venerdì 19 settembre 2014

patriottismo, nazionalismo e la vicenda dei due Marò

Non sono mai stato una persona molto patriottica.
O forse sì: forse lo sono stato molto più di quanto io stesso me ne rendessi conto.
E, anzi, negli ultimi anni ho molto rivalutato l'importanza di una certa dose di patriottismo, che a ben vedere non è necessariamente in contraddizione con l'internazionalismo.

Di solito il patriottismo viene associato ad una matrice politica di destra, ma in realtà le cose non stanno proprio così: molto spesso i socialisti, i comunisti, i rivoluzionari hanno fatto appello al patriottismo (vedi ad esempio il noto slogan dei rivoluzionari cubani "patria o muerte").
Diciamo che non sono mai stato un nazionalista, ma quella è un'altra cosa.

Il patriottismo è un generico sentimento di amore verso il proprio paese, i suoi costumi, la sua cultura, i suoi usi.
Mentre per nazionalismo di solito si intende una teoria, che reputa un determinato popolo o nazione in una posizione di superiorità, rispetto agli altri. E questo sì, è tipicamente di destra.
Spesso, infatti, il nazionalismo è servito a perseguire o a giustificare politiche aggressive e di dominio di certi Stati nei confronti di altri più deboli, soprattutto durante il colonialismo (anche se poi a ben vedere chi beneficiava veramente dei vantaggi delle politiche aggressive era solo la classe sociale dominante; non certo il popolo o i soldati, che magari combattevano, loro sì, per sentimenti patriottici).

Ma molto spesso accade che il nazionalismo venga anche utilizzato strumentalmente proprio per camuffare l'opposto, ossia, una subordinazione di fatto.
Ad esempio, durante la dittatura golpista e sanguinaria in Cile, i militari facevano appello al nazionalismo, ma in realtà questo serviva a coprire la lunga mano degli Stati Uniti, i veri artefici, nonchè beneficiari di quella crudele dittatura.

Mentre, viceversa, un certo patriottismo, quando è legato alle esigenze di emancipazione di un popolo oppresso da un'altra nazione dominante, allora è sicuramente un fatto positivo e progressista.



Ha senso oggi in Italia essere patriottici?
Se lo si è nel giusto modo, sì.
Fin dal dopoguerra, infatti, il Bel Paese è stato ridotto ad una condizione di "sovranità limitata" di fatto.
Durante questi decenni gli Stati Uniti hanno condizionato pesantemente la politica italiana, arrivando perfino -tramite la Gladio- ad esercitare un ruolo nella stagione del terrorismo, tra l'altro facendo fallire il Compromesso Storico.

Ogni governo italiano per insediarsi deve avere prima il "placet" americano (mentre quello del popolo conta molto di meno, come abbiamo visto anche in questi ultimi anni).
Gli USA inoltre posseggono -attraverso la NATO- oltre 100 basi militari nel nostro territorio, dove per giunta alloggiano diverse decine di testate nucleari (e sono sempre loro a decidere se, come e quando usarle).
Come se non bastasse, gli yankees esercitano un notevole potere economico ed una fortissima influenza ideologica su di noi, grazie all'utilizzo di strumenti e tecniche di comunicazione sempre più raffinate e pervasive (TV, giornali/riviste, internet, social networks ecc.).
Oltre agli USA, l'Italia è subordinata anche all'Europa (essenzialmente alla Germania) che ci toglie sovranità economica, grazie all'Euro, e ci impone politiche economiche socialmente devastanti.

Dunque, il patriottismo è sicuramente utile laddove questo serve a battersi contro lo strapotere americano (e, in misura minore, tedesco) in Italia. Non lo è -anzi, è controproducente- quando invece copre la nostra reale suddittanza.

A livello politico-istituzionale, infatti, i sentimenti patriottici sono stati tirati fuori di recente in almeno 3 occasioni: nel 2003, con i caduti di Nassirya, in Iraq, sul caso Cesare Battisti in Brasile e attualmente con la vicenda dei due Marò in India.
Nel primo caso, quello di Nassirya, si è incitato all'orgoglio nazionale per coprire il fatto che abbiamo invaso militarmente un paese praticamente solo per supportare gli americani, che ce lo avevano richiesto (d'altronde anche Sarkozy s'è comportato allo stesso modo, ritirando in ballo la "grandeur" francese, in occasione dell'intervento in Libia, perseguito essenzialmente nell'interesse degli USA).

Il caso di Battisti, in Brasile, e dei due Marò in India è un po' diverso: lì ci troviamo di fronte ad una resistenza, da parte dell'Italia, a riconoscere l'aumentata importanza, sulla scena mondiale, di questi due paesi (nonchè la diminuita importanza dello Stivale).
I diplomatici nostrani, abituati da decenni a trattare India e Brasile come Stati del Terzo Mondo -e quindi con una certa sufficienza- ora si trovano in difficoltà di fronte ad una situazione mutata, che vede i due paesi in questione progredire e aumentare di peso sotto molteplici aspetti (pochi anni fa, ad esempio, entrambe i paesi hanno superato l'Italia come produzione industriale; e sono in continua ascesa, mentre essa da noi diminuisce anno per anno).

