Non bastava la spending
review, altri tagli sono in vista.
Il Governo Monti ha
approvato un disegno di legge "per la stabilità". Poco dopo, la stessa natura ha reagito con un terremoto molto, ma molto metaforico.
L'unica cosa che appare
buona di tale manovra è la riduzione dell'Irpef (la tassa sugli
stipendi), con una riduzione dal 23 al 22% per i redditi fino a
15.000 euro e dal 27 al 26% per quelli da 15 mila a 28 mila euro.
Tale vantaggio sarà, però,
ampiamente rimangiato dall'ulteriore aumento dell'Iva dell'1% (l'Iva
fa parte delle tasse indirette, ossia quelle socialmente più
ingiuste, dato che il povero paga lo stesso importo del
multimiliardario).
E naturalmente per i
pensionati o chi non ha un reddito regolare, cioè per i disoccupati
o i lavoratori precari, tale misura costituisce solo uno svantaggio.
Ma la vera batosta
riguarderà -tanto per cambiare- la sanità. Per la quale è prevista
una riduzione di spese di ben 1,5 miliardi di euro.
Le ripercussioni di ciò
saranno notevoli, dato che molte Regioni non sono in grado di
sobbarcarsi tali spese e quindi tutto ciò si tradurrà in un aumento
dei ticket e in un deciso peggioramento dei servizi.
Chiuderanno ancora altri
ospedali? Probabilmente sì, con tutte le conseguenze sui disagi di
tante persone, soprattutto anziane, che dovranno ricoverarsi in
luoghi sempre più distanti dalla loro abitazione. E diminuiranno
naturalmente anche i posti letto.
Difficile pensare che non ci
sarà un'ulteriore perdita di posti di lavoro, soprattutto precari,
anche in questo settore.
Ironia della sorte, ciò che
lo Stato italiano risparmierà dai tagli alla sanità, lo riperderà
di nuovo, grazie agli incentivi per le imprese private.
Dunque, per l'ennesima volta
lo Stato italiano da una parte risparmia, tagliando pensioni, lavoro,
scuola e servizi. Dall'altro lato ci rimette, con aiuti, incentivi ai
privati, continuando sostanzialmente a non contrastare l'immensa
evasione fiscale, a non tassare i grandi patrimoni nonchè le
colossali ricchezze della Chiesa e facendo enormi spese discutibili
(es: l'acquisto dei cacciabombardieri F35 per ben 15 miliardi). Chi
si avvantaggerà più di tutto saranno, neanche a dirlo, le banche,
che sul debito pubblico si stanno arricchendo in una maniera tanto
impressionante quanto incontrastata.
Prima gli italiani capiranno
che la faccenda del debito pubblico è solo una scusa per drenare
ricchezza dai cittadini (soprattutto dei ceti popolari) a favore
delle multinazionali, della finanza e dei ceti possidenti, e meglio
è.
il primo passo per emancipare un popolo e renderlo libero non è quello di farlo votare, bensì quello di istruirlo e renderlo consapevole e cosciente
sabato 27 ottobre 2012
giovedì 11 ottobre 2012
la vittoria di Chàvez è un messaggio anche per noi
Quando Hugo Chàvez vinse per la prima
volta le elezioni presidenziali in Venezuela, il paese caraibico era
ridotto veramente in pessime condizioni sotto numerosi aspetti.
Le ingenti ricchezze che derivavano dal petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo, erano distribuite tutte fra la ristretta elite della borghesia locale e soprattutto delle multinazionali del petrolio statunitensi, le quali facevano grossi affari con l'oro nero venezuelano a bassissimo costo. Il Venezuela era -di fatto- una semi-colonia USA, come un po' tutta l'America Latina.
La grande massa della popolazione venezuelana viveva in povertà, nelle baraccopoli, priva di un minimo di assistenza sanitaria, senza istruzionee completamente emarginata. A livello politico ciò si rifletteva in un astensionismo elettorale che toccava il 70%.
Da quando Chàvez è andato al potere (vincendo sempre democraticamente le elezioni) ha iniziato una politica totalmente innovatrice (nei fatti, non a parole, come siamo abituati in Italia) e ha radicalmente cambiato molte cose.
E' difficile sintetizzare in poche frasi tutti gli interventi della nuova Repubblica Bolivariana: dalle missioni per contrastare la povertà, all'assistenza sanitaria dentro le baraccopoli (mai vista prima), all'enorme impulso dato alla scolarizzazione (l'analfabetismo è quasi scomparso), alla costruzione di migliaia e migliaia di abitazioni per i baraccati, all'aumento dei salari, alla creazione di posti di lavoro e altro.
Per la prima volta nella storia la ricchezza prodotto del petrolio venezuelano è stata usata per il benessere del suo popolo. Il risultato è che alle ultime elezioni del 7 ottobre ha votato oltre l'80% degli aventi diritto (e meno male che da noi in Occidente si parla di Chàvez come di un quasi dittatore; forse per essere "democratici" bisogna fare come da noi: alimentare l'astensionismo e la sfiducia della gente verso la politica).
Anche in politica estera il presidente bolivariano non è stato da meno. Con una politica molto coraggiosa ha affrontato i giganti USA e ne ha ridotto, col tempo, influenza e potere, ma soprattutto è stato un potente traino e stimolo per la svolta progressista dell'America Latina degli ultimi 10 anni. Creando o rafforzando legami economici e politici con gli altri paesi di quel continente (come l'Alba, il Mercosur e altri) e perifino fuori, come dimostrano i rapporti saldi e crescenti con la Cina e con tanti altri paesi del mondo.
