venerdì 1 febbraio 2013

ma il voto utile è davvero democratico?

L'Occidente (USA, Europa Occidentale) si è sempre vantato da decenni di possedere un sistema politico di tipo democratico, a differenza di tanti altri paesi, a cominciare da quelli socialisti (durante la guerra fredda e quelli rimasti dopo l'89), il cui sistema politico veniva e viene considerato "totalitario", e quindi sostanzialmente dittatoriale.
Il paragone, oltre che con i paesi socialisti, viene fatto anche con più o meno tutti i paesi del "Terzo Mondo", dove vigevano (o vigono tuttora) forme antiquate di monarchie, o dittature, o comunque regimi autoritari e illiberali.

Ma che cosa significa "democratico"?
Letteralmente dal greco, significa "governo del popolo".
Ora, si può dire che i governi dei paesi occidentali, a cominciare dall'Italia, siano veramente "del popolo"?
Mah. Già tutte le polemiche e i cambiamenti sul sistema elettorale (passaggio al maggioritario, il "mattarellum", il "porcellum", ecc.) fanno sorgere qualche dubbio: ma se è davvero il popolo a governare perchè ci si accaparra così tanto sui sistemi elettorali?

In realtà quando si parla di democrazia non andrebbe mai dimenticato un punto importante, sancito nell'articolo 3 della nostra Costituzione: il fatto che per realizzare una vera democrazia non bastano delle pure regole formali, ma servono le condizioni materiali (economiche, culturali, morali, ecc.). Altrimenti l'ignoranza, i ricatti economici e altro condizionano fortemente le scelte degli elettori (come si vede fin troppo bene in Italia, ma non solo da noi).

Come si inseriscono, in tutto ciò, discorsi come il premio di maggioranza, lo sbarramento elettorale e soprattutto il "voto utile"?
Il premio di maggioranza è una palese distorsione delle scelte dell'elettorato, dato che dà ad un determinato partito (o lista) più potere in Parlamento di quanto gliene abbia attribuito il voto dei cittadini.
Ancora più grave è il discorso per quanto riguarda le soglie di sbarramento, che privano -di fatto- milioni di elettori di una minima rappresentanza politica, solo perchè il loro partito non raggiunge un certo quorum. E tale meccanismo naturalmente rafforza i mega-partitoni.

E il "voto utile"?
Ossia, io mi riconosco in un determinato partito, ma non posso votarlo; devo, al posto, votarne un altro, perchè altrimenti rischio che vinca un partito ancora peggiore.
Ora, qualcuno mi deve spiegare che cosa ci sia di democratico in tutto ciò. Perchè, forse sono stupido io, ma francamente non lo capisco.
Il popolo governa forse votando il meno peggio?

Poi, ancora, ci sarebbe da parlare dei vari meccanismi economico-politici che condizionano fortemente le politiche dei governi europei, senza che nessun cittadino -al momento di votare- lo abbia voluto (nè spesso neanche immaginato).
Fenomeni come lo "spread", o le direttive della BCE (organismo non votato), le decisioni della NATO e le ingerenze del Vaticano sono tutti pesanti condizionamenti sulla politica italiana che i cittadini non hanno mai deciso, nè votato. E' così, di nuovo, che "governa il popolo"?

Due parole sull'astensionismo elettorale.
Negli USA, "patria della democrazia"da sempre vota circa la metà degli aventi diritto. Da noi l'astensionismo è in costante crescita.
Il minimo che si possa dire di uno che rifiuta un impegno politico così minimo, come l'andare a votare è che evidentemente non lo ritiene un valido strumento di partecipazione e di cambiamento politico. E quando tale atteggiamento diventa di massa fino a sfiorare la metà della popolazione, allora mi sembra assurdo parlare di "democrazia".
Viceversa, gli americani (e purtroppo sempre più anche europei) sono talmente convinti della loro "democrazia", che addirittura pretendono di esportarla all'estero a suon di bombardamenti e invasioni militari (Vietnam, Afghanistan, Iraq, Libia, ecc.).
Questo è il "governo del popolo" che intende l'Occidente!