Da notare che nell'ambito dei rapporti politico-diplomatici poco importa se le persone in questione -Battisti e i due Marò- siano state realmente colpevoli o meno (ricordiamoci come il pilota americano responsabile della tragedia del Cermis -20 italiani morti!- venne subito rimpatriato negli States e nel relativo processo venne sostanzialmente assolto. Lì il messaggio diplomatico che gli americani ci hanno mandato era questo: a casa vostra comandiamo noi e facciamo impunemente come ci pare!)

Dunque, tirare in ballo il nazionalismo nel caso dei Marò equivale a farsi grandi contro un paese (che noi riteniamo) inferiore, mentre contemporaneamente ci dimentichiamo di essere poco più che una colonia degli USA, per giunta bistrattata.

Ancora più ridicola è l'esibizione di un presunto patriottismo (o nazionalismo) di fronte al fenomeno dell'immigrazione: l'ostilità nei loro confronti da parte di molte persone può essere definita solo in un modo: guerra tra poveri!
E non c'è assolutamente nulla di patriottico in ciò.
(a scanso di equivoci, NON mi piace bollare le persone che odiano gli extracomunitari come "razziste"; non solo perchè scadrei in un discorso moralista -poco utile- ma perchè tale ostilità ha di solito poco a che vedere con il razzismo vero e proprio; si tratta il più delle volte di mancata comprensione del fatto che gli immigrati -come d'altronde pure gli italiani non benestanti- sono alla fine vittime del capitalismo e delle sue molteplici forme di sfruttamento).

martedì 9 settembre 2014

L'attentato alle Torri Gemelle e l'invasione dell'Afghanistan


"La storia si ripete sempre due volte", diceva Marx, "la prima volta come tragedia e la seconda come farsa."
A giorni cade il 13 anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle di New York dell' 11 settembre 2001.
Questo episodio costituisce in tal senso un'anomalia: qui abbiamo contemporaneamente sia la tragedia che la farsa. Che tale attentato sia stato una tragedia, su questo c'è poco da discutere. Ma anche l'elemento farsesco non è mancato.

In effetti l'interpretazione mass-mediatica ufficiale lascia assai perplessi. La favoletta di Bin Laden, che, a capo di un'organizzazione fondamentalista islamica, pensa di portare avanti in questo modo la "guerra santa" contro l'Occidente infedele, fa acqua da tutte le parti.
Intanto la versione ufficiale sia dell'attentato che del successivo intervento militare in Afghanistan ha qualcosa di hollywoodiano: i "cattivi e prepotenti" che aggrediscono gente innocente, ma poi dopo "arrivano i nostri", i quali si battono per far trionfare il bene sul male.
E gli americani sono riusciti così tanto a far trionfare il "bene", che i soli soldati della coalizione morti nella guerra afghana hanno superato quelli delle Torri Gemelle (i morti fra i civili afghani sono ovviamente un numero molto superiore).

Ma torniamo all'attentato.
Non essendo io un ingegnere, non mi dilungherò troppo su questioni tecniche, anche se -da "profano"- faccio fatica a credere che un aereo possa riuscire a far crollare a terra un grattacielo di quelle dimensioni (è noto che anni fa a Madrid un grattacielo subì un incendio che lo distrusse completamente, ma la struttura portante, a differenza delle Torri Gemelle, rimase in piedi).
Ancora più incredibile è la storia del crollo del terzo edificio (il World Trade Center 7), avvenuto -così dice la versione ufficiale- per i calcinacci caduti dalle due Torri Gemelle sull'edificio (?!?!?).

Inoltre rimane un mistero l'impossibilità a reperire un video del (presunto) aereo finito quella stessa mattina sul Pentagono.
Quando si parla del Pentagono, si parla della struttura probabilmente più monitorata al mondo, intonro al quale ci saranno state centinaia di telecamere. Impensabile che non esistano dei video sull'episodio. Perchè i vertici americani non vogliono farci vedere quei filmati?
Ci sono, inoltre, una serie di altre incongruenze di tipo tecnico o organizzativo (relativi, ad esempio, al mancato intervento difensivo, ecc.) sui quali, non essendo un intenditore, preferisco tralasciare.


Desidero, invece, sollevare l'attenzione sull'assurdità della versione ufficiale dei fatti, dato che poi è quella che la maggioranza della gente dà per buona. E che invece, ad un'osservazione un po' meno superficiale -anche da non specialista- appare di scarsissima credibilità.

Se è vero che l'attentato alle Torri Gemelle fosse stato ideato, progettato e preparato da Bin Laden e da Al Qaeda per la causa della religione islamica, bisogna dire che gli organizzatori hanno commesso -dal loro punto di vista- una serie impressionante di errori madornali.

Tanto per cominciare, con un simile attentato -che, ricordiamo, ha avuto un impatto mass-mediatico eccezionale- l'immagine che si dà al mondo dell'islam è estremamente negativa: è quella di una religione di pazzi, fanatici, assassini, che uccidono, a freddo, migliaia di persone innocenti. Decisamente controproducente per la causa dell'islam!
Ma anche all'interno dello stesso mondo islamico gli attentatori non hanno fatto un grande affare: la condanna dell'attentato è stata totale e inappellabile da parte di tutti i paesi a prevalente religione islamica e di praticamente tutte le comunità mussulmane delle varie confessioni (sunniti, sciiti, ecc.) presenti nel mondo. Cosa tra l'altro prevedibilissima.
Come pensava Al Qaeda di poter sostenere una "guerra santa", alienandosi le simpatie del mondo intero, islamico compreso, è tutto da capire.

