giovedì 20 febbraio 2014

Che cosa ci possiamo aspettare da Renzi?

Messo in crisi il Governo Letta, gli è subentrato quello capeggiato da Matteo Renzi.
Qualcuno ha parlato addirittura di colpo di Stato. Potrebbe sembrare una “sparata” e di sicuro è un’esagerazione. Ma non ci siamo nemmeno troppo lontani, considerando intanto il fatto che Renzi è stato eletto soltanto come segretario del Partito Democratico e non certo come Presidente del Consiglio e per giunta non è neanche un parlamentare.
Ma, a parte questi metodi molto poco democratici che si stanno affermando in Italia (più o meno la stessa dinamica è accaduta con la nascita del Governo Monti), qui il problema è capire che cosa cambierà ora che Letta è stato sostituito da Renzi.

Premesso che non ho mai nutrito grossa simpatia per uno come il Sindaco di Firenze, il quale è sempre stato considerato un esponente della destra PD (come se il PD non fosse già di per sé abbondantemente a destra, almeno in termini di politiche economiche). Per giunta passa per essere vicino a Berlusconi.
Le sue prese di posizione di qualche anno fa per l’abolizione della Festa del Lavoro, il 1 maggio, di sicuro hanno peggiorato il mio giudizio su di lui.
Ma, come sempre, nella realtà le cose non sono così semplici e schematiche.

In Italia ormai s’è affermata una visione della politica molto personalistica (siamo forse l’unico paese europeo che ha assorbito quasi completamente la cultura e i metodi politici statunitensi, da bravi “sudditi”).
Tale visione ci porta a dare erroneamente una enorme importanza al personaggio che va ad occupare posizioni di potere.
Ma se negli stessi USA il presidente è strettamente legato alle potentissime lobbies economico-militari-finanziarie, in Italia le cose non sono molto diverse.

Ora, consideriamo il fatto che sia Enrico Letta che Matteo Renzi hanno dietro di sé le grandi lobbies industriali-finanziarie: Letta è membro della Trilateral Commission (una sorta di massoneria ultra-liberista egemonizzata dagli USA) e ha partecipato a riunioni del Gruppo Bilderberg (altra massoneria, più segreta della prima), mentre Renzi ha origini democristiane e suo padre, Tiziano Renzi, grande imprenditore e possidente, pare abbia fatto parte della massoneria.
Stando così le cose il problema è capire per quale motivo c’è stato questo cambio al vertice e se ciò possa riflettere o meno uno scontro di potere.

Ossia, ciò che sta accadendo potrebbe essere dovuto, semplificando, a due fattori. Il primo, è che i due personaggi riflettano sostanzialmente gli stessi settori economico-sociali (i cosiddetti “poteri forti”), i quali, delusi dalle prudenze e “lentezze” di Letta nel portare avanti le politiche di austerità, richieste dall’Europa delle banche, si sarebbero rivolti a Renzi, il quale appare essere molto più deciso e “dinamico”.
Non è però nemmeno da escludere che ci sia uno scontro di potere tra settori diversi di capitale finanziario, o tra grande borghesia finanziaria internazionalizzata da una parte e medio-alta borghesia italiana poco finanziarizzata ed internazionalizzata. Renzi potrebbe anche rappresentare una possibile mediazione tra queste due forze.
Non sono in grado di fare questo tipo di analisi, che richiederebbe ben altre conoscenze. Ma tengo a sottolineare che sono queste le questioni che una sinistra SERIA dovrebbe porsi.

Un’altra questione, ovviamente legata ai discorsi di cui sopra, e che però ci riguarda direttamente, è quella di cercare di capire quali misure di politica economica il Governo Renzi intenda attuare.
Non ci sono dubbi, infatti, che il (non ancora ex) sindaco di Firenze intende “picchiare forte”. Ma “picchiare” chi?

I ceti popolari sono già stati abbondantemente “picchiati” nei decenni scorsi e oggi in Italia abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi di tutta Europa e elevatissimi livelli di precarietà e non poca disoccupazione. Inoltre, il grado di conflittualità dei lavoratori è bassissimo, per non parlare della ormai totale assenza di rappresentanza parlamentare dei ceti popolari.

