lunedì 23 luglio 2012

Ma perchè lo Stato Italiano scende a patti con la mafia?

In queste ultime settimane sono riemerse le voci circa il patto tra Stato e mafia che ci sarebbe stato nei primi anni '90, in seguito agli attentati terroristici e poi all'assassinio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Sono in molti a ritenerlo, a cominciare dal Presidente del Tribunale di Palermo Leonardo Guarnotta, ad Antonio Ingroia, Procuratore.
Traggo spunto da queste ultime vicende per porre una domanda. Una domanda che è tanto semplice a farsi quanto estremamente difficile a rispondersi: per quale motivo l'Italia è l'unico paese -quantomeno in Europa- ad ospitare al suo interno delle organizzazioni di tipo mafioso?
Ossia, parliamo di strutture criminali, con un fortissimo radicamento nel tessuto sociale d'origine (e non solo d'origine) e una discreta presenza nelle istituzioni, come lo sono Cosa Nostra, la Camorra, la Ndrangheta e la Sacra Corona Unita.
Qui non abbiamo a che fare con semplici bande criminali, come ne esistono in molti paesi, composte da qualche decina -o massimo poche centinaia- di persone, prive di un sostegno sociale diffuso e con scarsa o nessuna copertura istituzionale.

Sono state date diverse interpretazioni del fenomeno. Naturalmente è impossibile in quest'articolo esaminarle anche solo sinteticamente. Mi limiterò a fare qualche osservazione.
La nascita e lo sviluppo di tali organizzazioni è da mettere in relazione, almeno in una prima fase, con lo stato di semi-colonia -non dichiarata, ma di fatto- nella quale s'è venuta a trovare l'Italia Meridionale (Roma e Lazio compresi) dopo l'Unità d'Italia. La classe dirigente politica sabauda e la forte borghesia industriale-commerciale del Nord scelsero di sviluppare in pratica solo le regioni settentrionali, lasciando il Mezzogiorno nell'arretratezza.
La classe dirigente meridionale, un po' per limiti intrinseci e un po' per subordinazione a quella del Nord ha prodotto una serie di contraddizioni economico-politico-sociali, all'interno delle quali si sono sapute ben inserire le organizzazioni mafiose.

Nel secondo Dopoguerra Cosa Nostra si è rafforzata ed espansa, grazie anche al rapporto ambiguo che gli Stati Uniti hanno mantenuto con essa (basti pensare al ruolo decisivo svolto da Lucky Luciano nello sbarco alleato in Sicilia).
Inoltre, gli USA hanno utilizzato il Piano Marshall (ERP) per distribuire provvidenziali risorse alle forze politiche di centro (DC in primis), da gestire in modo clientelare e corrotto, in funzione anti-comunista. E anche qui le varie mafie si sono sapute ben inserire.
Ma le organizzazioni mafiose hanno avuto addirittura "una marcia in più". Al contrario della classe dirigente meridionale "legale", con un'ottica meramente gestionale, conservatrice, sonnolenta e tesa a vivacchiare, i mafiosi si sono dimostrati -a modo loro, purtroppo- molto più spregiudicati, veloci e capaci non soltanto nel controllo del territorio, ma anche nel fiutare nuove attività redditizie, come, ad esempio, il narcotraffico o la gestione dei rifiuti (negli ultimi anni spesso al centro della cronaca, soprattutto in Campania).

Il vasto e diffuso consenso sociale di cui godono spesso le organizzazioni mafiose nel loro territorio d'origine non può essere spiegato certo soltanto con l'omertà. Ci piaccia o non ci piaccia, le mafie fanno girare l'economia di molte zone e creano lavoro, laddove l'unica alternativa è spesso soltanto l'emigrazione.
Dico questo non certo per giustificare Cosa Nostra, Ndrangheta, Camorra e SCU, bensì -al contrario- per denunciare le profonde carenze e limiti della classe dirigente economica -prima che politica- italiana. E non tanto di quella meridionale, quanto di quella del Nord, che in questi 150 anni ha molto speculato sull'arretratezza del Mezzogiorno.