Non serve, poi, essere studiosi di strategie politico-militari per capire che non si può attaccare apertamente quella che è di gran lunga la più grande potenza politico-militare mondiale (e a quei tempi, nel 2001, si può dire anche l'unica), cioè gli Stati Uniti, senza subirne durissime conseguenze. Soprattutto se non si ha nemmeno l'appoggio di un'altra potenza. Sarebbe come se un coniglio provasse ad attaccare apertamente un leone.
I nostri mass-media, a dire il vero, ci riferivano che Al Qaeda era sostenuta dall'Afghanistan. Il cui livello di potenza era paragonabile a quello del Burundi.

Se almeno Bin Laden avesse avuto l'accortezza di attaccare, al posto delle Torri Gemelle, una base militare americana, magari in Medio Oriente, forse era possibile che qualche simpatia da parte delle popolazioni di quell'area l'avrebbe ottenuta (ma sarebbe stata comunque ampiamente insufficiente per sostenere uno scontro con gli USA).

In ogni caso è impossibile organizzare un attentato come quello dell'11 settembre 2001, senza che la CIA non lo venga a scoprire. Anche perchè risulta che Bin Laden avesse avuto buoni rapporti con la CIA durante l'invasione sovietica (e probabilmente anche dopo).
Tra l'altro qualche anno fa è venuta fuori la notizia che la CIA effettivamente sapeva bene della preparazione dell'attentato. Perchè non ha fatto nulla per impedirlo?

La risposta la possiamo ricavare osservando la cartina geografica dell'Asia: l'Afghanistan si trova quasi al centro di quel continente; all'est c'è la Cina, al sud il Pakistan e l'India, all'ovest l'Iran (vecchia spina nel fianco degli USA) e al nord, anche se non immediatamente confinante, abbiamo la Russia.
L'Afghanistan è un paese geograficamente strategico per gli Stati Uniti, nel cuore di un continente che oggi sta seriamente mettendo in discussione la loro egemonia economica globale. Gli americani DOVEVANO invaderlo a tutti i costi. E, per poterlo fare, serviva una valida giustificazione davanti a tutto il mondo.
L'attentato alle Torri Gemelle, guarda caso, è caduto a pennello.

lunedì 21 luglio 2014

USA, BRICS, Ucraina, Gaza....sarà guerra?

La scorsa settimana c'è stato un evento molto importante, per quanto riguarda i futuri assetti economico-politici mondiali. Tale evento -senza retorica- porrà le basi per un prossimo radicale mutamento dei rapporti di forza economico-politici nello scenario globale.
Quest'evento è stato talmente importante, che in Italia -e per la verità un po' in tutta Europa- tale notizia è passata quasi totalmente inosservata. Sembra quasi un silenzio-stampa. Invano ho provato a cercarla nei siti internet dei principali quotidiani italiani (ma anche in quelli francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi...). Se fossi un "grillino" direi: "questo non ve lo dice nessuno".

Ma di quale evento si tratta?
Parliamo del vertice dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) tenutosi il 15-16 luglio in Brasile, a Fortaleza.

Senza dilungarsi nei particolari, il dato importante emerso da quest'incontro è la creazione di una Banca di Sviluppo. Ossia, una banca alternativa alle due istituzioni finanziarie che hanno dominato l'economia mondiale fino ai giorni nostri (ed egemonizzati dagli Stati Uniti), ossia il FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la Banca Mondiale.
La differenza fondamentale tra la Banca di Sviluppo che stanno per realizzare i paesi del BRICS e il FMI e BM è che mentre quest'ultime condizionano pesantemente le politiche economiche degli Stati, in senso liberista, la prima non lo fa, lasciando piena libertà a quei paesi che vi attingono.
E questo è un enorme vantaggio per i paesi emergenti.

Le decisioni uscite fuori dal vertice di Fortaleza pongono le basi per una futura emancipazione di questi paesi (e non solo di questi) dal dollaro e quindi dagli USA. E stiamo parlando di paesi in cui vive il 40% della popolazione mondiale e le cui economie sono in forte crescita e supereranno in tempi non lunghi quelle dell'intero Occidente.
Non solo: al vertice sono stati invitati capi di Stato di diversi paesi, soprattutto dell'America Latina (Argentina, Venezuela, Ecuador, ecc.).
Ovvio che gli americani vedano tutto ciò come fumo nell'occhio e faranno di tutto per impedire lo sviluppo di tali dinamiche.


Ora, leggendo il titolo dell'articolo, qualcuno si chiederà che cosa c'entra l'Ucraina e Gaza con tale evento?
Moltissimo!