L'unico modo per tentare di raggiungere un governo tendenzialmente popolare è che settori sempre più vasti di popolazione prendano coscienza delle loro condizioni ed inizino a lottare e ad organizzarsi. E che partecipino sempre più ad un altro tipo di politica, quella che porti avanti gli interessi della maggioranza, votando per chi ritengono che li rappresenti per davvero.
Il "voto utile" è antidemocratico per definizione.

venerdì 25 gennaio 2013

Rivoluzione Civile: una coalizione, ma alternativa davvero

Lo confesso apertamente: a me le forze politiche che fanno capo ad una persona non sono mai piaciute. Preferisco -in netta controtendenza- i partiti, e soprattutto quelli di una volta, con un orientamento ideologico-politico-programmatico chiaro e che costituiva un punto (abbastanza) fermo.
Il problema è che oggi come oggi un partito forte, organizzato, con un certo peso elettorale e politico e che abbia una linea che condivido, non esiste.
Ossia, quelli in cui mi riconosco di più (Rifondazione Comunista e PdCI) da soli non supererebbero la soglia di sbarramento, che una legge anti-democratica ci impone.

Dunque, PRC e PdCI sono costrette a coalizzarsi con altre forze e a candidare un magistrato, peraltro molto valido, come Antonio Ingroia per poter superare la soglia di sbarramento e riuscire ad entrare in Parlamento.
Questo, beninteso, non per un discorso di "poltronismo", ma perchè il minimo che si possa fare oggigiorno è (ri)portare in Parlamento, e quindi rendere visibile, la voce di milioni e milioni di disoccupati, di esodati, di lavoratori, di pensionati con basso reddito. Insomma, di tutti quei settori sociali, già deboli, che dalle politiche degli ultimi governi sono stati fortemente penalizzati.
Una voce di VERA OPPOSIZIONE.

Per la verità, non mi convincono molto i discorsi che vedono Rivoluzione Civile come una nuova forza politica, da cui partirà chissà quale riunificazione della sinistra.
Non perchè io sia contrario ad unificare la sinistra, bensì perchè un processo veramente unitario difficilmente può nascere pochi mesi prima delle elezioni. E comunque rimango dell'idea che il primo passo sia quello di riunificare intanto i comunisti, compito già assai arduo.
Parliamoci chiaro: Rivoluzione Civile -o lista Ingroia- è una coalizione.

Detto ciò, va però riconosciuto che la Lista Ingroia rappresenta -di questi tempi- un discorso molto interessante e di controtendenza. E' da sottolineare, infatti, che il programma di Rivoluzione Civile è condivisibile, ed è l'unico che si oppone seriamente, e non solo demagogicamente, all'"Agenda Monti", ossia, alle politiche di austerità imposte dalla BCE, quelle guerrafondaie della NATO e quelle oscurantiste del fin troppo invadente Vaticano.

Oltre alla legalità e alle politiche antimafia -terreno privilegiato per uno come Ingroia- il programma di Rivoluzione Civile prevede:

-uscita dal fiscal compact (norma voluta dalle elites europee e che impone ai governi tagli per decine di miliardi di euro all'anno)
-il ripristino dell'articolo 18
-abolizione dell'IMU per la prima casa e una legge patrimoniale
-il rifiuto delle guerre
-uno stato laico e i diritti civili
-uno sviluppo rispettoso dell'ambiente
-una scuola pubblica
-ricerca per rilanciare le imprese

E altro ancora.
Dunque, motivi per sostenere Rivoluzione Civile ce ne sono fin troppi.
La Lista Ingroia è l'unica che contrasta le politiche economiche sbagliatissime che l'Europa ci impone, e che passano attraverso Monti (ma anche Berlusconi e Bersani), senza scadere -come fa Grillo- nei banali, quanto fuorvianti luoghi comuni "anti-casta" o "anti-politici", che suonano tanto rivoluzionari, ma che invece non vanno a toccare i problemi di fondo.
Che -non mi stancherò di ripeterlo- non sono tanto i privilegi dei "politici" (che pure vanno comunque drasticamente diminuiti), quanto le politiche che tartassano i ceti popolari, mentre non scalfiscono i miliardari e sperperano preziose risorse per opere inutili o missioni di guerre.