Certo, i ceti popolari si possono “bastonare” ancora di più e non credo che Renzi (e chi lo sostiene) si faccia grossi scrupoli a farlo.
Ma non è neanche detto che l’attacco questa volta non possa essere rivolto ai cosiddetti “ceti medi”, che in Italia rappresentano uno strato sociale molto sovradimensionato (rispetto a tutti gli altri grandi paesi europei). E che rendono l’economia italiana particolarmente debole e scarsamente competitiva con l’estero.
Il “nanismo industriale” del Bel Paese, infatti, è un evidente ostacolo nello sviluppo tecnologico e della ricerca, dato che ha sempre prosperato sul basso costo del lavoro (nonché sulla sua estrema precarietà), e sull’evasione fiscale.

Nei prossimi mesi ne sapremo qualcosa di più.
Una cosa è certa: se anche ci dovessero aspettare tempi durissimi, ciò non è dovuto al fatto che ora c’è Renzi. Renzi non è altro che il perfetto risultato finale di tutto il percorso che ha portato negli scorsi decenni dal PCI al PdS, ai DS e al PD.

domenica 9 febbraio 2014

ma il problema sono davvero i partiti?

Che in Italia ci sia stato un forte aumento del malcontento popolare negli ultimi anni è cosa nota.
La crisi economica, e soprattutto il modo come la si sta gestendo, sta portando numerosi danni economici, morali e politici nel nostro paese.
Imprese, laboratori e negozi che chiudono, licenziamenti, precarizzazione del lavoro, tagli ai servizi, alla scuola, alle pensioni. Molte famiglie –come si dice- non arrivano a fine mese e c’è stato un incremento dei suicidi, dovuti a tali problemi.

Il malcontento sociale, quindi, è più che legittimo. Ma tale malessere, affinché sia anche utile, oltre che legittimo, deve sapersi indirizzare bene.
Ossia, i ceti popolari, nel loro esprimere la loro rabbia, il loro malessere, la loro protesta, devono individuare chi sono i veri responsabili di queste condizioni. Altrimenti rischiano di farsi facilmente strumentalizzare da chi intende combattere alcuni settori, ma solo per perseguire fini propri, non di rado opposti a quelli convenienti ai ceti popolari.

Ho già ricordato più volte come è lo stesso capitalismo a generare le crisi economiche, per i suoi meccanismi intrinseci (vedere Marx) e come il forte intervento degli Stati nell’economia (Welfare State, partecipazioni nell’industria, ecc.) ne avesse attenuato tali dinamiche durante i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Viceversa, le politiche liberiste degli ultimi 30 anni, modificando tale quadro, hanno fatto sì, che i meccanismi del capitalismo (crisi, ahimè, comprese) ritornassero prepotentemente.
Quindi, le responsabilità politiche principali della situazione negativa attuale, sono da attribuire, almeno per quanto riguarda l’Italia, ai GOVERNI. A quello attuale (di Letta), come a quelli precedenti (Monti, Berlusconi, Prodi…), fautori, appunto, delle politiche liberiste degli ultimi 20 anni.

Tutta la retorica, che in Italia imperversa da almeno 20 anni, sui generici “politici” e sui partiti, ladri e corrotti, e che sarebbero tutti la causa principale dei problemi attuali, dal momento che “si sono mangiati tutto”, è una retorica tanto pervasiva, quanto fourviante.
Non è un caso che chi a suo tempo ha cavalcato tale retorica (Berlusconi, che amava definirsi un “imprenditore” e non un politico; Bossi, con i suoi discorsi su “Roma ladrona”), non ha portato alcuna “pulizia” nella politica, ma, anzi…

Veniamo ai partiti.
Checché se ne dica, i partiti esercitano un ruolo importantissimo in quasi tutti i paesi del mondo, anche là dove i casi di corruzione politica si contano sulle dita di una mano. Questi mancano solamente dove vigono dittature, o monarchie assolute, come in Arabia Saudita o nel Vaticano.