Chi si intende un po' di geo-politica e non si accontenta delle versioni dei nostri mass-media (sostanzialmente egemonizzate, o quantomeno influenzate dagli USA) dovrebbe avere ben chiaro che il colpo di Stato dei mesi scorsi in Ucraina (camuffato -malamente- da "rivoluzione") e le continue provocazioni contro la Russia (l'ultima è quella dell'aereo malese colpito; poi ci sono le sanzioni economiche, e tanto altro) costituiscono un tentativo, da parte degli Stati Uniti, di spingere la Russia verso la guerra. E ciò proprio per tentare di contrastare i paesi del BRICS, indebolendo uno di questi paesi (dato che gli USA sul piano militare sono, almeno in teoria, più forti della Russia, e possono contare pure sui paesi europei, grazie alla NATO).

Dunque, gli americani e il loro presidente Obama "Nobel per la pace", vogliono a tutti i costi scatenare una guerra contro la Russia, ma naturalmente la vogliono in Europa, ossia, lontano da casa loro: il tributo di sangue e di distruzioni dobbiamo essere noi europei a darlo, non certo loro.

E Gaza? Cosa c'entra Gaza con tutto ciò?
Apparentemente qui il discorso sembra non avere niente a che fare. Da decenni, infatti, Israele sta combattendo una guerra per cacciare via il popolo palestinese dalla sua terra, distruggendo le loro case, massacrandone la popolazione, e tutto ciò in barba a diverse risoluzioni dell'ONU, che dicono il contrario, ma che lo Stato sionista di Israele fa finta di ignorare, potendo contare quantomeno sul silenzio, se non sull'appoggio dell'Occidente, Stati Uniti in primis.

Ma gli eventi recenti sembrano aggiungere un altro elemento.
Al largo di Gaza è stato scoperto un giacimento di gas, che Hamas (l'organizzazione palestinese che governa la Striscia di Gaza) intendeva sfruttare, grazie all'aiuto di Gazprom (russa, per chi non lo sapesse).
Pochi giorni dopo tale decisione, ignoti caturano e uccidono i tre giovani israeliani e il governo di tale paese scatena il genocidio della popolazione di Gaza, invadendone il territorio.

Pura coincidenza?
Mah...
Fatto sta, che grazie agli Stati Uniti e a Israele si avvicina, a cent'anni di distanza dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, un nuovo possibile conflitto.

lunedì 14 luglio 2014

Grande, Renzi, è riuscito ad ottenere.....niente!

C'è una buona notizia per chi odia gli immigrati!
Oddio, la notizia, a dir la verità, è tutt'altro che buona. Ma per chi ha la lungimiranza di credere che il problema principale in Italia siano gli extracomunitari, è senz'altro un'ottima notizia.

Gli immigrati in Italia incominciano a diminuire.
Secondo i dati che l'ISTAT ha pubblicato recentemente, gli ingressi di extracomunitari nel nostro paese sono diminuiti, nel 2012, del 27,7%, rispetto al 2007.
Contemporaneamente aumenta il numero di stranieri che se ne va via dal Bel Paese (+17,9%).

A tali dati, però, andrebbe aggiunto un altro fenomeno, per comprendere meglio ciò che effettivamente sta accadendo: aumentano enormemente gli italiani che espatriano, in cerca di maggior fortuna all'estero.
Dunque, gli italiani hanno ripreso, dopo parecchi decenni, ad emigrare alla grande.

Entrambi i fenomeni di cui sopra sono evidenti indici di un peggioramento delle condizioni di vita nel nostro paese.
E, tanto per avere una conferma, la Caritas denuncia -dati alla mano- il raddoppio del numero dei poveri assoluti in Italia dal 2007 al 2012.
Cala, inoltre, la produzione industriale, del 6,7% nel 2012, rispetto all'anno precedente, e addirittura del 25% rispetto al 2008 (Corriere.it).
Naturalmente aumenta anche la disoccupazione (e il precariato; questo anche per le leggi sul lavoro).
Manco a dirlo, assistiamo ad un vero e proprio boom di chiusure aziendali (piccole-medie imprese, laboratori artigianali), nonchè di esercizi commerciali.

Arrivati a questo punto, la maggior parte degli italiani sarebbe portata "istintivamente" a dare tutta la colpa ai soliti politici "ladri", "magna-magna", "corrotti", ecc.
Niente di più sbagliato e fuorviante!
Anche perchè la crisi economica che attanaglia l'Italia, la ritroviamo -con poche varianti- negli Stati Uniti, in Giappone e in molti paesi europei (e non soltanto in Spagna, Grecia, Portogallo, ma anche in Francia, in Gran Bretagna e qualche accenno perfino in Germania).

Per carità, non che voglia difendere il nostro ceto politico attuale -certo, il peggiore dal dopoguerra; ma è anche il prodotto dell'ubriacatura anticomunista dall'89 in poi- ma il vero problema non è la "casta politica", bensì il CAPITALISMO.
Siamo in presenza di quella che Marx chiamava la crisi di sovrapproduzione di capitali (e quindi di merci), legata alla caduta tendenziale del saggio di profitto.

Senza addentrarci troppo alle questioni economiche, il dato di fatto è che tendenzialmente tutto il mondo capitalistico, e soprattutto tutti i paesi che nei decenni scorsi hanno adottato politiche liberiste, è in crisi.
La crisi anni fa si fece sentire pure in Cina (come conseguenza di quella occidentale). Ma il paese che da noi viene superficialmente bollato come "dittatura" o "totalitarismo", ha adottato politiche oculate di aumento della spesa pubblica, soprattutto indirizzata verso l'aumento dei salari -parliamo di aumenti seri e generalizzati; niente a che vedere con la buffonata elettorale degli 80 euro di Renzi- e degli investimenti.
Ed è riuscito, in questo modo, a far ripartire l'economia cinese, alla grande.