Non è stato semplice fare tutto ciò: Chàvez ha subito un tentativo di colpo di Stato, sventato all'ultimo momento, e ha dovuto affrontare una serie di altre insidie e difficoltà.
La vittoria di Chàvez lancia un messaggio anche a noi.
Il messaggio è che le politiche liberiste, che riducono i popoli in miseria, disoccupazione e senza assistenza, e minano la sovranità degli Stati (è successo in America Latina e in tante altre parti del mondo; ora sta accadendo in Europa) SI POSSONO SCONFIGGERE.
Ma per far ciò serve una sinistra VERA. Che rompa una volta per tutte con le politiche liberiste.
Le ingenti ricchezze che derivavano dal petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo, erano distribuite tutte fra la ristretta elite della borghesia locale e soprattutto delle multinazionali del petrolio statunitensi, le quali facevano grossi affari con l'oro nero venezuelano a bassissimo costo. Il Venezuela era -di fatto- una semi-colonia USA, come un po' tutta l'America Latina.
La grande massa della popolazione venezuelana viveva in povertà, nelle baraccopoli, priva di un minimo di assistenza sanitaria, senza istruzionee completamente emarginata. A livello politico ciò si rifletteva in un astensionismo elettorale che toccava il 70%.
Da quando Chàvez è andato al potere (vincendo sempre democraticamente le elezioni) ha iniziato una politica totalmente innovatrice (nei fatti, non a parole, come siamo abituati in Italia) e ha radicalmente cambiato molte cose.
E' difficile sintetizzare in poche frasi tutti gli interventi della nuova Repubblica Bolivariana: dalle missioni per contrastare la povertà, all'assistenza sanitaria dentro le baraccopoli (mai vista prima), all'enorme impulso dato alla scolarizzazione (l'analfabetismo è quasi scomparso), alla costruzione di migliaia e migliaia di abitazioni per i baraccati, all'aumento dei salari, alla creazione di posti di lavoro e altro.
Per la prima volta nella storia la ricchezza prodotto del petrolio venezuelano è stata usata per il benessere del suo popolo. Il risultato è che alle ultime elezioni del 7 ottobre ha votato oltre l'80% degli aventi diritto (e meno male che da noi in Occidente si parla di Chàvez come di un quasi dittatore; forse per essere "democratici" bisogna fare come da noi: alimentare l'astensionismo e la sfiducia della gente verso la politica).
Anche in politica estera il presidente bolivariano non è stato da meno. Con una politica molto coraggiosa ha affrontato i giganti USA e ne ha ridotto, col tempo, influenza e potere, ma soprattutto è stato un potente traino e stimolo per la svolta progressista dell'America Latina degli ultimi 10 anni. Creando o rafforzando legami economici e politici con gli altri paesi di quel continente (come l'Alba, il Mercosur e altri) e perifino fuori, come dimostrano i rapporti saldi e crescenti con la Cina e con tanti altri paesi del mondo.
Non è stato semplice fare tutto ciò: Chàvez ha subito un tentativo di colpo di Stato, sventato all'ultimo momento, e ha dovuto affrontare una serie di altre insidie e difficoltà.
La vittoria di Chàvez lancia un messaggio anche a noi.
Il messaggio è che le politiche liberiste, che riducono i popoli in miseria, disoccupazione e senza assistenza, e minano la sovranità degli Stati (è successo in America Latina e in tante altre parti del mondo; ora sta accadendo in Europa) SI POSSONO SCONFIGGERE.
Ma per far ciò serve una sinistra VERA. Che rompa una volta per tutte con le politiche liberiste.
venerdì 5 ottobre 2012
diversamente tagli
Le politiche pubbliche
rivolte a tutte quelle persone con difficoltà di inserimento
sociale, come possono essere i diversamente abili, quelli con
patologie mentali, i minori a rischio, e altri ancora, sono indice
del grado di maturità, di civiltà e di democrazia effettiva
raggiunta da un determinato paese.
E la società dimostra ancor più di essere progredita, nel momento in cui capisce che l'intervento di tipo meramente assistenziale -tranne, ovviamente, in casi gravi- non basta e forse in molti casi neanche serve: molte persone con problemi, hanno delle potenzialità a volte insospettabili e possono essere valorizzate. Tutto sta a essere messe nelle condizioni di poterlo fare.
Tutto ciò richiede un lavoro e, visto che siamo (e ci vantiamo di essere) in una società di "libero mercato", un certo impegno economico.
Molti passi avanti sono stati fatti nei decenni scorsi in tal senso.
Ma in questi ultimi anni le cose stanno cambiando. In peggio.
Dopo i tagli agli Enti Locali effettuati dal precedente Governo Berlusconi, ora sta arrivando la "spending review" di Monti. Ossia, i tagli.
Non certo ai finanziamenti alle scuole private o alle banche o a tutti quei (veri) sprechi che andrebbero, quelli sì, decurtati. No: si decurta sui servizi essenziali.
Il taglio del 5% del budget dei contratti e servizi stipulati dalla Pubblica Amministrazione difficilmente rimarrà senza conseguenze per quanto riguarda le cooperative e le associazioni (anche quelle no-profit) che si occupano di handicap.
Questo significa non solo che i lavoratori di questo settore, particolarmente delicato, vedranno abbassati i loro già miseri stipendi, ma anche che una serie di servizi indispensabili saranno cancellati o subiranno comunque un peggioramento della qualità.
E' da tenere poi presente che tali misure vanno ad aggravare una situazione già negativa, frutto di precedenti tagli a livello regionale (almeno nel Lazio, ma di sicuro anche in altre regioni).