In realtà, i partiti –o almeno quelli comunisti o seriamente di sinistra- sono nati a suo tempo proprio come strumento per promuovere la democrazia (là dove non c’era o scarseggiava) e per favorire la partecipazione alla politica dei ceti popolari (là dove, almeno formalmente, la democrazia già c’era).
Paradossalmente, il partito classico è stato –e in molti casi è ancora- un ottimo strumento proprio per contenere la corruzione che ha sempre albergato negli ambiti del potere (politico e non), dato che attraverso di esso i ceti popolari riescono ad esercitare un minimo di controllo sulle istituzioni.

Per decenni il Partito Comunista Italiano è stato proprio un partito con queste caratteristiche. Anche per questo alla fine è stato fatto fuori (dava troppo fastidio).
I partiti di oggi in Italia (con pochissime eccezioni) ormai non hanno più nulla a che vedere con questo tipo di partito, essendo diventati sostanzialmente dei comitati elettorali.
Ma criticare, per questo, i partiti tout-court significa buttare il bambino con l’acqua sporca!

Anche perché quale sarebbe l’alternativa?
Nell’ultimo secolo e mezzo, solo le dittature, le monarchie assolute e il notabilato dell’Italia dell’ottocento (e che oggi, in nome del “superamento del ’900” sta tornando in auge).
Poi, qualcuno può anche fantasticare di “democrazia on-line”, ma prenderlo sul serio può essere pericoloso: esistono migliaia di modi per controllare, falsificare, distorcere, condizionare i dati su internet.

lunedì 20 gennaio 2014

Il PD rimane sempre il PD. Renzi o non Renzi...

Il processo di americanizzazione della politica italiana –che dura ormai da oltre 20 anni- è andato talmente avanti, che non solo la percentuale dei votanti si sta avvicinando alla loro media (60-70% da noi; 50% negli USA), ma si assiste ad una crescente personalizzazione della nostra politica.
Ormai si ragiona sempre più per “leader” e sempre meno per partiti. Addirittura nascono partiti personali e altri partiti già esistenti vengono spesso identificati con il loro leader (ad esempio si parla molto più di Vendola che di SEL).

La spinta verso una politica sempre più legata a determinati personaggi e sempre meno ai partiti è nata in Italia già dai primi anni ’90, sull’onda dell’inchiesta “Mani Pulite”, che scoprì Tangentopoli.
La campagna mass-mediatica seguita a tale stagione ha molto insistito sul ruolo negativo dei partiti nella vicenda (buttando, come al solito, il bambino con l’acqua sporca) e tacendo, viceversa, sull’altra parte chiamata in causa, ossia, quella degli imprenditori che corruppero i politici; anzi: le imprese in quegli anni vennero presentate come la parte “sana” del paese (d’altronde stava per iniziare la grande stagione privatizzatrice ed era proibito parlare male delle imprese private).
I partiti (e lo statalismo) vennero visti –a prescindere- tout-court come il male assoluto e fonte di ogni corruzione e malfunzionamento, per cui si lavorò per un ridimensionamento del loro peso e per il rafforzamento dei singoli leaders politici e tutto ciò venne presentato come una cosa positiva, più democratica (i cittadini che sceglievano direttamente la persona che andava a governare).

Ma, come è più o meno sempre accaduto negli ultimi 25 anni, tutte le misure e i cambiamenti che ci sono stati presentati come migliori, come più efficienti, come più democratici, come la soluzione dei problemi, ecc., alla fine si sono puntualmente dimostrati l’esatto contrario (le privatizzazioni “contro lo statalismo” si sono tradotte alla fine in una svendita del grande patrimonio industriale italiano agli stranieri, che oggi lo stanno smantellando).
L’estrema personalizzazione della politica ha prodotto fra l’altro, il “berlusconismo”, che in quanto a corruzione e “porcate” ha superato ampiamente il PSI craxiano e la DC.

In realtà per la maggioranza dei cittadini (quelli di estrazione popolare) è –paradossalmente- preferibile votare per un partito classico, che non per una persona. Non è per caso che la nostra Costituzione individui proprio nei partiti la base della partecipazione politica democratica.
Il partito tradizionale classico, infatti, aveva alla sua base una determinata concezione della società e dell’economia, e quindi un’ideologia (scusate la bestemmia), tale, per cui chi andava a governare era tenuto in larga misura a rispettare certi orientamenti di fondo e non poteva permettersi troppe libertà (doveva rendere conto ad una base organizzata e un minimo preparata e consapevole).