E veniamo finalmente al rapporto Stato-mafia.
Tommaso Buscetta, pentito di mafia considerato tra i più attendibili, ha più volte affermato che Cosa Nostra è tutt'altro che imbattibile e che se lo Stato italiano si fosse deciso a contrastarla con energia e fermezza, l'avrebbe sconfitta.
Il problema è che non l'ha voluto.
Ossia, se si eccettuano singoli personaggi eroici, non c'è stata complessivamente da parte delle istituzioni una seria politica di lotta alla mafia (anzi, alle mafie).

E il problema non riguarda solo lo stato italiano. Oltre ai già citati USA, a trafficare, almeno finanziariamente, con Cosa Nostra abbiamo avuto anche lo IOR di Marcinkus. Ossia, il Vaticano. E restano tutti da chiarire i rapporti tra l'Opus Dei e il boss della Banda della Magliana, De Pedis (in contatto con Cosa Nostra attraverso Pippo Calò).

In questo contesto non c'è dunque da meravigliarsi di fronte alla notizia emersa recentemente del patto tra Stato e mafia. C'è invece da preoccuparsi quando lo stesso Presidente della Repubblica, Giorgo Napolitano non trova di meglio che inveire contro i magistrati, che indagano su ciò, esaminando le intercettazioni del Quirinale.
E quando un procuratore come Antonio Ingroia è costretto a lasciare l'Italia.

domenica 15 luglio 2012

Come mai l'Argentina ha risolto la crisi e la sua economia è in ripresa?

La risposta si potrebbe facilmente sintetizzare con una battuta: perchè ha fatto l'esatto opposto di ciò che si sta facendo da noi, in Europa.
Ma approfondiamo la questione.
L'Argentina non è mai stato un paese povero. Anzi, all'interno dell'America Latina la sua economia si difendeva abbastanza bene.
Le cose hanno iniziato a cambiare a partire dalla dittatura degli anni 1976-83.
Ma il grosso peggioramento lo abbiamo avuto negli anni '90, sotto la presidenza di Carlos Menem.
Egli attuò una serie di politiche ispirate all'ideologia liberista: privatizzazioni, tagli ai salari, ai servizi sociali.
Il risultato fu un peggioramento dell'economia, una perdita di competitività con l'estero, aggravata da una politica di parità Peso-Dollaro (che tanto ricorda l'Euro). E ancora, aumento vertiginoso della disoccupazione, della povertà e delle diseguaglianze sociali. Nonchè indebitamento.

Per far fronte al quale, l'Argentina ricorse al FMI (Fondo Monetario Internazionale). Il quale impose al paese politiche liberiste ancora più radicali. La conseguenza è che la crisi si aggravò ancora di più (qualcuno ricorda i "bond argentini"?) ed esplosero forti tensioni sociali.
Non solo i ceti popolari caddero in miseria, ma l'indigenza raggiunse perfino settori di piccola-media borghesia.

Ma alla fine, dopo le rivolte del 2001-02, e sulla spinta di queste, arrivò alla presidenza Nestor Kirchner.
Il quale ha mutato profondamente le politiche economiche del paese sudamericano.
Ha nazionalizzato diverse industrie, s'è sganciato dalla parità col Dollaro e dal FMI, ha incrementato le spese sociali e creato nuovi posti di lavoro.
L'Argentina ha incominciato a dipendere sempre meno dalle importazioni e soprattutto ha fortemente ridimensionato le pretese egemoniche degli Stati Uniti, facendo fallire la costituzione dell'ALCA (trattato di "libero commercio" americano, in cui gli USA, su posizioni di forza, l'avrebbero fatta da padroni).
S'è, viceversa, appoggiata al Mercosur (mercato comune del Sudamerica), che però è un organismo molto più egualitario di tanti altri, compreso l'Unione Europea, e non prevede le rigidità di questo.
Il riusultato è che oggi l'Argentina è in piena ripresa economica.