giovedì 10 gennaio 2013

cancellato l'articolo 18...e la disoccupazione aumenta

Ormai è dal settembre scorso che l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (quello che prevede il reintegro nel posto di lavoro per il lavoratore licenziato senza giusta causa) è stato -di fatto- cancellato.
Ci aveva già provato Berlusconi nel 2002, ma la reazione della CGIL e di tre milioni di lavoratori scesi in piazza lo costrinse a desistere.
Oggi il Governo Monti, con la complicità sia del PD, che del PDL c'è riuscito: con la (contro) riforma Fornero il lavoratore ingiustamente licenziato riceve un indennizzo (ossia, riceve lo stipendio per 2 anni), che però non è certo la stessa cosa che mantenere il posto di lavoro.

Per anni e anni vari personaggi (imprenditori soprattutto, ma anche economisti e politici di fede liberista) hanno tuonato contro l'articolo 18, ritenendolo la causa di tanti problemi economici e della mancanza di investimenti, sia italiani, che stranieri, nonchè della disoccupazione.

Ora, quindi, ci si aspetterebbe che, cancellato, almeno nella sua essenza, l'articolo 18, frotte di investimenti sarebbero dovuti piombare sull'Italia, portando con sè nuova occupazione. In questi mesi qualche primo effetto si sarebbe già dovuto vedere.
E invece, niente!

Qualche risultato, per la verità, si vede, ma di segno opposto: la disoccupazione aumenta.
Gli ultimi dati sono veramente allarmanti: 37,1% di disoccupazione giovanile.
Certo, l'aumento della disoccupazione, così come la mancanza di investimenti e la chiusura di non poche aziende, negozi, laboratori, ecc., non è causata da tale provvedimento. Questo fenomeno è legato alla crisi economica, connaturata al modo di produzione capitalistico. Il cosidetto "libero mercato" (che tanto libero poi non è) genera crisi, disoccupazione, de-industrializzazione, ecc.
Ma in tale contesto, le misure del Governo Berlusconi prima e di quello Monti poi, hanno sicuramente aggravato gli effetti negativi di questa crisi.

La cancellazione dell'articolo 18 non ha risolto e non risolverà nessuno di questi problemi e, a dispetto di tante chiacchiere interessate, meno che mai produrrà un incremento dell'occupazione.
Creerà, semmai, un altro effetto, ed è proprio quello che desiderava la classe imprenditoriale italiana -una tra le più incapaci d'Europa- e i vari economisti ai suoi servizi: l'aumento della ricattabilità del lavoratore. E, di conseguenza, il suo sfruttamento.
E' un altro tassello che si va ad aggiungere al boom dei vari contratti precari, generato dalla legge Treu prima e dalla L. 30 poi. Col risultato che ormai la grande magioranza dei lavori -soprattutto giovanili- sono con contratti precari (i quali avrebbero dovuto in teoria anch'essi -stando a ciò che si diceva-portare ad un aumento dell'occupazione).

Che l'articolo 18 non creava problemi alla crescita economica e all'occupazione è dimostrato, tra l'altro, dal fatto che dopo che è entrato in vigore lo Statuto dei Lavoratori, nel 1970, in Italia il PIL è stato in continua crescita per tutti gli anni '70 e '80.

Speriamo che riesca ad andare in porto il referendum per il ripristino dell'articolo 18. Lo scioglimento delle camere effettuato dal Presidente Napolitano rischia di rendere inutile la raccolta di firme di questi mesi scorsi.

domenica 30 dicembre 2012

profezia Maya: la fine della...democrazia!

L'anno 2012 sta terminando ed è giunto il momento di fare qualche bilancio.
La prima cosa da dire è che (anche) quest'anno la disoccupazione è aumentata e il lavoro è sempre più precario.
Moltissime sono le piccole aziende, i laboratori artigianali, i negozi che stanno chiudendo o che hanno già chiuso (con i nuovi esercizi che sono numericamente assai al di sotto dal compensare le cessazioni). Ovunque si registra un crollo della domanda.
Chiudono ospedali, asili-nido, i servizi sono sempre più ridotti e sempre più a pagamento. Le pensioni sono sempre più basse e le tasse e i prezzi sempre più elevati.
E si potrebbe proseguire ancora...