Viceversa, il leader è molto meno vincolato da questo punto di vista e può permettersi molte più libertà e quindi può essere molto più facilmente manipolabile da parte dei poteri forti.
Romano Prodi, ad esempio, andò al governo nel 2006 sulla base di un preciso programma, che poi ha largamente disatteso, finendo, invece, per portare avanti politiche che in quel programma non c’erano (l’ampliamento della base americana di Vicenza). Lo stesso Barack Obama venne eletto sulla base di un programma di 10 punti, dei quali ne ha realizzato soltanto uno (la c.d. “riforma sanitaria”), e anche quello in modo molto blando e discutibile.

Venendo al Partito Democratico e a Matteo Renzi.
Molta gente di sinistra in questi anni ha paventato la prospettiva, oggi divenuta realtà, ossia, che il sindaco di Firenze potesse prendere le redini del PD, in quanto ritenuto troppo “di destra”, nonché vicino a Berlusconi.
Altri, viceversa, ritengono che Renzi sia più adatto a rilanciare il PD, in quanto giovane e estraneo (?) ai vecchi “dinosauri” del partito, tipo i vari D’Alema, Veltroni e Bersani.

Chi ha ragione? Nessuno dei due!

In realtà il personalismo della politica è un fenomeno più di facciata, che reale. Non nel senso che decidono i partiti, bensì che sono le lobbies economico-finanziarie ad avere un immenso potere. E questo non solo in Italia, ma pure negli USA (Kennedy non è stato assassinato a caso).
Il “restyling” che il PD sta attuando attraverso il “giovane” Renzi non deve ingannare. Tale partito, infatti, presenta già fin dalla sua nascita una sua natura sociale: il grande capitale finanziario.
Il PD, tra l’altro, è il più fedele esecutore delle direttive europee dell’”austerity” (ossia, del massacro sociale) che perseguono praticamente solo gli interessi delle grandi banche, specificamente quelle tedesche.
Non è un caso che tale partito abbia governato (assieme a Berlusconi) con Monti e ora Letta (frequentatori della Trilateral e del Gruppo Bilderberg, gruppi semi-massonici ultra-liberisti).

La segreteria di Matteo Renzi, quindi, lungi dal rappresentare una “svolta” del PD, ne rappresenta invece il suo pieno sviluppo in perfetta continuità con il percorso iniziato nel 1989 (PDS-DS-PD).

venerdì 27 dicembre 2013

Nelson Mandela, grande eroe della lotta anticoloniale!

Dopo mesi di agonia, alla fine si è spento recentemente il grande Nelson Mandela.

E’ impossibile sintetizzare in un breve articolo la sua vita. Ma alcune osservazioni di fondo vanno fatte.
Mandela è stato l’eroe della lotta contro l’Apartheid.
Per chi non lo sapesse, l’Apartheid era un regime razzista e segregazionista del Sudafrica, governato allora dai bianchi, discendenti dei colonizzatori inglesi e olandesi. La grandissima maggioranza della popolazione, ossia i neri, non avevano di fatto cittadinanza e non potevano votare.

Per diversi decenni, Mandela, socialista, ha lottato contro quel brutale regime, fondando L’ANC (African National Congress), e facendosi, per questo, ben 27 anni di carcere. E divenendo poi presidente del Sudafrica una volta caduto il vecchio regime, nel 1994.
Fin qui è cosa nota.

Cosa meno nota ai più giovani (e forse dimenticata da molti altri meno giovani) è che i grandi campioni di “democrazia”, nonché “difensori dei diritti civili”, ossia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sostenuto fino alla fine tale regime repressivo.
E l’Apartheid non era solo razzismo: significava anche brutale sfruttamento della forza-lavoro di colore, soprattutto nelle miniere (il Sudafrica è ricchissimo di minerali) e povertà diffusa, sempre ovviamente tra la popolazione nera.
Dunque, Nelson Mandela e l’ANC non hanno dovuto combattere soltanto contro il regime sudafricano, ma di fatto anche contro gli USA e la GB.

