento 5 Stelle.


Populismo
Parallelamente alla perdita del significato originario di "sinistra", negli anni recenti abbiamo assistito alla diffusione di un altro concetto, quello di "populismo".
Diciamo subito che il termine populismo sta riscuotendo un certo successo, perchè è il classico termine generico, poco definito e, diciamo così, adatto a tutte le stagioni. E quindi ben si presta ad etichettare negativamente l'avversario politico, soprattutto in mancanza di argomenti convincenti (e meno che mai di un'analisi).

Di solito per populismo si intende un tipo di governo -o di partito- che fa appello al popolo e ai suoi interessi/diritti, ma in modo strumentale e demagogico.
Il problema è che tale termine viene di solito utilizzato indistintamente per etichettare governi o forze politiche molto eterogenee tra di loro, se non diametralmente opposte, come concezione politica (c'è un abisso tra il Venezuela bolivariano e socialista di Hugo Chàvez -e oggi del successore Maduro- e, ad esempio, la Lega di Salvini, anticomunista, xenofoba e di natura piccolo-medio borghese).

Comunque, a ben vedere, l'utilizzo frequente ed indiscriminato del termine "populismo" per screditare altre forze politiche è indice di una visione politica, nella quale si è rinunciato a perseguire e a difendere gli interessi e i diritti dei ceti popolari e magari si accetta anche la logica dell'austerity (per le masse popolari, ovviamente, non certo per banche, multinazionali e spese per armamenti).
Chi ha sposato le politiche liberiste non riesce (più) a concepire il fatto che qualcuno possa fare appello al popolo e ai suoi interessi. E quindi tende a vedere chiunque lo faccia come un demagogo, a prescindere dal fatto se tale appello sia strumentale, oppure sincero e coerente.



Oggi in Italia esiste, come già accennato, un grande paradosso: da una parte abbiamo una "sinistra" (PD, soprattutto, ma non solo) che ha perso praticamente ogni legame -anche ideale- con i ceti popolari. E, dall'altra parte, questi ultimi tendono ad esprimere i loro interessi e soprattutto il loro malcontento spesso attraverso tematiche di destra, xenofobe, e premiandone le relative forze. Oppure usando tematiche "populiste" e votando per il Movimento 5 Stelle.

Quindi nella situazione attuale, per chi è sinceramente di sinistra (nel senso originario del termine) si presenta un compito difficilissimo, ai limiti dell'impossibile. Da una parte si tratta di recuperare concetti come "sinistra", "socialismo", "comunismo", che oggi sono ampiamente screditati agli occhi della maggioranza della gente.
Dall'altra parte andrebbe spiegato a milioni di proletari in difficoltà che è vero che il nemico di classe principale oggi è il capitale finanziario e chi lo rappresenta politicamente, ossia, l'UE e la zona-euro e in Italia il Partito Democratico. Ma la Lega di Salvini -che peraltro ha già governato l'Italia, non distanziandosi dal dogma liberista- non rappresenta certo una soluzione.
E tantomeno aiuta l'indirizzare tutta l'indignazione popolare contro un elemento molto appariscente, ma tutto sommato marginale, com'è la "casta" dei politici, nonchè facendo discorsi moralistici sull'onestà, discorsi che non tengono minimamente in conto la complessità della politica (non a caso parecchi esponenti del M5S quando poi entrano nelle istituzioni, tendono spesso a deludere le aspettative e appaiono, nella migliore delle ipotesi, come degli sprovveduti; il caso più evidente è quello della Raggi).


La vera scommessa, la vera sfida -a mio avviso- è quella di ricostruire una sinistra NEL SENSO ORIGINARIO DEL TERMINE che sappia radicarsi fra i ceti popolari e i lavoratori e diventare espressione di questi e dei loro interessi/diritti.
Per far ciò occorre portare avanti una politica DI ROTTURA contro le politiche liberiste e di austerity che ci impone l'UE -e soprattutto l’area-euro- e contro quelle imperialiste dell'Occidente e della NATO (che peraltro favoriscono l'immigrazione massiccia degli extracomunitari).
Rottura chiara e netta, dunque, col PD e con tutte le politiche a favore del capitale finanziario.