Insomma, la grande maggioranza degli italiani (ma non tutti) si è impoverita.
Di chi è la colpa?
La colpa -se di "colpa" si può parlare- non è nè di Berlusconi, nè di Monti: si tratta di una classica crisi economica, legata al capitalismo. Il capitalismo produce periodicamente delle crisi. Marx l'ha messo bene in luce e ne ha studiato i meccanismi fondamentali, tuttora validi. Non entro in profondità.

Ora, se nella seconda metà del '900 le crisi economiche sono state limitate e soprattutto limitati ne erano gli effetti sulla popolazione (ma anche sulle imprese), ciò era dovuto alla diffusione di politiche di welfare state e di intervento diretto degli Stati nell'economia, spesso gestendo direttamente importanti unità produttive.

Ma il "crollo del Muro di Berlino" e le successive politiche liberiste hanno a poco a poco ridotto, quando non eliminato, tali misure, bollandole come "vecchi residuati ideologici".
Tolti questi correttivi al capitalismo, nulla ne ha più frenato le dinamiche intrinseche,e, con queste, le crisi.
Della serie: ora stiamo cominciando a pagare le conseguenze di un trentennio di "superamento delle vecchie ideologie".
I torti di Berlusconi prima e di Monti poi sono, semmai, quelli di gestire questa crisi nel peggiore dei modi.
Ma ciò non dipende tanto e solo da loro: è tutta l'Europa che richiede tali politiche. E le principali forze politiche (PD compreso) sono in linea con queste.

Tutto ciò, oltre a creare disagi, povertà, malessere sociale, emarginazione e ignoranza, costituisce anche un colpo alla democrazia.
Quest'ultima, infatti, non consiste semplicemente in un sistema di norme formali, quanto in una parteipazione EFFETTIVA della popolazione alle istituzioni e alle scelte politiche , che va molto al di là dell'esprimere un voto alle elezioni.
Ma tale partecipazione presuppone un minimo di coscienza, di benessere, di diritti. Chi è economicamente ricattato o ignorante non sarà mai veramente libero e il suo voto sarà sempre condizionato da chi ha già potere.
L'importantissimo articolo 3 della nostra costituzione (frutto del decisivo contributo dei comunisti, questo Benigni se l'è "dimenticato"), recita: "E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese."

Il costante aumento dell'astensionismo elettorale e la sfiducia crescente verso "i politici" sono indicativi di come gran parte degli italiani percepisca le elezioni sempre più come uno strumento inutile per risolvere i problemi o per difendere i loro diritti.
D'altronde sta diventando sempre più evidente che le decisioni economicamente importanti sono prese dall'Europa (traduz: dalla Banca Centrale Europea, egemonizzata dalla Germania e comunque NON eletta dai cittadini), dietro il ricatto dello spread, e con l'ossessione -tragicamente sbagliata- che "va risanato il debito pubblico".
Il risultato paradossale è che non solo gli italiani (e i greci, gli spagnoli, i portoghesi, ecc.) si impoveriscono, ma il debito pubblico AUMENTA. E la crisi si aggrava.

In queste condizioni si può veramente parlare di "democrazia"?

giovedì 6 dicembre 2012

a che cosa servono le primarie?

Le primarie del Centro-sinistra (ma praticamente del Partito Democratico) si sono concluse senza grossi colpi di scena. Era abbastanza scontato che vincesse Bersani e che Renzi sarebbe andato benone.
Ci si aspettava, per la verità, qualcosa di più da Nichi Vendola, ma quest'ultimo ha commesso diversi errori e in politica gli errori si pagano.
Ad esempio, ha largamente snobbato la Federazione della Sinistra, si è allontanato da Di Pietro e ha suscitato diffidenza pure da parte della Fiom, ecc. Logico che in questo modo s'è giocato molti potenziali voti di sinistra (da notare che i 3 milioni di partecipanti alle primarie -non pochi, certo- sono comunque meno di un decimo dei voti validi alle ultime elezioni politiche del 2008).