Ma in questa lotta per fortuna non erano soli.
Un grosso e determinante aiuto è venuto dall’Angola (che il Sudafrica invase, attraverso la Namibia) e soprattutto da Cuba.
I cubani, infatti, hanno dato un aiuto determinante durante la guerra che gli angolani hanno dovuto sostenere contro l’invasore sudafricano. La battaglia decisiva fu quella (vinta) di Cuito Canavale, nel 1988, che ha permesso la liberazione dell’Angola e ha messo in crisi il regime sudafricano dell’Apartheid. Cosa che ha fatto sì che in seguito il regime dovette fare delle aperture –liberando Mandela- e che portarono, alla fine, a libere elezioni e alla vittoria dell’ANC.

La lotta eroica di Mandela e dell’ANC è stata, quindi, contro il colonialismo e tutte le varie forme con cui questo ancora oggi sopravvive.
Cessato, infatti –sull’onda del movimento anticoloniale del dopoguerra- il colonialismo politico diretto e ufficiale (e anche questo non ancora del tutto; diversi territori sparsi nel mondo ancora appartengono a GB, Francia e USA), vi è un altro colonialismo, più indiretto, basato sullo sfruttamento economico e su dittature e regimi vari “locali”, ma dipendenti di fatto –o comunque vicini- alle grandi potenze occidentali (vedi Israele e la sua brutalissima repressione del popolo palestinese).

Incredibile a dirsi, ma Nelson Mandela nel 1993 riesce ad ottenere pure il Premio Nobel per la Pace –difficilmente lo danno a chi non piace a USA e GB- anche se assieme a De Klerk (sarebbe stato troppo, sennò), ossia, l’allora presidente del Sudafrica, protagonista anche lui dell’apertura del regime all’ANC, ma, certo, molto meno eroico del primo.

Ma, morto Mandela, la lotta contro il colonialismo è tutt’altro che finita. E questo molti popoli del cosiddetto “Terzo Mondo” lo sanno bene, anche perché lo subiscono sulla loro pelle.
Numerose, infatti, sono le “guerre civili” o “guerre tribali” soprattutto in Africa, che –a differenza di ciò che ci fanno credere i nostri mass-media- sono in realtà guerre fomentate, finanziate e armate dalle potenze europee e soprattutto dagli USA, per ottenere indirettamente lo sfruttamento delle immense risorse, soprattutto minerarie e petrolifere, del Continente Nero (Sudan, Congo, Nigeria, ecc).

giovedì 19 dicembre 2013

ma sì, continuiamo a privatizzare....

La grande ondata privatizzatrice in Italia è iniziata negli anni ’90, sull’onda della “sbornia ideologica” liberista, per cui veniva messo ferocemente in discussione il ruolo dello Stato (considerato inefficiente, corrotto, se non ladro) nell’economia, in favore delle imprese private (considerate, viceversa, la parte “sana” della società).
Questa “sbornia ideologica” liberista, oltre ad aver favorito l’emergere di figure discutibili come Berlusconi (allora considerato solo un abilissimo imprenditore di successo), portò soprattutto il governo del Centro-sinistra Prodi a privatizzare enormi settori imprenditoriali e bancari, fino allora dell’IRI (da notare che paesi molto più avanzati ed efficienti di noi –tipo Germania e Francia- si sono guardati bene dal privatizzare settori di importanza strategica, come è stato fatto da noi). L'elenco sarebbe lunghissimo e ve lo risparmio.

I risultati?
Ora, mettiamo da parte i guadagni miliardari di imprenditori di dubbie capacità (e moralità), del calibro di Colaninno o Tronchetti-Provera e proviamo anche a dimenticarci che molte aziende e banche sono state svendute a prezzi bassissimi (quando valevano assai di più).

Passiamo alle conseguenze: intanto aziende italianissime sono passate nel giro di pochi anni in mano straniera (Alitalia ai francesi, Telecom agli spagnoli, Alcoa agli americani, solo per citare i casi più noti).
Poi, i tanto sbandierati miglioramenti del servizio si sono rivelati spesso un flop (Trenitalia investe praticamente solo sull’alta velocità, a scapito del servizio locale e pendolare, in condizioni da paese sottosviluppato).
I costi dei servizi molte volte invece di diminuire sono aumentati e i tagli sui posti di lavoro sono stati notevoli. Per non parlare di aziende che chiudono (l’Alcoa e, almeno in parte, l’Ilva).
Non è un caso che in diversi paesi europei (Francia, GB) alcuni servizi già privatizzati, vengono ri-pubblicizzati.