Torniamo all'Italia, le politiche fin qui adottate, ossia, quelle di contenimento del debito pubblico, attraverso il taglio delle spese per i servizi sociali, non hanno fatto altro che peggiorare la già profonda crisi economica, com'era facilmente prevedibile.
In questo contesto, assistiamo da parte del nostro esecutivo ad un lavoro, che è praticamente di sola propaganda e immagine, coadiuvato dai vari mass-media, ormai asserviti del tutto ai poteri forti.

L'Italia sarà obbligata nei prossimi anni a perseguire il pareggio di bilancio e a portare avanti i pesantissimi tagli che impone il fiscal compact.
Nonostante la retorica mass-mediatica, nella quale si è parlato di "austerità flessibile", Matteo Renzi, nell'incontro con il premier tedesco Angela Merkel non è riuscito ad ottenere nulla di sostanzioso.
Per cui, aspettiamoci altri tagli e stangate...

mercoledì 18 giugno 2014

Berlinguer, al di là del mito

 
La prima domanda che viene in mente quando si pensa ad Enrico Berlinguer è: perché la sua figura è diventata oggi un mito per tanta gente di sinistra (e non solo)?

Vedo essenzialmente 3 motivi:
il primo è che durante la sua segreteria il PCI riuscì ad ottenere il record storico dei voti, alle elezioni politiche del 1976 (ma non il record degli iscritti, risalente al periodo togliattiano).
Il secondo motivo è che dopo di lui i comunisti e la sinistra hanno avuto come dirigenti figure assai mediocri. E’ chiaro che al confronto di personaggi quali Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Cossutta, Bertinotti, Vendola, ecc. Berlinguer appare veramente come un gigante (ma il discorso cambia se lo si paragona a Gramsci, Togliatti o a Longo, personaggi di statura, secondo me, maggiore).
Il terzo motivo è quello relativo alla questione morale, ossia, alla sua denuncia della deriva morale dei partiti, sempre più tendenti verso macchine di potere corrotte. Una denuncia importante e tempistica (oltre 10 anni prima di “Mani Pulite”), che Berlinguer avrebbe dovuto, però, ricollegarla in modo chiaro alle dinamiche del capitalismo e a come questo s’è sviluppato in Italia.

 
Fin qui il mito.
Una valutazione di Enrico Berlinguer più “concreta” richiede ben altre considerazioni (che, certo, in un articolo breve come questo non possono che essere trattate in modo schematico e semplicistico).

Intanto ci sarebbe da dire che una figura come Berlinguer deve essere necessariamente considerata sotto diversi aspetti: sotto l’aspetto morale, politico e ideologico.
Per l’aspetto morale va detto che sulla rettitudine di Berlinguer non ci piove. Un personaggio di un’onestà, una correttezza, una serietà oggi quasi inimmaginabili (Beppe Grillo, il grande “fustigatore di costumi” dei tempi nostri non possiede neanche un millesimo della serietà che aveva il segretario del PCI; ma lo stesso discorso vale anche per Renzi).

Indubbiamente Enrico Berlinguer è stato anche una grandissima mente politica. Una persona dotata di notevole intuito e anche non poco coraggiosa.
Intuì in anticipo la crisi a cui stavano andando incontro l’URSS e i paesi del Patto di Varsavia. Riuscì ad essere fortemente innovativo e a tentare strade nuove -magari non sempre azzeccatissime- in modo coraggioso e senza cullarsi nell’esistente.

Sulle enormi qualità di Berlinguer si potrebbe ancora parlare a lungo.
Ma una valutazione che tenga conto di tutti gli aspetti non può non tenere presente anche i limiti e gli errori commessi dal comunista sardo.

Il più forte limite di Berlinguer era –a mio avviso- di tipo teorico-ideologico (un aspetto, quest’ultimo, in genere sottovalutato, ma molto più “concreto” di quanto comunemente si immagini).
L’allora segretario del PCI aveva –per quanto si possa cogliere- una visione troppo incentrata sugli aspetti strettamente politici, mettendo in secondo piano le dinamiche sociali e di classe.

Ciò emerge intanto dal TIPO di critica che egli esercitò nei confronti dell’Unione Sovietica. Intendiamoci: di motivi per criticare l'URSS ce n'erano a bizzeffe, solo che invece di tentare di mettere in luce –da buon marxista- le contraddizioni socio-economiche di quel paese, si limitò a denunciarne il carattere autoritario e antidemocratico.
Ma ancora di più si nota nella sua concezione del Compromesso Storico, visto essenzialmente come un accordo politico. Berlinguer probabilmente riteneva che una volta ottenuto il consenso dell’allora segretario della Democrazia Cristiana (Aldo Moro) e del Presidente degli Stati Uniti (Jimmy Carter) il grosso era fatto. Purtroppo i fatti successivi (uccisione di Aldo Moro, Preambolo della DC) hanno brutalmente dimostrato che non era così. E che il vero potere –in una società capitalistica- è lungi dall’identificarsi col potere politico formale (come non si stancava di ripetere Marx).