Per quanto riguarda l'occupazione nel settore, l'Anfass (associazione nazionale che si occupa di disabilità intellettivo-relazionale) prevede la probabile perdita di ben 5.000 posti di lavoro in tempi molto brevi. Inoltre almeno 30 mila persone con disabilità rischiano di perdere servizi e strutture fondamentali, con grave danno per loro e pesanti ripercussioni sulle loro famiglie.
Ma non basta: la spending review si sta abbattendo anche sulla scuola e -visto che si parla di diversamente abili- pure sugli insegnanti di sostegno.
Per i quali non è previsto, in teoria, nessun taglio in modo esplicito (anche perchè già ce ne sono stati nel recente passato), però è in vista una manovra preoccupante, cioè, si intende specializzare tutti gli insegnanti nel sostegno, a scapito di quelli già esistenti e che da anni lavorano in modo specifico in quest'ambito con la loro professionalità.
Per cui in un probabile futuro ogni insegnante dovrà occuparsi anche del sostegno, venendo a decadere la figura specifica, con evidenti conseguenze negative, sia per gli insegnanti, che diventeranno dei fac-totum che si dovranno occupare di tutto, che per i ragazzi disabili, che dovranno usufruire di un servizio che per forza di cose sarà molto più scadente di quello una volta fornito da specifici insegnanti.
Se, tornando al discorso iniziale, il grado di civiltà, di progresso, di democrazia di un paese si misura anche dal modo come interviene sulle persone con problemi, non c'è dubbio che in Italia abbiamo già da anni imboccato la via del regresso e stiamo facendo non pochi passi indietro.
A volte viene da domandarsi
quanto siano (diversamente) abili gli ultimi governi italiani.
E la società dimostra ancor più di essere progredita, nel momento in cui capisce che l'intervento di tipo meramente assistenziale -tranne, ovviamente, in casi gravi- non basta e forse in molti casi neanche serve: molte persone con problemi, hanno delle potenzialità a volte insospettabili e possono essere valorizzate. Tutto sta a essere messe nelle condizioni di poterlo fare.
Tutto ciò richiede un lavoro e, visto che siamo (e ci vantiamo di essere) in una società di "libero mercato", un certo impegno economico.
Molti passi avanti sono stati fatti nei decenni scorsi in tal senso.
Ma in questi ultimi anni le cose stanno cambiando. In peggio.
Dopo i tagli agli Enti Locali effettuati dal precedente Governo Berlusconi, ora sta arrivando la "spending review" di Monti. Ossia, i tagli.
Non certo ai finanziamenti alle scuole private o alle banche o a tutti quei (veri) sprechi che andrebbero, quelli sì, decurtati. No: si decurta sui servizi essenziali.
Il taglio del 5% del budget dei contratti e servizi stipulati dalla Pubblica Amministrazione difficilmente rimarrà senza conseguenze per quanto riguarda le cooperative e le associazioni (anche quelle no-profit) che si occupano di handicap.
Questo significa non solo che i lavoratori di questo settore, particolarmente delicato, vedranno abbassati i loro già miseri stipendi, ma anche che una serie di servizi indispensabili saranno cancellati o subiranno comunque un peggioramento della qualità.
E' da tenere poi presente che tali misure vanno ad aggravare una situazione già negativa, frutto di precedenti tagli a livello regionale (almeno nel Lazio, ma di sicuro anche in altre regioni).
Per quanto riguarda l'occupazione nel settore, l'Anfass (associazione nazionale che si occupa di disabilità intellettivo-relazionale) prevede la probabile perdita di ben 5.000 posti di lavoro in tempi molto brevi. Inoltre almeno 30 mila persone con disabilità rischiano di perdere servizi e strutture fondamentali, con grave danno per loro e pesanti ripercussioni sulle loro famiglie.
Ma non basta: la spending review si sta abbattendo anche sulla scuola e -visto che si parla di diversamente abili- pure sugli insegnanti di sostegno.
Per i quali non è previsto, in teoria, nessun taglio in modo esplicito (anche perchè già ce ne sono stati nel recente passato), però è in vista una manovra preoccupante, cioè, si intende specializzare tutti gli insegnanti nel sostegno, a scapito di quelli già esistenti e che da anni lavorano in modo specifico in quest'ambito con la loro professionalità.
Per cui in un probabile futuro ogni insegnante dovrà occuparsi anche del sostegno, venendo a decadere la figura specifica, con evidenti conseguenze negative, sia per gli insegnanti, che diventeranno dei fac-totum che si dovranno occupare di tutto, che per i ragazzi disabili, che dovranno usufruire di un servizio che per forza di cose sarà molto più scadente di quello una volta fornito da specifici insegnanti.
Se, tornando al discorso iniziale, il grado di civiltà, di progresso, di democrazia di un paese si misura anche dal modo come interviene sulle persone con problemi, non c'è dubbio che in Italia abbiamo già da anni imboccato la via del regresso e stiamo facendo non pochi passi indietro.
venerdì 21 settembre 2012
Calamità naturali: io speriamo che me la cavo
Finora tutte le volte che in un qualunque angolo d'Italia si verificava qualche disastro dovuto a cause naturali, la notizia veniva ampiamente riportata dai più importanti mezzi di informazione, cioè, i telegiornali e i grandi quotidiani.