La sinistra deve ritornare a fare gli interessi del popolo. Altrimenti tenetevi il populismo (il quale, certo, per la borghesia costituisce un male minore).

mercoledì 7 dicembre 2016

Aleppo e la nostra informazione-clown


I nostri mass-media non si smentiscono mai.
Negli ultimi giorni la "notizia" più importante riguardante Aleppo -per la nostra "informazione", in coro- è stata la morte sotto i bombardamenti di un clown (notizia che peratro non è chiaro quanto sia attendibile, dato che questo clown sembra che operasse nella parte di Aleppo controllata dai terroristi jihadisti).

Ora, per carità, nessuno nega l'importanza -in un contesto di guerra- del sostegno psicologico per i bambini che può offrire anche un clown.
Il problema è un altro.
Una notizia del genere può essere emotivamente toccante, ma non ci dà alcuna informazione su che cosa stia realmente accadendo nella città siriana. Anzi, questo genere di "notizie" sembra fatto proprio apposta per sfruttare ed eccitare al massimo la nostra sensibilità ed emotività. E però per non darci un minimo di strumenti per comprendere tali eventi, quali sono le responsabilità, quali le dinamiche, quali gli interessi geo-strategici dietro tutto ciò.

I nostri mass-media ci dicono soltanto chi sono i "cattivi", quelli che siamo tenuti a disprezzare, ossia, in questo caso, Assad, l'esercito siriano e i russi.
Non viene, ad esempio, specificato che alcune delle strutture ospedaliere bombardate da questi ultimi erano nel frattempo state trasformate in roccaforti dei jihadisti. Nemmeno si dice che i civili vengono usati dai terroristi tagliagole come scudi umani (come viene invece fatto altrove, tipo a Mosul, dove l'esercito irakeno agisce però, guarda caso, in sintonia con gli USA).

E comunque i nostri mass-media, o perlomeno quelli più importanti e "autorevoli", tacciono sul fatto che nelle ultime settimane i terroristi ("moderati", secondo gli americani) hanno sparato sulla popolazione civile che cercava di scappare dalle zone controllate da loro, uccidendone a centinaia. Tacciono sui bombardamenti dei jihadisti "moderati" nelle zone di Aleppo sotto il controllo governativo e tacciono sull'ospedale da campo per i civili allestito dai russi, anch'esso bombardato dai terroristi e in cui sono morte due infermiere russe.
E tacciono su tantissime altre notizie scomode.

Naturalmente tacciono pure su ciò che sta accadendo in un paese non troppo distante dalla Siria, ossia, nello Yemen, dove la popolazione civile da due anni è sottoposta a numerosi bombardamenti da parte dell'Arabia Saudita, paese tra l'altro teocratico, oscurantista, ultra-repressivo, nonché principale finanziatore del terrorismo "islamico". Ma amico dell'Occidente (Italia compresa), che gli vende armi.

Ma -ed è forse la cosa più grave- c'è una grande notizia sulla quale sembra essere caduto il silenzio-stampa (solo nelle ultime ore la notizia sembra iniziare ad uscire fuori). Ossia, da oltre una settimana l'esercito siriano ha sferrato una potente offensiva per la riconquista e liberazione definitiva della parte di Aleppo in mano ai terroristi.
Tale azione sta avendo un ottimo successo e nel momento in cui scrivo circa l'80% del territorio fino a poco fa in mano agli jihadisti (di varie nazionalità e quasi nessuno siriano) è stato riconquistato e, salvo imprevisti, nei prossimi giorni la liberazione dovrebbe essere totale.
La (ri)conquista di Aleppo dovrebbe segnare tra l'altro una svolta anche psicologica di questo conflitto, che si spera abbia fine al più presto con la definitiva sconfitta del Daesh (ISIS), di Al Qaeda e degli altri gruppi terroristi fondamentalisti.

Ma non è importante -per i nostri mass-media- che noi veniamo a conoscenza di tutto ciò. L'importante è farci intenerire e sdegnare per le sofferenze (quelle vere e quelle inventate) della popolazione civile e dei bambini di Aleppo est. Già di quelli di Aleppo ovest possiamo anche fregarcene altamente (nessuno ne ha mai parlato).

A volte ho l'impressione che anche noi siamo un po' come i bambini di Aleppo e ci nutriamo della nostra "informazione-clown", che ci dà conforto e ci illumina su quanto sono cattivi Assad, i siriani e i russi. Il tutto mentre veniamo bombardati da notizie pre-confezionate, strumentali e menzognere.