Connessa al tentativo di realizzare il Compromesso Storico è la nota decisione di accettare “l’ombrello della NATO”. Decisione secondo me discutibile: la NATO era ed è tutt’altro che un “ombrello”, bensì una macchina da guerra. E infatti, il PCI ha accettato la NATO, ma la NATO per tutta risposta ha continuato a non accettare il PCI.

Ma la domanda più grande che mi pongo è un’altra: premesso che l’accettazione della NATO da parte di Berlinguer era subordinata alla realizzazione del Compromesso storico, per quale motivo, una volta divenuto fin troppo esplicito il rifiuto di questo da parte della DC (e degli USA), il PCI non ha pensato di rivedere tale accettazione? Forse la decisione di accettare la NATO non era di natura tattica ma strategica?
Certo, tali questioni sono da vedere nel quadro delle relazioni internazionali, in cui il PCI aveva rotto con i paesi del patto di Varsavia (URSS in testa) e in cui si rivelò un fallimento l’effimera esperienza dell’Eurocomunismo, per cui il partito rischiava di ritrovarsi isolato.
Ma allora esistevano anche i paesi non allineati. Possibile che l’unico orizzonte fosse solo l’Occidente e i relativi partiti socialdemocratici?

Un’altra questione riguarda il rapporto tra il PCI e i movimenti giovanili del 68 e dintorni. Enrico Berlinguer, a differenza di Longo (il quale, però ebbe problemi di salute e non poté seguire bene gli eventi) rimase sempre restìo ad instaurare buoni rapporti col movimento del ’68. Perché?
Un rapporto proficuo con quei movimenti avrebbe da una parte arricchito il PCI e dall’altra avrebbe evitato, almeno in parte, il prodursi di certe fratture e le relative derive estremistiche, emerse soprattutto nella seconda metà degli anni settanta.

A giustificazione dell'operato di Berlinguer c’è tuttavia da considerare che la situazione politica italiana soffriva in quegli anni di un vero e proprio blocco: la Guerra Fredda e la condizione di sovranità limitata in cui versava –di fatto- il Bel Paese, impedivano al PCI di andare al governo, anche se avesse preso la maggioranza dei voti (gli americani erano già pronti a fare un colpo di Stato nell’eventualità).
Berlinguer fece un tentativo, molto coraggioso –egli rischiò anche la pelle- di sbloccare tale situazione. E non potendo fare troppe forzature, tentò una strada “morbida” e conciliante.
Ma non gli riuscì: il capitalismo e la borghesia sono per loro natura rapaci e poco disposti a conciliare.

martedì 10 giugno 2014

l'enorme differenza tra essere informati, e avere una coscienza politica

Partiamo da un presupposto del tutto irrealistico: supponiamo, per assurdo, che tutte le informazioni che ci giungono dai mass-media o dalle varie forze politiche siano attendibili ed imparziali.

Quindi, diamo per buono che tutti i paesi che gli Stati Uniti intendono attaccare (spingendoci a farlo anche noi) siano, guarda caso, tutti governati da feroci dittatori (o, come si dice, dei “novelli Hitler”). Diamo per buono che in Italia tutto funzionerebbe ottimamente, se non ci fossero gli unici problemi del paese, ossia, il debito pubblico, gli immigrati, l’eccessivo statalismo, il costo del lavoro troppo alto e poco flessibile, l’INPS sempre in rosso… E diamo per buono che tutti gli esponenti della forza politica XY siano bravi e onesti, mentre tutti gli altri siano inevitabilmente ladri, corrotti, quando non mafiosi.
Diamo, ancora, per buono che il Papa, il clero cattolico e tutti i militanti delle relative associazioni siano tutte persone squisite, sempre sorridenti, generose, umili, piene di amore verso il prossimo (banchieri dello IOR e preti pedofili compresi, naturalmente) e che si prodigano tutti i santi (è il caso di dirlo) giorni per aiutare i poveri e i bisognosi, mentre chi crede in altre confessioni lo sia molto di meno, e in modo particolare i musulmani, i quali, viceversa, sono brutti, prepotenti, rozzi, antipatici, violenti, mezzi terroristi, invasati di odio e la cui unica ossessione è quella di costringere noi occidentali a convertirci all’islam, o in alternativa ad ucciderci senza pietà.
E diamo per buono che….no, vabbè, può bastare.

Nella società moderna siamo letteralmente bombardati da centinaia, se non migliaia, di notizie: dall’ultimo flirt dell’attrice x, alla colazione del principe y, al neonato figlio del calciatore z, all’attentato terroristico nel Bahrein.
In teoria dovremmo avere tutti, a causa di ciò, un elevatissimo livello di consapevolezza sulla nostra società, sul mondo in cui viviamo, il che dovrebbe tradursi in una buona coscienza politica diffusa (palesata dal crescente astensionismo elettorale).

Ironia a parte, per ottenere un livello di coscienza politica adeguata il problema non è la quantità delle informazioni, ma IL MODO COME VENGONO ORDINATE ED INTERPRETATE.