E in Europa?
I paesi dell'Unione Europea perseguono sostanzialmente politiche molto simili a quelle praticate in Argentina negli anni '90 (e in tanti altri paesi, sempre con risultati simili).
In Grecia prima e poi in Irlanda, nel Portogallo, in Spagna e naturalmente anche in Italia abbiamo tagli alle pensioni, alle scuole pubbliche (ma non a quelle private), alla Sanità, licenziamenti in massa, privatizzazioni, deindistrializzazione, aumento delle tasse concentrato tutto sui ceti medio-bassi (di patrimoniale neanche a parlarne).

Insomma, una politica che, con la scusa del debito pubblico, non soltanto cancella i diritti dei lavoratori e il futuro di milioni di giovani e meno giovani, ma alla fine non risolve minimamente il problema per cui tali manovre erano state in teoria partorite.
Il debito pubblico rimane altissimo e il rapporto tra questo e il PIL non si abbassa (e difficilmente lo farà in futuro). Anche perchè le politiche del Governo Monti sono fortemente recessive e dunque non potranno che abbassare il PIL.
Tale denuncia proviene, tra l'altro, da una fonte non sospetta: Giorgio Squinzi, neopresidente di Confindustria, il quale sostiene che il calo del PIL nel 2012 potrebbe arrivare a -2,4% e ha dichiarato che la "spending review" è una manovra recessiva.
Ha poi subito un vero e proprio linciaggio morale per aver osato dire una cosa, che è fin troppo palese, ma che evidentemente non si può dire "...altrimenti fa aumentare lo spread".
Il quale spread, però, è aumentato lo stesso, anche dopo che Squinzi è stato costretto a chiedere scusa per la sua affermazione.

Io mi auguro che non dovremo arrivare alla situazione di miseria che si era arrivati in Argentina nei primi anni '2000, perchè ci si renda conto che bisogna cambiare radicalmente le politiche economiche. Ma, certo, Berlusconi prima, e ancora di più Monti ora, stanno dando una decisa accelerata in tale direzione.

domenica 1 luglio 2012

Riforma Fornero, il lavoro non è più un diritto

Dai e dai, alla fine anche l'articolo 18 è stato -di fatto- cancellato.
La riforma del Ministro del Lavoro Elsa Fornero è passata in Parlamento e ha abbattuto una delle poche tutele che i lavoratori ancora mantenevano.
Non va dimenticato -per comprendere appieno il significato di ciò che sta accadendo- che in passato ci sono voluti decenni e decenni di lotte, anche durissime, per riuscire ad ottenere certi diritti, tra i quali quello di non essere licenziati senza una giusta causa. Ora questo diritto è perduto.

Uno dei paradossi della faccenda è che in Italia la libertà di licenziamento, anche senza giusta causa, già esisteva. Qualunque persona che lavora senza un contratto a tempo indeterminato è licenziabile come e quando il padrone vuole. Basta semplicemente non rinnovare il contratto o la collaborazione.
E, a dire il vero, persino i lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono stati spesso licenziati, soprattutto negli ultimi anni. Cìò capita, frequentemente, se l'azienda è in crisi economica.
E l'elevato numero di esodati (ultracinquantenni espulsi dal lavoro e che non possono andare in pensione, dato l'innalzamento dell'età pensionabile) lo dimostra.

Grazie a questa riforma le aziende private come gli enti pubblici potranno licenziare più facilmente e si allarga ulteriormente l'utilizzo del precariato, con la generalizzazione del contratto di apprendistato, che non prevede l'obbligo dell'assunzione.
E, come se ciò non bastasse, c'è un ulteriore taglio agli ammortizzatori sociali.

Il vero obbiettivo di tali misure è quello di poter esercitare un maggior ricatto nei confronti del lavoratore.
E' noto che chi corre il rischio di perdere il posto di lavoro tende a partecipare meno a qualsiasi iniziativa di lotta e sindacale.
Contrariamente a quanto molti pensano, ciò non porterà ad un miglioramento delle prestazioni lavorative. L'esperienza insegna che i lavoratori precari non lavorano meglio di quelli tutelati, anzi, proprio il contrario. Il precario, soprattutto se sa di non avere prospettive di una futura stabilizzazione, è molto demotivato nel lavoro.