Anzi, a volte si esagerava pure nel riportarla, e spesso c'era la tendenza ad un'eccessiva drammatizzazione del fenomeno (verrebbe da dire quasi spettacolarizzazione, come se certi drammi fossero uno "spettacolo"). Drammatizzazione che poi non serviva a fare luce sulle responsabilità umane indirette, ossia, quelle di chi avrebbe dovuto svolgere un lavoro di prevenzione e di intervento in anticipo, laddove possibile e prevedibile, naturalmente.
Comunque sia, terremoti, alluvioni, incendi, grandinate, allagamenti, siccità, frane apparivano puntualmente sui nostri schermi (o giornali) quando questi accadevano in qualunque remoto angolo del Bel Paese.
Ma oggi sembra che qualcosa stia cambiando.
Nei giorni scorsi, le Isole Eolie (poco a nord della Sicilia, per chi non lo sapesse) sono state investite da violenti nubifragi, i quali hanno causato danni ingentissimi. Nessun morto, forse -e meno male- ma comunque danni tali, che la notizia avrebbe dovuto apparire prontamente sui mass-media.
Invece tale evento ha dovuto faticare parecchio prima di essere stato preso in considerazione dalla grande informazione mediatica (e comunque sottotono) e forse c'è arrivato anche grazie ad un intenso tam-tam che c'era stato su internet.
Senza arrivare a dire -come ha fatto qualcuno- che ci sia stata una vera e propria censura della notizia in questione, c'è da rilevare che le è stato dato un risalto decisamente debole e anche un po' tardivo. Perchè?
La cosa è da inserire probabilmente in un mutato clima politico-sociale rispetto agli anni e decenni scorsi. Il decreto n. 59 dello scorso maggio prevede che d'ora in poi lo Stato non risarcirà più in caso di calamità naturali. Saranno gli Enti Locali -se non gli stessi cittadini- a dover intervenire, per qualsiasi intervento di ricostruzione, di tasca propria.
Provvedimento che approfondisce ed aggrava una tendenza già da lungo tempo in atto in diversi ambiti. Ossia, lo smantellamento dello Stato Sociale e, con esso, del concetto per cui le istituzioni hanno il compito di intervenire a tutela delle condizioni di vita dei cittadini, garantendo un minimo di benessere e di servizi fondamentali.
Ufficialmente, perchè bisogna risanare il debito pubblico (ma i soldi si trovano sempre, e in grande abbondanza, quando si tratta di "aiutare" le banche, di finanziare le scuole private, di costruire le varie "cattedrali nel deserto", di acuistare i cacciabombardieri, ecc.).
E' vero che in passato molti Enti Locali (nonchè le varie lobbies, anche mafiose, che ruotano intorno a questi) hanno non di rado approfittato delle calamità naturali, per ricavare -amplificando l'entità dei danni- più soldi possibile dallo Stato. Ma, come al solito, prevale la logica di buttare via il bambino con l'acqua sporca, per cui invece di effettuare controlli a dovere, si preferisce semplicemente tagliare i fondi e far risparmiare soldi allo Stato sulla pelle dei cittadini più deboli o degli Enti Locali privi di sufficienti risorse per ovviare agli ingenti danni.
Una volta che è passata la scelta di non far intervenire più lo Stato in soccorso dei cittadini danneggiati dai cataclismi, il passaggio successivo è quello mass-mediatico. Ossia, chi controlla i grandi mezzi di informazione farà probabilmente in modo di nascondere, per quanto possibile, tali generi di notizie, per limitare il più possibile le polemiche relative al mancato intervento statale.
Staremo a vedere nei prossimi mesi e anni se effettivamente accadrà così. Però, certo, l'episodio delle Isole Eolie francamente lascia un po' perplessi.
lunedì 17 settembre 2012
Proteste nel mondo islamico. Non è solo religione
Ambasciate e consolati assaltati,
bandiere bruciate, catene ristoratrici devastate, ambasciatori uccisi
(quello USA in Libia). E poi scontri, sparatorie, morti e feriti.
Tutto il mondo islamico è in tensione, ovunque ci sono manifestazioni di protesta. Dal Pakistan al Sudan, dall'Iran alla Tunisia, dallo Yemen alla Libia, dal Libano al Marocco, dall'Afghanistan all'Egitto.
Il tutto sembra essere partito da un film ritenuto offensivo per la religione islamica. Sembra.
Le cose, come sempre, sono un po' più complesse: forse mai come in questo caso si tende a confondere la scintilla con la polveriera. L'offesa provocata dall'uscita del film può essere chiaramente paragonata ad una scintilla. Ma l'odio, la rabbia e la violenza che si sono scatenati in questi giorni in quei paesi hanno motivazioni che vanno ben al di là delle questioni strettamente religiose.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai ad essere presi di mira non sono i luoghi di culto di altre religioni (presenti in abbondanza in numerosi paesi a prevalenza islamica), bensì le ambasciate e i consolati. E, neanche a dirlo, soprattutto quelle americane. E ovunque, ad essere bruciate sono le bandiere degli USA e di Israele, non certo quella del Vaticano.
E quali sono queste motivazioni?
Di motivi ce ne sono diversi, ma ciò che su tutti sembra prevalere è l'ostilità contro le politiche dell'Occidente (USA, soprattutto, ma anche Israele ed Europa) degli ultimi anni, che si vanno a sommare a quelle della vecchia Europa colonizzatrice.
Politiche di guerra e di dominio. Diretto ed indiretto.
In quello diretto rientrano la guerra in Afghanistan, quella in Iraq e quella in Libia, nonchè il forte scalpitamento degli occidentali per invadere la Siria (e il loro appoggio ai "ribelli") e per attaccare l'Iran. E mi pare che non è poco.