Il primissimo passaggio per interpretare le notizie è quello, intanto, di ordinarle per importanza. Potrebbe sembrare una banale questione di buon senso, ma molto spesso non è così. Anzi, a volte serve un elevato livello di professionalità e di esperienza in un campo per distinguere un’informazione significativa, da un’altra che appare tale, ma non lo è.
Un secondo passaggio importante è quello di capire qual è la fonte delle notizie (sarebbe anche da verificarne l’attendibilità, ma ovviamente non è un lavoro alla portata di tutti; ma già tenere ben presente la fonte, può essere intanto un passaggio utile).

Dopodiché si passa alla decifrazione vera e propria. Ottenere migliaia e migliaia di notizie, se poi non sappiamo come interpretarle, serve a ben poco, o potrebbe essere addirittura fuorviante.
Mi viene in mente un esempio un po’ estremo (ma tutt’altro che infrequente!): due persone che abitano nella stessa casa, o nella stessa camera (mettiamo marito e moglie), i quali, dopo anni ed anni di frequentazione quotidiana –dalla quale hanno potuto trarne miriadi di informazioni sull’altra persona- scoprono alla fine di non conoscersi affatto e di essersi fatti un’opinione assai distorta dell’altra persona.
Ecco un esempio lampante di come a volte il bombardamento di notizie possa servire a ben poco, se poi non si sa come interpretarle. E se ciò può accadere e accade tra due conviventi, figuriamoci tra i cittadini e i personaggi politici (o i partiti)!

Le dinamiche sociali –e, di conseguenza quelle politiche- presentano un tale livello di complessità e di articolazione, che è estremamente difficile farsi un’opinione adeguata su una determinata politica, sulla base di semplici informazioni (anche supponendo che queste siano attendibili).
Una comprensione un minimo adeguata –e, quindi, un principio di coscienza politica- può darsi soltanto sulla base di una VISIONE COMPLESSIVA della società, quella che comunemente chiamiamo “ideologia”.
La vera e propria coscienza politica si ha nel momento in cui una persona diventa consapevole di far parte di un determinato settore sociale e di quali interessi questo settore esprime. A livello più generale, è la consapevolezza di far parte di una determinata classe sociale.

Non è certo col “bombardamento” di notizie sulla disonestà dei politici, che si crea una coscienza politica. Con tale metodo l’unico risultato è provocare indignazione, rancore, ma anche pregiudizi, e infine sfiducia. Oppure, la disponibilità da parte di numerose persone a seguire ciecamente qualunque leader carismatico che APPAIA più onesto o comunque migliore degli altri (che poi lo sia veramente è tutto da dimostrare).
Quando Marx, Lenin e Gramsci hanno elaborato le loro concezioni teoriche miravano proprio a realizzare una coscienza politica e di classe ai lavoratori, ai ceti popolari. Anche loro avrebbero potuto rivelare numerose notizie circa i politici disonesti, ma si sono ben guardati da simili banalità “grilline”: il loro obbiettivo era molto più nobile.

Un’ultima osservazione: stiamo molto attenti alle miriadi di “notizie” che circolano sul web, spesso con filmati dubbi. Molte di esse sono bufale e purtroppo il comportamento diffuso in tante persone è quello di condividere in modo meccanico tali “scoop”, senza domandarsi quanto ci possa essere di vero.

giovedì 29 maggio 2014

alcune considerazioni sui risultati delle elezioni

Forse la sto prendendo un po’ troppo “larga”, ma parlare di Europa senza prima inquadrare il continente all’interno delle recenti dinamiche mondiali è limitante.
La tendenza mondiale –molto sinteticamente- è la seguente: negli ultimi anni stanno sempre più emergendo i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a livello economico, ma sempre più anche politico.
Gli Stati Uniti si trovano in grave difficoltà di fronte a tale ascesa e tentano quantomeno di legare a sé il più possibile i paesi europei, staccandoli soprattutto dalle relazioni con la Russia. Contro la quale gli USA stanno praticando una politica decisamente aggressiva, anche se in modo (neanche tanto) indiretto (vedi Libia, Siria e soprattutto Ucraina). Agli americani conviene, agli europei decisamente meno, dato che un deterioramento serio dei rapporti con la Russia, avrebbe ripercussioni economiche gravi per i paesi dell’UE (Italia compresa), già alle prese con una pesante crisi economica.

L’Europa, infatti, si trova, per la prima volta da secoli, in una fase di declino economico, politico, culturale e morale.
La crisi economica è da attribuire al meccanismo di funzionamento del capitalismo (vedi Marx). Il problema è che le scelte dell’Unione Europea –e in modo particolare dei paesi che hanno aderito all’euro- sono le peggiori che possano essere fatte in un contesto di crisi: riduzione del debito pubblico, attraverso pesanti tagli al salario, alle pensioni, alla sanità, ecc. (che naturalmente vanno ad incidere soprattutto, se non esclusivamente, sui lavoratori e sui ceti popolari). Così la crisi si alimenta e si aggrava come un circolo vizioso.
L’unico paese che ne sta uscendo economicamente bene è la Germania, e proprio grazie all’euro e alle politiche di cui sopra (fiscal compact). In pratica, sta facendo pagare la sua floridità ai paesi deboli (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.).