Dunque, Vendola a parte, le cose sono andate più o meno secondo le aspettative. Ma allora a cosa sono servite queste primarie?
In realtà le primarie sono essenzialmente un notevole evento mass-mediatico. Soprattutto, poi, quando vengono sponsorizzate in modo così massiccio dai network (i quali invece tacciono sulla raccolta delle firme per i referendum sull'articolo 18, contro l'articolo 8 e per le pensioni).
Leggevo che i sondaggi -per quanto valgano- danno ora il PD in forte ascesa e, viceversa, i grillini in calo.
Ma i "piddini" hanno poco da esultare. Le operazioni mediatiche di marketing politico hanno effetti nel breve periodo. Già tra 3-4 mesi molti si saranno dimenticati delle primarie e allora avrà più peso la disoccupazione in crescita, la crisi economica, le fabbriche, i negozi e i laboratori artigianali che chiudono, i licenziamenti, i tagli alla sanità, le pensioni sempre più basse.

Ma le primarie, oltre ad essere uno spettacolo mass-mediatico, servono anche ad accentuare la personalizzazione della politica. Per cui si parla magari di Renzi, che è giovane e che vuole "rottamare" la vecchia generazione, oppure di Bersani, che giovane non è, ma che ha un'aria seria. Insomma, si parla di tutto, tranne che dei programmi.
E, infatti, le primarie servono proprio per NON parlare dei programmi, tranne magari qualche accenno, ma in termini di solito vaghi e generici. La competizione viene vissuta quasi come "tifo" calcistico (mi è capitato perfino di leggere termini come "rosicare" scritti da parte di qualcuno, entusiasta perchè ha vinto Bersani).
E d'altronde perchè parlare dei programmi, quando in sostanza sono molto simili?
Tra Renzi e Bersani potrà cambiare qualche cosuccia (tipo sui diritti civili o qualche ammortizzatore sociale in più o in meno, ma poca roba), ma la linea di fondo sarà in entrambi i casi l'agenda Monti.
Le misure "lacrime e sangue" (per i ceti popolari, naturalmente, figuriamoci se qualcuno si azzarderà a scalfire i privilegi) stile Monti -o BCE- proseguiranno, la gran parte della popolazione sarò sempre più ridotta alla povertà e l'economia sarà sempre più depressa e -grande paradosso- il debito pubblico, per il quale queste misure draconiane vengono emanate, invece di diminuire, aumenterà (così come è aumentato sia sotto Berlusconi, che sotto Monti).

Questa usanza di tenere le primarie, come è noto, viene dagli Stati Uniti. In Europa -per quanto ne sappia- esiste solo in Francia. In Italia se ne poteva benissimo fare a meno, ma poi, come sempre, ha prevalso la (pessima) abitudine tutta nostrana di imitare le cose peggiori degli altri.
E, in tempi di spettacolarizzazione mass-mediatica, la politica italiana -già spettacolo in sè- non poteva rimanere senza quest'altro "scoop". Come nascondere, sennò, il fatto che le politiche economiche del Bel Paese vengono in realtà sempre più decise a Bruxelles (o, meglio, a Berlino)? Quelle militari a Washington? Quelle civili (e sempre economiche) al Vaticano?

In Italia sarebbe di estrema utilità parlare, ad esempio, dell'Argentina, che è riuscita ad uscire da una tremenda crisi economica proprio quando lo Stato ha smesso di seguire le politiche di tagli al bilancio pubblico e, anzi, investendo su produzione, ma anche su scuola, sanità e salari.
Bisognerebbe discutere su come rilanciare e ammodernare l'industria italiana, su come andavano bene le aziende nostrane, quando c'era l'IRI e quanto vanno male ora che sono state privatizzate (vedi l'ILVA, l'Alcoa, l'Alitalia, tanto per fare qualche esempio).
Ma no, per carità: si discute di scandali, di "bunga-bunga", del "giovane" e "rottamatore" Renzi e di tante altre stupidate.
Logico poi che gli italiani si facciano un'idea distorta della politica e finiscano per seguire i peggiori ciarlatani e/o a non andare più a votare (come se, non votandoli, i politici si facciano qualche scrupolo e diventino più onesti; semmai il contrario).