Il dominio indiretto è più complesso e meno visibile, ma non per questo meno incisivo e dannoso (per loro) e meno fautore di odio e rancore da parte di quei popoli nei confronti degli Stati Uniti soprattutto.
Si tratta di tutti quei paesi retti da regimi autoritari (anche se alcuni appaiono formalmente "democratici") e i cui capi di Stato e i ceti dirigenti perseguono gli interessi euro-americani (oltre che quelli loro) a tutto danno delle popolazioni locali.
Spesso sono paesi produttori di petrolio, che vanno ad arricchire le grandi compagnie petrolifere occidentali e il ceto dominante locale, che ostenta uno sfarzo faraonico, mentre il popolo vive in gran parte in miseria.
Nel dominio indiretto rientrano pure le "rivoluzioni" chiaramente fomentate, armate e finanziate dall'Occidente e dai vari emirati oscurantisti amici di questo, come quella libica e quella siriana.
Ancora più grave è quanto è accaduto di recente in Sudan, dove la parte più ricca di petrolio, quella meridionale, si è scissa dal resto del paese, formando uno staterello, col chiaro appoggio -anche lì- degli USA, nella cui orbita gravita ora il Sud Sudan. E a tutto danno del resto del paese.
Non è un caso che uno dei luoghi dove ci sono stati incidenti gravi in questi giorni è Khartum, la capitale del Sudan.
Quando si verificano queste ondate di manifestazioni di protesta particolarmente forti e violente stiamo attenti a non cadere nella facile tentazione di dare un giudizio superficiale (e dettato dai forti pregiudizi che abbiamo nei confronti dei popoli islamici) e di bollare tali episodi come "fanatismo religioso".
Infatti, al di là della causa scatenante, ci sono quasi sempre motivazioni assai più profonde.
Tutto il mondo islamico è in tensione, ovunque ci sono manifestazioni di protesta. Dal Pakistan al Sudan, dall'Iran alla Tunisia, dallo Yemen alla Libia, dal Libano al Marocco, dall'Afghanistan all'Egitto.
Il tutto sembra essere partito da un film ritenuto offensivo per la religione islamica. Sembra.
Le cose, come sempre, sono un po' più complesse: forse mai come in questo caso si tende a confondere la scintilla con la polveriera. L'offesa provocata dall'uscita del film può essere chiaramente paragonata ad una scintilla. Ma l'odio, la rabbia e la violenza che si sono scatenati in questi giorni in quei paesi hanno motivazioni che vanno ben al di là delle questioni strettamente religiose.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai ad essere presi di mira non sono i luoghi di culto di altre religioni (presenti in abbondanza in numerosi paesi a prevalenza islamica), bensì le ambasciate e i consolati. E, neanche a dirlo, soprattutto quelle americane. E ovunque, ad essere bruciate sono le bandiere degli USA e di Israele, non certo quella del Vaticano.
E quali sono queste motivazioni?
Di motivi ce ne sono diversi, ma ciò che su tutti sembra prevalere è l'ostilità contro le politiche dell'Occidente (USA, soprattutto, ma anche Israele ed Europa) degli ultimi anni, che si vanno a sommare a quelle della vecchia Europa colonizzatrice.
Politiche di guerra e di dominio. Diretto ed indiretto.
In quello diretto rientrano la guerra in Afghanistan, quella in Iraq e quella in Libia, nonchè il forte scalpitamento degli occidentali per invadere la Siria (e il loro appoggio ai "ribelli") e per attaccare l'Iran. E mi pare che non è poco.
Il dominio indiretto è più complesso e meno visibile, ma non per questo meno incisivo e dannoso (per loro) e meno fautore di odio e rancore da parte di quei popoli nei confronti degli Stati Uniti soprattutto.
Si tratta di tutti quei paesi retti da regimi autoritari (anche se alcuni appaiono formalmente "democratici") e i cui capi di Stato e i ceti dirigenti perseguono gli interessi euro-americani (oltre che quelli loro) a tutto danno delle popolazioni locali.
Spesso sono paesi produttori di petrolio, che vanno ad arricchire le grandi compagnie petrolifere occidentali e il ceto dominante locale, che ostenta uno sfarzo faraonico, mentre il popolo vive in gran parte in miseria.
Nel dominio indiretto rientrano pure le "rivoluzioni" chiaramente fomentate, armate e finanziate dall'Occidente e dai vari emirati oscurantisti amici di questo, come quella libica e quella siriana.
Ancora più grave è quanto è accaduto di recente in Sudan, dove la parte più ricca di petrolio, quella meridionale, si è scissa dal resto del paese, formando uno staterello, col chiaro appoggio -anche lì- degli USA, nella cui orbita gravita ora il Sud Sudan. E a tutto danno del resto del paese.
Non è un caso che uno dei luoghi dove ci sono stati incidenti gravi in questi giorni è Khartum, la capitale del Sudan.
Quando si verificano queste ondate di manifestazioni di protesta particolarmente forti e violente stiamo attenti a non cadere nella facile tentazione di dare un giudizio superficiale (e dettato dai forti pregiudizi che abbiamo nei confronti dei popoli islamici) e di bollare tali episodi come "fanatismo religioso".
Infatti, al di là della causa scatenante, ci sono quasi sempre motivazioni assai più profonde.
mercoledì 5 settembre 2012
Toh, la disoccupazione aumenta. Ma va?
A volte è veramente incredibile come
certe notizie vengono riportate, quasi fossero eventi inaspettati,
quasi fossero calamità naturali, sulle quali nessuno può farci
niente, tantomeno prevederli.