Detto ciò, il comportamento elettorale degli europei riflette nel complesso tale stato di crisi e di decadenza. Comportamento che si esprime in modi diversi e contraddittori: dalla sfiducia (astensionismo, che a livello europeo non è aumentato, ma rimane elevatissimo), alla contrarietà, o quantomeno allo scetticismo nei confronti dell’Europa, da intendersi non come rifiuto dell’Europa unita in sé, quanto come rigetto delle politiche economiche dominanti nel continente.
Il dissenso (o euroscetticismo) è in netta crescita dappertutto.
Curiosamente l’unico paese dove le forze centriste e filo-UE tengono è, guarda caso, la Germania, ossia, l’unico paese che dall’introduzione della moneta comune ci ha guadagnato. Ma persino lì l’euroscetticismo è in leggera crescita (sull’Italia ritornerò più avanti).
Per il resto avanzano in modo notevole i partiti in diversi modi critici verso l’UE e verso l’euro.

Il cosiddetto “euroscetticismo” (termine ovviamente riduttivo) presenta –semplificando- due facce: quella di destra, che magari parte da un atteggiamento critico anche legittimo, ma che sfocia sostanzialmente ad una reazione di tipo nazional-egoista (stile: pensiamo a salvarci noi, degli altri poco ci importa). Il successo di questa opzione è particolarmente netto in Francia, in Gran Bretagna, in Austria e anche altrove.
E poi c’è la crescita delle forze di sinistra (cosiddetta “radicale”; ossia, quella che difende i ceti popolari e non il capitale finanziario). Crescita molto consistente in Grecia (dove Syriza è addirittura il primo partito), in Portogallo, in Spagna e in Irlanda –i paesi più colpiti dalle misure di austerità imposte dall’Europa- ma anche nell’insospettabile Belgio, nella Repubblica Ceca e altrove.
Infatti il GUE/NGL passa da 35 a 49 deputati.

 

E veniamo all’Italia. Chi ha vinto?
Sicuramente l’astensionismo. Ossia, la sfiducia, la rassegnazione. Che implica, nella maggior parte dei casi, un’insoddisfazione di fondo.
Poi, contrariamente alle previsioni (anche mie), il M5S non ha sfondato. Ma il 20% rappresenta comunque un risultato notevole per una forza politica relativamente giovane (Beppe Grillo a parte) e che gestisce poco potere.
Non mi dilungo sui limiti di tale “movimento”, dato che ne ho già ampiamente trattato. Mi limito ad osservare che nella Parma di Pizzarotti il M5S ha ottenuto un risultato in linea con l’Emilia Romagna e con quello nazionale, segno che Pizzarotti non ha entusiasmato granché e che un conto è opporsi, urlare e criticare, un altro è governare.

Il 40% del PD di Renzi può essere considerato un risultato storico?
Direi proprio di no. In termini assoluti il PCI (e taccio sulla DC) riuscì ad ottenere nelle politiche del 1976 un milione e mezzo di votanti in più, laddove gli elettori erano 40 milioni, invece dei 49 milioni di oggi. Cioè, calcolando il consenso reale -ossia, sul totale degli elettori- quello del PCI del 1976 era del 31,2%, mentre quello del PD di Renzi è del 22,7%, quasi 10 punti in meno. A ciò andrebbe aggiunto il fatto che almeno ¾ di quei voti erano stabili, ossia il cosiddetto “zoccolo duro”. Quanti dei voti ottenuti dal PD di oggi si possono considerare tali?
Il fatto è che Renzi è arrivato da pochi mesi e difficilmente l’elettorato è in grado di dare un giudizio adeguato. Finora l’indubbio consenso dell’ex sindaco di Firenze è stato dovuto soprattutto ad aspetti esteriori e propagandistici (giovane, dinamico, apparentemente estraneo al vecchio apparato, senza contare la faccenda degli 80 euro).
Inoltre i voti del PCI di allora rappresentavano in toto un popolo progressista, mentre quelli del PD (che indubbiamente ha preso voti dal PdL e soprattutto da Scelta Civica) sono in gran parte voti conservatori.

La Lista Tsipras.
Personalmente, tenendo conto il contesto difficilissimo per la sinistra alternativa, sono soddisfatto del 4,03%.
Ho sentito non poche critiche “da sinistra” rispetto ai risultati di tale lista. Critiche nelle quali si sottolinea la perdita di quasi la metà dei voti in termini assoluti, rispetto al risultato della Federazione della Sinistra e di Sel del 2009 messe assieme.
Un tale paragone è, a mio avviso, improponibile e fuorviante. Primo, perché la FdS nel frattempo è stata distrutta, causando l’ennesima emorragia di voti, chiaramente visibile nei risultati di Rivoluzione Civile dello scorso anno. A ciò si aggiunge il fatto che il PdCI è rimasto sostanzialmente estraneo a tale lista. Secondo, perché la stessa Sel era divisa e tutto lascia pensare che una parte di essa abbia boicottato la Lista Tsipras.
Insomma, tenuto conto che numerosi comunisti e persone di sinistra hanno preferito non votarla, la Lista Tsipras ha ottenuto un risultato discreto e che in questa difficilissima fase rappresenta una boccata d’ossigeno.