Ma veniamo ai giorni nostri.
Il Governo Letta, nell’intento di rispettare gli accordi europei sulla riduzione del debito pubblico (fiscal compact), vuole proseguire con le privatizzazioni. E’ possibile che la scelta di privatizzare sia dettata dalla volontà di attenuare il massacro sociale che si avrebbe praticando una politica di soli tagli.
Ma, per i motivi di cui sopra, le privatizzazioni si riveleranno comunque un massacro sociale, anche se un po’ più “soft”.

Naturalmente non viene presa nemmeno in considerazione l’idea di tagliare gli enormi sprechi e privilegi vari, oppure di prendere i soldi là dove ce ne sono, e pure in grande abbondanza.
Ad esempio, si continua a non voler contrastare seriamente la grande evasione fiscale. Si potrebbero tassare i grandi patrimoni, oppure le rendite finanziarie, oppure quantomeno una parte delle colossali ricchezze che la Chiesa Cattolica detiene in Italia, nonché il suo immenso giro d’affari e di interessi.

Naturalmente si finge di dimenticare il fatto che tutti i numerosi paesi che in passato hanno provato a ridurre il loro debito, attraverso massicci tagli alla spesa pubblica, sono andati incontro ad un clamoroso e totale fallimento (l’Argentina è solo il caso più noto), deprimendo fortemente la loro economia, riducendo in miseria la grande maggioranza della loro popolazione, compreso i cosiddetti “ceti medi”. E senza riuscire, nonostante tutto ciò, a ridurre significativamente lo stesso debito pubblico.

Mi sto sempre più convincendo che in questo contesto la prima cosa da fare è quella di riacquistare la nostra sovranità monetaria USCENDO DALL’EURO.
Certo, la sola uscita dall’euro non basta a risolvere i problemi di fondo, che sono dovuti alla crisi economica, effetto delle politiche liberiste degli ultimi decenni. Si tratta di una misura-tampone, che però, oggi come oggi si sta rivelando sempre più urgente.

martedì 3 dicembre 2013

Grillo, il M5S e Gramsci


Antonio Gramsci può essere considerato un semi-sconosciuto. Almeno in Italia (all’estero è molto più studiato che da noi).
In teoria tutti sanno chi è stato, molti lo citano, ma sono pochissimi quelli che veramente conoscono le sue geniali –è il caso di dirlo- analisi e intuizioni, anche a sinistra e perfino tra i comunisti. Il fatto che la frase sua di gran lunga più citata sia quella sugli “indifferenti” (che risale al Gramsci giovane, immaturo e ancora venato di idealismo) la dice lunga.
In realtà il “vero” Gramsci è quello delle Tesi di Lione, quello del “blocco sociale e storico”, dell’”egemonia”, quello dell’”intellettuale organico”, dell’”intellettuale collettivo”, delle “casematte”, del “senso comune”, eccetera.

Ma veniamo a Beppe grillo e al Movimento 5 Stelle.
In che modo ci può aiutare Gramsci?
Intanto con il suo discorso sull’egemonia (l’egemonia in Gramsci è la capacità di una classe sociale –in genere quella dominante- di far passare i propri interessi di classe come interessi generali della società).

In Italia negli ultimi 30 anni i ceti dominanti (banchieri, grandi imprese, gerarchia ecclesiastica, dirigenti vari), ossia la borghesia, hanno ripreso alla grande il controllo della società, sconfiggendo il movimento operaio, eliminando un partito come il PCI e qualsiasi altro partito seriamente di sinistra, “rottamando” –per usare un termine alla moda- la teoria marxista, ormai considerata “vecchia ideologia superata”.
Ora, è vero che la borghesia è, a sua volta, divisa al suo interno e i suoi vari settori sono spesso in guerra tra di loro. Ciononostante, essa esercita un’egemonia politico-ideologica talmente forte, che perfino il malcontento popolare e di classe –anche radicale- trova in parte espressione in un “movimento” borghese, quello del M5S di Grillo e Casaleggio (si chiama “movimento”, ma è un’azienda con tanto di titolare, che è Grillo).
Milioni di proletari, anche persone tradizionalmente di sinistra, oggi sono sempre più attratti dal M5S, a riprova di quanto l’egemonia della borghesia sul popolo italiano sia potentissima e pervasiva. E di quanto il “senso comune” –per usare sempre un concetto gramsciano- si sia spostato a destra.