Secondo ciò che viene detto, la riforma Fornero dovrebbe servire a rilanciare la produzione e di conseguenza l'occupazione. Ho perso il conto di quante misure nel passato -a cominciare dall'abolizione della scala mobile- dovevano in teoria servire a tale scopo. E poi invece non sono servite a niente (se non ad arricchire le banche).

Ma se vogliamo farci un'idea un po' più concreta di quanto possa essere efficace tale riforma, ci basta andare a vedere le numerosissime aziende medio-piccole, dove la maggior parte dei lavoratori -se non tutti- opera in condizioni di facile licenziabilità: stanno chiudendo a decine di migliaia.
E quelle che non chiudono, si barcamenano.

La Riforma Fornero serve solamente per permettere agli imprenditori di poter fare ciò che in tempi di crisi (come questi) tendono istintivamente a fare. Ossia, a licenziare.
Tale politica miope porta inevitabilmente ad un ulteriore aggravamento della crisi, a meno che non intervengano altre circostanze -ma francamente non ne vedo- e quindi ad ulteriori tagli e licenziamenti.

Non un marxista, bensì un economista borghese (ma illuminato) tale John Maynard Keynes descrisse abbondantemente tale meccanismo. E disse che per ovviare a ciò, lo Stato -il tanto decantato privato, infatti, non lo farà mai- doveva intervenire, aumentando le spese e creando posti di lavoro, anche inutili ("scavare buche per poi riempirle"). Così facendo rimetteva in moto i consumi e quindi l'economia. Cioè, l'esatto opposto di ciò che si sta facendo oggi, non solo in Italia, ma in tutta Europa (e ovviamente negli USA).
L'ideologia liberista -oggi dominante in tutto l'Occidente- lascia il cosidetto "libero mercato" (traduz.: mercato finanziario, spesso del tutto estraneo alla realtà economico-produttiva) ai suoi "istinti".
E quindi, licenziamenti a volontà e facilissimi.

Benvenuta, crisi, la strada per te è spalancata!

martedì 5 giugno 2012

Terremoto: una calamità naturale. Ma non solo...

Fare delle considerazioni generali su un terremoto e i suoi effetti non è mai cosa troppo semplice, viste le reazioni emotive dei lettori. Facile scadere nella retorica o nei commenti banali e scontati o in frasi strappa-applausi, ma che però poi non portano a niente di concreto.
Ci vuole pure poco per essere accusati di strumentalizzare un evento drammatico, quando si tenta di indagare delle responsabilità per tali drammi.
Perchè, sì, è vero che un terremoto, come un'alluvione, sono eventi naturali spesso non prevedibili. Sono "capricci" della natura, su cui gli esseri umani possono farci poco.

Ma è anche vero che, in realtà, possiamo farci spesso molto più di quanto si è portati di solito a pensare. Ossia, prevenire.
Non si spiega altrimenti come mai in Giappone terremoti assai più potenti di quelli italiani producono di solito danni umani e materiali molto minori.
Molti degli edifici o capannoni industriali in Emilia -così come all'Aquila tre anni fa- sono crollati, perchè costruiti con materiali scadenti o comunque non in regola con le norme antisismiche. Parlo naturalmente delle costruzioni recenti (su quelle antiche personalmente ignoro se esistano delle tecniche per renderle antisismiche).



Stesso discorso va fatto -anzi, qui a maggior ragione- per le alluvioni: si costruisce a destra e manca, senza un minimo di criterio, spesso abusivamente (ma tanto poi i condoni edilizi sono la normale prassi), finchè poi la natura "si ribella", distruggendo strade, case, facendo vittime, ecc. Quando questo accade, come al solito tutti che piangono per la disgrazia, tutti che solidarizzano con gli alluvionati, per poi, passati i canonici 3-4 giorni, ritornare alla vita normale e, soprattutto, a ricostruire nei luoghi più assurdi, come se niente fosse.