E' il caso della notizia arrivata qualche giorno fa e che riporta i dati dell'Istat sull'aumento della disoccupazione in Italia negli ultimi anni.
I dati riportano che nel Bel Paese l'indice di disoccupazione è arrivato al 10,5% nel secondo trimestre del 2012, aumentando di ben 2,7 punti percentuali, rispetto al 2011. Un aumento veramente vertiginoso. Era dal 1999 che non si aveva un dato così elevato.
E l'allarme riguarda soprattutto, neanche a dirlo, la disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione dei 15-24 enni è del 35%, con forte aumento dallo scorso anno (in cui era già molto elevato).
Ancora più elevata è la disoccupazione femminile. Quasi la metà delle giovani donne del Mezzogiorno è in cerca di lavoro (48%).
Esiste un noto detto che recita così: "vuole la botte piena e la moglie ubriaca", per indicare chi non si rende conto che in molte circostanze, se si toglie da una parte, si deve poi aggiungere dall'altra, altrimenti il risultato è una perdita.
Sembra un discorso apparentemente semplice e scontato, eppure, strano a dirsi, ma -fuor di metafora- questo aumento della disoccupazione, risultato delle politiche recenti (e meno recenti) e prevedibilissimo, coglie ufficialmente tutti impreparati.
Negli ultimi 10 anni in Italia assistiamo ad un continuo aumentare dell'età pensionabile. Dai precedenti Governi Berlusconi al Governo Monti le riforme costringono i lavoratori over 60 a dover lavorare ancora per diversi anni.
Ora, è chiaro che se io aumento l'età pensionabile -a parità di lavoro- tolgo necessariamente occupazione ad altri, e quindi ai giovani.
Questo a parità di lavoro. Purtroppo il lavoro in Italia non è pari, ma sta diminuendo con gli anni e quindi gli effetti sui giovani (e meno giovani) sono ancora più devastanti.
Ma il problema non è soltanto l'età pensionabile. Mancano gli investimenti produttivi.
O, meglio, ci sono, ma sono scarsi e comunque molte aziende italiane preferiscono spostare la produzione all'estero (delocalizzazione).
Perfino la FIAT, sta, a poco a poco, smantellando le fabbriche sul territorio italiano. E questo, si badi, dopo aver ottenuto per anni e anni miliardi di euro di aiuti dallo Stato Italiano.
A differenza della Germania o di altri paesi, l'imprenditoria italiana è particolarmente restìa ad effettuare investimenti a rischio.
E tutto ciò produce disoccupazione. E precariato.
E sì che nel nostro paese già dagli anni '90 sono state realizzate diverse riforme del lavoro, le quali in teoria dovevano servire proprio a favorire gli investimenti e, con essi, a contrastare la disoccupazione.
A partire dalla cancellazione della Scala Mobile, all'introduzione di varie forme di contratti a termine, part-time, all'introduzione del lavoro interinale, e poi con forme sempre più precarie, tipo le collaborazioni e i contratti a progetto.
Il risultato è stato l'enorme crescita del lavoro precario. Ma la disoccupazione è rimasta lì.
Anzi, aumenta.
A tutto ciò vanno aggiunte le ultime manovre economiche del Governo Monti (tipo la "spending review"). I cui futuri effetti recessivi sono stati lamentati addirittura dal Presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi.
In realtà si potrebbe fare moltissimo per combattere la disoccupazione, il precariato e rilanciare gli investimenti produttivi. A cominciare dalla nazionalizzazione di tutte quelle grosse imprese che stanno per chiudere o che sono in crisi (e per le quali spesso lo Stato Italiano ha già speso tantissimi soldi, con incentivi e aiuti vari). Lo Stato -il privato non lo farà mai- può effettuare numerosi investimenti utili (acquedotti, trasporto pubblico, ecc.) e che producono lavoro.
Ma perchè accada tutto ciò, andrebbe rimessa completamente in discussione la filosofia economica che ha mosso gli ultimi governi italiani, ossia, il neo-liberismo.
E' veramente triste il fatto che decine di migliaia di giovani italiani (e spesso di cervelli) siano e saranno sempre più costretti ad andare all'estero per trovare un lavoro e per poter sperare in una sistemazione.
Ma sembra che l'unica cosa che veramente importa ai governi sia il rispetto dei conti statali e il calo del debito pubblico. Che però, nonostante ciò, aumenta lo stesso. Assieme alla disoccupazione.
E' il caso della notizia arrivata qualche giorno fa e che riporta i dati dell'Istat sull'aumento della disoccupazione in Italia negli ultimi anni.
I dati riportano che nel Bel Paese l'indice di disoccupazione è arrivato al 10,5% nel secondo trimestre del 2012, aumentando di ben 2,7 punti percentuali, rispetto al 2011. Un aumento veramente vertiginoso. Era dal 1999 che non si aveva un dato così elevato.
E l'allarme riguarda soprattutto, neanche a dirlo, la disoccupazione giovanile. Il tasso di disoccupazione dei 15-24 enni è del 35%, con forte aumento dallo scorso anno (in cui era già molto elevato).
Ancora più elevata è la disoccupazione femminile. Quasi la metà delle giovani donne del Mezzogiorno è in cerca di lavoro (48%).
Esiste un noto detto che recita così: "vuole la botte piena e la moglie ubriaca", per indicare chi non si rende conto che in molte circostanze, se si toglie da una parte, si deve poi aggiungere dall'altra, altrimenti il risultato è una perdita.
Sembra un discorso apparentemente semplice e scontato, eppure, strano a dirsi, ma -fuor di metafora- questo aumento della disoccupazione, risultato delle politiche recenti (e meno recenti) e prevedibilissimo, coglie ufficialmente tutti impreparati.