Ma l’enorme seguito che il M5S riscuote fra i ceti popolari non deve trarre in inganno: la vera natura di questo movimento-azienda è squisitamente borghese. Ossia, la sua base sociale sono le piccole-medie imprese e anche quelle grandi, ma poco internazionalizzate e finanziarizzate. Che sono poi gli stessi settori sociali che fino a poco tempo fa seguivano Berlusconi, la Lega e Alleanza Nazionale, ma anche –nelle regioni cosiddette “rosse” - il PdS-DS-PD.
Oggi questi strati sociali risentono della crisi economica e delle politiche europee di austerità e non si sentono più tutelati dalle forze politiche “tradizionali”. Si stanno sempre più radicalizzando e seguono sempre più Grillo.
E in effetti le misure concretamente portate avanti dai pentastellati laddove governano gli enti locali sono a favore delle piccole imprese.

Anche qui vediamo quanto sia utile distinguere fra “base sociale” e “base di massa” di una forza politica. La prima è la classe sociale (o una parte di questa) che una determinata forza politica rappresenta effettivamente, ossia, è ad essa organica, mentre il secondo caso (“base di massa”) è composto da larghi strati di ceti popolari che seguono una determinata forza politica, anche se quest’ultima –al di là dei discorsi strumentali e demagogici- non persegue i loro interessi (o lo fa solo in minima parte), e, anzi, spesso persegue interessi opposti.
E’ il caso del “Movimento” 5 Stelle, che ha la sua base sociale nella piccola-media borghesia nazionale e la base di massa nei ceti popolari italiani, i quali si illudono di aver trovato finalmente un loro riscattatore.

Un altro concetto gramsciano sicuramente da tenere presente è quello di “sovversivismo delle classi dirigenti (o sovversivismo dall’alto)”.
Il M5S rientra –a mio avviso- pienamente in questa categoria.
E non tanto per la banale considerazione che Beppe Grillo e a maggior ragione Casaleggio (probabilmente il vero “padrone” del M5S) sono miliardari e il secondo è un grande imprenditore nella comunicazione (guarda caso…). Anche molti dirigenti comunisti storici erano di estrazione borghese.
Ma il vero motivo risiede nel fatto che, a differenza dei comunisti (almeno quelli seri), il M5S non organizza i ceti popolari e soprattutto non fa un lavoro di coscientizzazione di questi, attraverso un lavoro teorico-ideologico e di analisi complessiva. L’attività di Grillo –prendere di mira di volta in volta singoli personaggi o singole aziende, in modo estemporaneo e, almeno all’apparenza, senza un preciso disegno organico- non rientra in ciò. E di sicuro tale comportamento non rafforza i ceti popolari.

In questi ultimi decenni il movimento operaio e i comunisti hanno perduto un’importante “casamatta” (altro concetto gramsciano): quella teorico-ideologica.
Il disorientamento, la confusione, le divisioni che regnano nella sinistra nostrana e tra i comunisti, e quindi l’annullamento politico, ne sono una conseguenza.
Forse è proprio dal ricostruire la “casamatta” teorico-ideologica che occorre ripartire.
 

domenica 24 novembre 2013

Sarno, Sardegna, alluvioni e TAV

Che cosa c’entra –chiederà qualcuno- la tragedia che ha colpito la Sardegna la scorsa settimana e quella del 1998, che colpì la città di Sarno, con oltre 100 morti (e tante altre simili), con la TAV?
C’entra tantissimo.
In tutti i casi di cementificazione selvaggia (spesso abusiva, ma tanto poi sistematicamente condonata) e di mancato intervento sulla salvaguardia del territorio, ci sono in ballo gli interessi delle lobbies costruttrici. Anche dietro alla costruzione della TAV in Val di Susa (e non solo lì) ci sono in ballo gli stessi interessi.