Allora, le frasi di circostanza, del tipo "siamo solidali con i terremotati" in questi giorni servono a poco. Al limite una frase così andrebbe detta fra 2/3 mesi, quando tutti ormai -tranne gli abitanti del luogo- si saranno dimenticati del terremoto e i riflettori dei mass-media saranno puntati altrove, magari sulle prossime nozze di qualche principe o sulla farfallina di Belen (vedi la popolazione dell'Aquila, già dimenticata da tutti).
Frasi come "di fronte al dolore dobbiamo essere uniti", oppure "non strumentalizzare il dramma umano", a che servono? A volte mi sembra soltanto a coprire le responsabilità di tutti quelli che potevano (anzi, dovevano) intervenire in senso preventivo prima che succedesse il disastrro e si sono guardati bene dal farlo.
Purtroppo è vero: l'Italia è il paese del "finchè non ci scappa il morto...(e anche dopo che ci è scappato e tutti se ne sono dimenticati)...tirammo a campà". E qualcuno ci si arricchisce sopra. Vedi, ad esempio, i costruttori, risparmiando sul materiale e altro. E qualcun altro ci muore.

Allora sarebbe sicuramente utile stanziare soldi per questi eventi. Ma sarebbe forse ancora più utile combattere seriamente la varie mafie che si annidano nelle istituzioni. Altrimenti, come sempre succede, lo Stato stanzia i soldi, ma poi questi chissà dove vanno a finire...

Purtroppo in Italia, la tendenza non è quella di aumentare la prevenzione, ma esattamente il contrario. Gli ultimi governi, e in particolare il Governo Monti, tagliano fondi a tutto spiano, secondo la logica che i cittadini e gli Enti Locali debbano arrangiarsi da soli.
Recentemente è passato il decreto per cui lo Stato non risarcirà più i cittadini colpiti dalle calamità naturali.
I privati, nonchè gli EELL, dovranno ricorrere alle polizze assicurative. Ennesimo regalo -come se ce ne fosse bisogno- a quei pescecani delle compagnie assicurative (chiedo scusa ai pescecani per il paragone offensivo).
E dove li trovano gli EELL i soldi per assicurarsi? Ma naturalmente tartassando ulteriormente i poveri cittadini.

Altro che terremoto...

giovedì 24 maggio 2012

gli elettori europei bocciano il rigore BCE

In questo maggio ci sono state delle votazioni in diversi paesi europei. Le più importanti sono state le presidenziali in Francia e le politiche in Grecia.
In modo particolare, in quest'ultimo paese la bocciatura delle politiche restrittive, del "rigore", decise dalla BCE e dal FMI da parte del popolo ellenico non poteva essere più netta!
Ma anche in Francia Sarkozy ha subito una dura sconfitta. Vincitore, come sappiamo, è stato Francoise Hollande, che ha promesso -se poi lo manterrà è ancora tutto da vedere- un cambiamento nelle politiche economiche. Decisivo per il trionfo di Hollande è stato l'apporto del Front de Gauche (e del PCF).

Nelle ultime amministrative italiane il dato sicuramente più importante è stato l'aumento dell'astensionismo. Il secondo dato significativo è l'ascesa dei "grillini". In entrambe i casi è la protesta (o la disillusione) a prevalere.
Ma la cosa forse più significativa sono i risultati delle elezioni in due laender tedeschi: soprattutto nel Nordreno-Westfalia la CDU, il partito di Angela Merkel, prende una batosta.
Se pensiamo che la Germania è fra gli Stati europei meno toccati (finora) dalla crisi economica, e dove (ancora) non si parla di manovre restrittive, il risultato è veramente notevole!

Quindi, al di là delle differenze tra paese e paese, il dato comune che emerge è la netta contrarietà all'Europa delle banche. Quella che ha imperato finora.
Per la Grecia si profila addirittura un'uscita dall'euro. Non sappiamo al momento se ciò accadrà, ma penso che quest'eventualità -anche nel caso dell'Italia- avrebbe vantaggi, ma anche svantaggi.
La questione da risolvere, secondo me, è un'altra: lo strapotere del capitale finanziario.
Non mi stancherò mai di ripetere che la Cina è uscita dalla crisi perchè lì lo Stato controlla le banche e non viceversa, come da noi.