Negli ultimi 10 anni in Italia assistiamo ad un continuo aumentare dell'età pensionabile. Dai precedenti Governi Berlusconi al Governo Monti le riforme costringono i lavoratori over 60 a dover lavorare ancora per diversi anni.
Ora, è chiaro che se io aumento l'età pensionabile -a parità di lavoro- tolgo necessariamente occupazione ad altri, e quindi ai giovani.
Questo a parità di lavoro. Purtroppo il lavoro in Italia non è pari, ma sta diminuendo con gli anni e quindi gli effetti sui giovani (e meno giovani) sono ancora più devastanti.
Ma il problema non è soltanto l'età pensionabile. Mancano gli investimenti produttivi.
O, meglio, ci sono, ma sono scarsi e comunque molte aziende italiane preferiscono spostare la produzione all'estero (delocalizzazione).
Perfino la FIAT, sta, a poco a poco, smantellando le fabbriche sul territorio italiano. E questo, si badi, dopo aver ottenuto per anni e anni miliardi di euro di aiuti dallo Stato Italiano.
A differenza della Germania o di altri paesi, l'imprenditoria italiana è particolarmente restìa ad effettuare investimenti a rischio.
E tutto ciò produce disoccupazione. E precariato.
E sì che nel nostro paese già dagli anni '90 sono state realizzate diverse riforme del lavoro, le quali in teoria dovevano servire proprio a favorire gli investimenti e, con essi, a contrastare la disoccupazione.
A partire dalla cancellazione della Scala Mobile, all'introduzione di varie forme di contratti a termine, part-time, all'introduzione del lavoro interinale, e poi con forme sempre più precarie, tipo le collaborazioni e i contratti a progetto.
Il risultato è stato l'enorme crescita del lavoro precario. Ma la disoccupazione è rimasta lì.
Anzi, aumenta.
A tutto ciò vanno aggiunte le ultime manovre economiche del Governo Monti (tipo la "spending review"). I cui futuri effetti recessivi sono stati lamentati addirittura dal Presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi.
In realtà si potrebbe fare moltissimo per combattere la disoccupazione, il precariato e rilanciare gli investimenti produttivi. A cominciare dalla nazionalizzazione di tutte quelle grosse imprese che stanno per chiudere o che sono in crisi (e per le quali spesso lo Stato Italiano ha già speso tantissimi soldi, con incentivi e aiuti vari). Lo Stato -il privato non lo farà mai- può effettuare numerosi investimenti utili (acquedotti, trasporto pubblico, ecc.) e che producono lavoro.
Ma perchè accada tutto ciò, andrebbe rimessa completamente in discussione la filosofia economica che ha mosso gli ultimi governi italiani, ossia, il neo-liberismo.
E' veramente triste il fatto che decine di migliaia di giovani italiani (e spesso di cervelli) siano e saranno sempre più costretti ad andare all'estero per trovare un lavoro e per poter sperare in una sistemazione.
Ma sembra che l'unica cosa che veramente importa ai governi sia il rispetto dei conti statali e il calo del debito pubblico. Che però, nonostante ciò, aumenta lo stesso. Assieme alla disoccupazione.
lunedì 27 agosto 2012
Caso-Assange, Ecuador e Occidente
Recentemente si è parlato parecchio
del caso-Assange e del suo essersi rifugiato all'interno
dell'ambasciata ecuadoregna a Londra, nonché dell'accoglimento, da
parte dello Stato sudamericano, della sua domanda di asilo politico.
Ma, intanto, chi è Assange?
Molti di sicuro già lo sanno, ma forse non tutti.
Julian Assange è stato protagonista negli ultimi anni di una serie di rivelazioni -ottenute abilmente via web- su documenti segreti americani e un po' di tutti gli Stati del mondo e che vengono pubblicate sul sito di "wikileaks".
Naturalmente la pubblicazione di numerosi documenti segreti non può che dare fastidio ad una serie di governi, Stati Uniti in testa. Molti di quei documenti riguardano infatti le guerre in Afghanistan e in Iraq.
La Gran Bretagna preme per avere Assange, al fine di estradarlo in Svezia (dove è formalmente accusato di reati sessuali). Ma il fortissimo sospetto è che dalla Svezia Assange venga poi dirottato negli USA, dove rischierebbe addirittura la condanna a morte, per divulgazione di materiale segreto (e meno male che poi sarebbe la Cina a reprimere le voci critiche...).
Dunque, Julian Assange si trova (nel momento in cui scrivo) ancora nell'ambasciata dell'Ecuador.
Il quale si guarda bene dal consegnarlo alle autorità britanniche, nonostante le fortissime pressioni da parte degli inglesi. Arrivando a concedergli asilo politico.
Quest'ultimo fatto non solo non era per niente scontato, ma, anzi, costituisce una novità e un evento storico notevole: soltanto fino a pochi anni fa era impensabile che un piccolo Stato del Sudamerica (ma neanche uno grosso) si rifiutasse di cedere alle richieste di un paese come la Gran Bretagna, soprattutto, poi, quando si intuisce molto facilmente che dietro tale richiesta ci siano gli Stati Uniti.
Tale decisione è stata veramente coraggiosa e fa onore al nuovo Ecuador di Rafael Correa.
Questo episodio fa venire in mente il recente comportamento del Brasile di fronte alla richiesta, da parte dell'Italia, dell'estradizione di Cesare Battisti, accusato di terrorismo, e rifiutata da parte del governo carioca.