Le ennesime provocazioni alla manifestazione dei NO TAV qualche giorno fa a Roma stanno a dimostrare che contro queste lobbies NON SI DEVE PROTESTARE.
Quando c’era il Fascismo ti punivano con l’arresto e il confino (se non peggio). Oggi ti lasciano apparentemente libero di manifestare, ma poi sistematicamente ti mandano i provocatori, di modo che così i mass-media -di solito collusi con i palazzinari- hanno facile gioco a scatenarti contro tutta l’opinione pubblica, facendoti passare per teppista.
Moderne tecniche di repressione.

Ritornando all’alluvione in Sardegna, ora immagino che qualcuno tirerà in ballo l’imprevedibilità dell’evento, secondo lo “stile-Alemanno” (ricordate la nevicata a Roma nel febbraio 2012?) e magari getterà tutte le colpe al cambio climatico. Curioso, in un paese come l’Italia, dove la classe dirigente economico-politica, particolarmente miope, non è mai stata granché sensibile a questo genere di tematiche.
Ma quando si tratta di giustificare mancati interventi di prevenzione o di tutela del territorio, di manutenzione/riparazione delle infrastrutture pericolanti (ponti, strade, acquedotti, ecc.), allora tutto fa brodo.
E sì, che in Italia nubifragi e alluvioni sono tutt’altro che inconsueti, e questo non solo negli ultimi anni, ma dalla notte dei tempi. Oltre al già citato episodio di Sarno, solo negli ultimi decenni ricordo numerosi alluvioni con morti e danni in varie parti dello Stivale, dalla Liguria, alla Versilia, al Piemonte, alla Sicilia, ecc. E, ancora più indietro, il famoso alluvione di Firenze del 1966 e quello del Polesine, negli anni ’50, per citare gli episodi più noti e tragici.

Insomma, diciamo che nel Bel Paese l’attività di prevenzione è in genere molto scarsa, quando non del tutto inesistente. Come d’altronde tutto ciò che non porta ad un immediato guadagno/tornaconto.
Ma additare, come di solito si fa, la “casta” dei politici serve a ben poco.
Il vero problema in Italia è lo strapotere delle lobbies del cemento.

Le imprese costruttrici da noi riescono –come da nessun’altra parte- a costruire praticamente dappertutto, sui letti dei fiumi, come sui pendii franosi, come su aree destinate all’agricoltura o al verde.
Tanto poi i condoni sono all’ordine del giorno.
E non solo: riescono a costruire spesso con materiali scadenti. Infatti non di rado crollano ponti e addirittura interi palazzi. Pur di guadagnare di più…

E, tornando alla TAV in Val di Susa, l’opera, che viene definita “strategica” a ben vedere lo è soltanto per le imprese costruttrici.
In Italia, grazie alle politiche sull’alta velocità, ci si mettono tre ore per andare da Roma a Milano (e questo potrebbe anche avere una sua utilità) e magari ci si mette quasi lo stesso tempo per andare da un quartiere di Roma all’altro.
Perché il trasporto locale viene trascurato, dato che è meno profittevole dell’alta velocità. Poco importa se poi milioni di pendolari ogni giorno devono sopportare disagi per andare al lavoro.
Il profitto –e solo quello- decide tutto.

Dunque l’inutile TAV in Val di Susa si fa. Anche se la stessa Francia è titubante a farla. Ma i palazzinari sono quanto mai determinati a violentare l’ambiente locale, pur di realizzare i loro profitti.

A proposito di lobby del cemento, lo Stato italiano (e quindi noi) dopo aver sborsato chissà quanti soldi per la progettazione del ponte sullo Stretto di Messina, ora che non si farà più dovrà (dovremo) pagare una penale di miliardi. Altri ingenti risorse nostre che si riversano su Impregilo e CO.
Ma per le lobbies del cemento i soldi si trovano sempre. Per la sanità, per le pensioni, per la scuola, per la cultura è il solito tantra: “non ci sono i soldi”.
E così Pompei cade in rovina. E con lei l’Italia.