Ebbene, a quasto servono le primarie: alla politica-show. Almeno in Italia.

domenica 25 novembre 2012

Togliatti e Kennedy: due attentati a confronto

Il 14 luglio 1948 Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano subisce un attentato con un colpo di arma da fuoco. Per fortuna riuscì a salvarsi e, dopo un intervento e il ricovero ospaedaliero, ritornò al lavoro.
Come è noto, ben altra sorte toccò, 15 anni più tardi (il 22 novembre, esattamente 49 anni fa), al Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, il quale, invece, non sopravvisse al suo attentato.

Fra i due personaggi vi è una cosa in comune: entrambi, al momento dell'attentato, erano i più alti esponenti del fronte progressista nei rispettivi paesi. Entrambi rappresentavano milioni e milioni di elettori; entrambi erano leaders di un grande partito progressista; entrambi "dividevano", se così si può dire, la società tra i loro sostenitori e i loro antagonisti.

Ma tra Togliatti e Kennedy c'erano anche notevoli differenze. A parte quelle politico-ideologiche ben note (comunista il primo, progressista -ma anticomunista- il secondo), c'era un'altra differenza che andrebbe sottolineata e che non riguardava tanto i personaggi nello specifico, quanto i loro rispettivi partiti.

Veniamo alla cronaca:
dopo l'attentato a Togliatti, la reazione del popolo italiano fu immediata ed impressionante: per un'intera settimana l'Italia rimase paralizzata da scioperi, manifestazioni con durissimi scontri (14 morti), occupazioni di fabbriche, assalti ai commissariati (tra i quali quello di Milano).
Insomma l'Italia era in uno stato a dir poco pre-insurrezionale e i poteri forti hanno vissuto sicuramente giorni di grande terrore.
Significativo, tra l'altro, fu il fatto che il tutto si calmò (lentamente) grazie proprio al decisivo intervento dello stesso Togliatti, il quale dal letto del suo ospedale fece appello alla calma e alla cessazione delle agitazioni.

Neanche l'ombra di una simile reazione si riscontra negli USA dopo l'attentato a Kennedy, peraltro mortale, in questo caso.
Certo, ci fu indignazione, costernazione, dolore, dubbi, sospetti. Ma non ci fu alcuna mobilitazione popolare e i poteri forti americani nemmeno per un secondo hanno avuto un accenno di paura.

Perchè tali differenze?
Di motivi se ne potrebbero trovare diversi, ma ce n'è uno -a mio avviso- che appare fondamentale e decisivo: la profonda differenza tra il PCI italiano e il Partito Democratico americano.

Il Partito Comunista Italiano era un partito di massa, fortemente radicato tra i lavoratori e nei quartieri popolari e ben organizzato. Aveva non soltanto una forte teoria, ma lavorava anche sotto l'aspetto culturale, sociale ed economico. Il PCI diede un contributo decisivo alla sprovincializzazione di molti ceti popolari italiani e rimase per decenni un punto di riferimento insostituibile per milioni di persone.
Insomma, era molto più di un semplice partito d'opinione. Gli iscritti -ma anche i soli votanti- si identificavano nel partito e nel "loro" segretario.
Poi, certo, anche il fatto che c'era stata pochi anni prima la Resistenza (in cui lo stesso PCI ebbe un ruolo notevole) diede il suo contributo.

Viceversa, il Partito Democratico americano (così come oggi il PD italiano) era un classico partito d'opinione. Finanziato dalle potenti lobbies, può trovare, tra i ceti popolari, simpatie, voti, qualche vago sostegno, ma niente più.
E' un po' la tendenza che ormai da decenni si è affermata anche in Italia (dove, chissà perchè, si tende ad acquisire sempre e solo le cose peggiori dall'America e mai quelle migliori), dove ormai i partiti di massa sono semi-scomparsi ed è nata una pletora di partiti "leggeri" e d'opinione, spesso facenti capo ad un personaggio famoso. L'ultimo "parto" è un po' l'esaltazione di questa tendenza: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, fenomeno altamente mass-mediatico.