Le forti proteste e l'indignazione del Governo Berlusconi e di tanti italiani, apparentemente comprensibili, in realtà lo sono molto di meno se si tiene presente che di rifiuti simili (anzi, ben peggiori, soprattutto per i reati commessi) l'Italia ne ha subiti a decine negli scorsi decenni. Solo che finché sono la Francia, o gli USA o il Giappone a negarci l'estradizione di terroristi, criminali e stragisti, passi. Ma quando lo fa il Brasile -paese considerato (a torto) "inferiore" a noi- allora, e soltanto allora, scatta l'orgoglio nazionale e il senso di superiorità di essere un paese europeo (per modo di dire...).
Questi due episodi -quello dell'Ecuador con la richiesta del Regno Unito e quello del Brasile con l'Italia- sono emblematici di qualcosa che sta cambiando.
Oggi il continente sudamericano ha smesso di essere ciò che è stato per secoli, ossia, il "cortile di casa" degli Stati Uniti.
Il potente sviluppo economico, sociale, politico e culturale che sta sempre più abbracciando l'America Latina degli ultimi anni, sta portando delle trasformazioni veramente epocali. Basti pensare, ad esempio, che il Brasile ha recentemente sopravanzato l'Italia per la produzione industriale.
Il Sudamerica sta, finalmente, scrollandosi di dosso quella subalternità agli USA e all'Europa che l'aveva caratterizzata per lunghi secoli e fino a pochi anni fa.
Solo che, come spesso succede in questi casi, molti da noi in Europa e in Occidente in genere, non se ne stanno accorgendo, o -soprattutto- non vogliono o fanno finta di non accorgersene. E continuano ad ostentare un senso di superiorità nei confronti dei sudamericani, che, con il passare degli anni, sta diventando sempre più anacronistico, se non ridicolo.
Ma, intanto, chi è Assange?
Molti di sicuro già lo sanno, ma forse non tutti.
Julian Assange è stato protagonista negli ultimi anni di una serie di rivelazioni -ottenute abilmente via web- su documenti segreti americani e un po' di tutti gli Stati del mondo e che vengono pubblicate sul sito di "wikileaks".
Naturalmente la pubblicazione di numerosi documenti segreti non può che dare fastidio ad una serie di governi, Stati Uniti in testa. Molti di quei documenti riguardano infatti le guerre in Afghanistan e in Iraq.
La Gran Bretagna preme per avere Assange, al fine di estradarlo in Svezia (dove è formalmente accusato di reati sessuali). Ma il fortissimo sospetto è che dalla Svezia Assange venga poi dirottato negli USA, dove rischierebbe addirittura la condanna a morte, per divulgazione di materiale segreto (e meno male che poi sarebbe la Cina a reprimere le voci critiche...).
Dunque, Julian Assange si trova (nel momento in cui scrivo) ancora nell'ambasciata dell'Ecuador.
Il quale si guarda bene dal consegnarlo alle autorità britanniche, nonostante le fortissime pressioni da parte degli inglesi. Arrivando a concedergli asilo politico.
Quest'ultimo fatto non solo non era per niente scontato, ma, anzi, costituisce una novità e un evento storico notevole: soltanto fino a pochi anni fa era impensabile che un piccolo Stato del Sudamerica (ma neanche uno grosso) si rifiutasse di cedere alle richieste di un paese come la Gran Bretagna, soprattutto, poi, quando si intuisce molto facilmente che dietro tale richiesta ci siano gli Stati Uniti.
Tale decisione è stata veramente coraggiosa e fa onore al nuovo Ecuador di Rafael Correa.
Questo episodio fa venire in mente il recente comportamento del Brasile di fronte alla richiesta, da parte dell'Italia, dell'estradizione di Cesare Battisti, accusato di terrorismo, e rifiutata da parte del governo carioca.
Le forti proteste e l'indignazione del Governo Berlusconi e di tanti italiani, apparentemente comprensibili, in realtà lo sono molto di meno se si tiene presente che di rifiuti simili (anzi, ben peggiori, soprattutto per i reati commessi) l'Italia ne ha subiti a decine negli scorsi decenni. Solo che finché sono la Francia, o gli USA o il Giappone a negarci l'estradizione di terroristi, criminali e stragisti, passi. Ma quando lo fa il Brasile -paese considerato (a torto) "inferiore" a noi- allora, e soltanto allora, scatta l'orgoglio nazionale e il senso di superiorità di essere un paese europeo (per modo di dire...).
Questi due episodi -quello dell'Ecuador con la richiesta del Regno Unito e quello del Brasile con l'Italia- sono emblematici di qualcosa che sta cambiando.
Oggi il continente sudamericano ha smesso di essere ciò che è stato per secoli, ossia, il "cortile di casa" degli Stati Uniti.
Il potente sviluppo economico, sociale, politico e culturale che sta sempre più abbracciando l'America Latina degli ultimi anni, sta portando delle trasformazioni veramente epocali. Basti pensare, ad esempio, che il Brasile ha recentemente sopravanzato l'Italia per la produzione industriale.
Il Sudamerica sta, finalmente, scrollandosi di dosso quella subalternità agli USA e all'Europa che l'aveva caratterizzata per lunghi secoli e fino a pochi anni fa.
Solo che, come spesso succede in questi casi, molti da noi in Europa e in Occidente in genere, non se ne stanno accorgendo, o -soprattutto- non vogliono o fanno finta di non accorgersene. E continuano ad ostentare un senso di superiorità nei confronti dei sudamericani, che, con il passare degli anni, sta diventando sempre più anacronistico, se non ridicolo.
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