Senza esaltazioni "rivoluzionarie" o "insurrezionali", ciò che accadde in Italia dopo l'attentato a Palmiro Togliatti dimostra, però, una cosa importante:
che allora i lavoratori e le classi popolari italiane erano organizzate e capaci di dare risposte fortissime e che il potere era costretto a rispettarle e a farci i conti.
Oggi, finche non si ricostruiranno partiti di quel tipo, le grandi lobbies economico-bancario-mafiose dormono sonni tranquilli.
E non sarà certo un grillo parlante a turbarli.

mercoledì 14 novembre 2012

sciopero 14 novembre. Finalmente una risposta europea

Non so se si è capita la portata di ciò che è successo oggi. E' la prima volta che viene indetto uno sciopero a livello europeo.
Non è una banalità e non era un fatto scontato.
Possiamo trovare tante pecche e limiti in questo sciopero, nonchè tante differenze da paese a paese. Ma ciò non toglie che per la prima volta s'è realizzata una protesta contemporaneamente nei vari paesi colpiti dalle misure pesantissime che una politica economica europea assolutamente sbagliata (se ne sta accorgendo perfino il Fondo Monetario Internazionale, il che è tutto dire...) sta portando avanti.

I paesi che hanno aderito ufficialmente allo sciopero sono, oltre alla Spagna (dove è stata concepita l'idea), il Portogallo, la Grecia, l'Italia, Malta e Cipro.
Ma manifestazioni ci sono state pure a Bruxelles, a Parigi e persino in Germania (e mi pare anche da altre parti).
A parte le prevedibili tensioni, lo sciopero e le manifestazioni sono state un successo un po' da tutte le parti. In Italia si è manifestato praticamente in ogni città. E così in Europa. Lavoratori e studenti. Giovani e meno giovani.
Si tratta di un segnale importante.
Ma che non deve finire qui: la costruzione di un fronte sindacale e di protesta il più possibile unitario a livello europeo è sempre più un'esigenza, imposta dai pesanti attacchi al lavoro e alle nostre condizioni di vita a livello continentale.

Le politiche di austerità imposte dalla Banca Centrale Europea ai paesi europei, e basati sul dogma del "risanamento del debito pubblico" stanno impoverendo milioni di greci, spagnoli, portoghesi, italiani e sempre più anche i francesi e altri ancora.
E oltre all'impoverimento, deprimono sempre più l'economia. Solo Monti "vede" la ripresa vicina. Altri parlano di 5 anni. E forse pure di più.

Ma il bello è che le politiche di contenimento del debito pubblico non solo producono povertà e deprimono l'economia, ma STANNO FALLENDO ANCHE SULLO STESSO DEBITO PUBBLICO.
In Italia il rapporto tra debito pubblico e PIL è balzato dal 120% dello scorso anno, quando si è insediato Monti, al 126% di ora.
In Grecia siamo già alla quinta (o sesta, non ricordo) manovra "lacrime e sangue". In teoria, se tali manobre erano giuste, sarebbe dovuta bastare la prima. E invece, notizia di queste ore, il PIL ellenico è a oltre -7% (in Italia siamo al -2,5%). E di risanamento del debito pubblico neanche a parlarne.

Di fronte ad un simile fallimento, non solo si dovrebbe dimettere Monti, ma tutto l'establishment europeo, portatore di queste politiche economiche fallimentari e di massacro sociale.
Ma come fanno a dimettersi i banchieri che decidono -di fatto- le politiche economiche del nostro continente, se non sono mai stati eletti da nessuno?
Eppure i nostri governi prendono ordini da loro, come ormai dovrebbe essere evidente un po' a tutti.
Per questo è fondamentale che si inizi a rispondere a livello europeo.

Tra l'altro la mobilitazione sindacale europea ha avuto un'ulteriore effetto positivo: è riuscita, almeno per un giorno, anche a mettere d'accordo sindacati che normalmente non si guardano in faccia.
Infatti, allo sciopero del 14 hanno aderito sia la CGIL, che l'USB (i Cobas).

Naturalmente (e spero) qui si tratta di un primo passo. Ed era importante iniziare.
L'ampiezza dell'attacco alle nostre condizioni di vita impone che in futuro si prosegua su questa strada di coordinamento e organizzazione a livello europeo delle lotte.