C'è un meccanismo perverso e assurdo, per il quale la BCE quando presta i soldi agli Stati, i cosidetti "aiuti" (a mettersi il cappio) non li dà direttamente a loro, bensì alle banche, ad un tasso molto basso (circa l'1%) di interesse. Queste le prestano agli Stati con tassi del 4% e oltre! Realizzando, così, guadagni colossali, ovviamente a nostre spese.
Gli aumenti delle tasse, i tagli alle pensioni, ai servizi, ecc. vanno a finire in gran parte lì, alle banche. Oddio, un (bel) po' anche al Vaticano e ai vari potentati economici.
O anche per l'acquisto (18 miliardi di euro) degli inutili (e per giunta difettosi) cacciabombardieri F35.
Poi, per creare lavoro, per i servizi sociali, per le pensioni..."non ci sono i soldi"!!!
Serve a poco prendersela genericamente con i partiti. Anche se quelli che sono oggi in parlamento fanno politiche sicuramente molto discutibili.

Tornando all'Europa, bisogna dire che i greci, attraverso le loro lotte prima e tramite il voto ora, hanno dato un chiaro e forte segnale all'europa dei banchieri. Un segnale che è stato ampiamente colto.
In Italia, come al solito, facciamo ridere i polli: il PD non solo continua ad appoggiare il banchiere Monti, ma purtroppo continua ad esercitare una notevole influenza sul sindacato più forte, la CGIL, frenandone l'attività. Il minimo, ma veramente minimo, che andrebbe fatto è uno SCIOPERO GENERALE.
Per il resto, gli italiani non sanno che pesci prendere e sfogano la loro (sacrosanta) rabbia in un generico odio contro la politica tuot-court (senza distinzioni) andando ad incrementare l'astensionismo elettorale, oppure con il voto di (sterile) protesta grillino. In entrambe i casi alle banche facciamo il solletico.

Serve una forza politica (e un sindacato) seriamente di sinistra. Veramente dalla parte del popolo. Solo una sinistra seria, forte, coraggiosa (ma non estremista) potrà cambiare le cose.

Così è accaduto in Grecia e in Francia. Così dovremo fare pure da noi.

giovedì 17 maggio 2012

12 maggio. Tornano i comunisti. In massa


...e per la maggior parte sono giovani.
Il 12 maggio si è tenuta la prima manifestazione nazionale della Federazione della Sinistra (Rifondazione C., PdCI, Socialismo 2000, Lavoro e Solidarietà). E' stata un grande successo: 40 mila persone! E consideriamo che era della sola FdS. Decisamente oltre le aspettative.
Il corteo è stato indetto contro il Governo Monti. Che non solo ha proseguito le manovre del precedente Governo Berlusconi, ma è stato capace persino di aggravarle. L'attacco pesante alle condizioni di vita di milioni di lavoratori/pensionati/precari e persino ai "ceti medi" -dietro diktat delle banche europee, tedesche in primis- sta producendo, come risultato estremo (ma neanche poi tanto) una catena di suicidi mai vista prima.

Dopo il corteo, dal palco hanno parlato, oltre naturalmente a Salvi, Diliberto e Ferrero, anche dirigenti del Partito Comunista Francese (grande successo col Fronte de Gauche alle presidenziali francesi), del P.C.Portoghese e di Syriza (anche qui enorme successo alle ultime politiche in Grecia).

L'onda lunga del malcontento, che si sta diffondendo in tutta l'Europa, si incomincia a sentire pure da noi.
Le recenti elezioni in Grecia e in Francia hanno -seppur con sfumature differenti- dimostrato la sconfitta delle politiche imposte dall Europa delle banche. E persino in alcuni laender tedeschi, la CDU, il partito della Merkel, ha subito una fortissima sconfitta elettorale.

Anche in Italia il malcontento si è manifestato alle ultime amministrative, intanto con un forte aumento dell'astensionismo (che non è mai un buon segno), e poi con il prevedibile boom del Movimento 5 Stelle (ossia, i "grillini").
Perfettamente logico, se ci pensate: Beppe Grillo APPARE l'unica voce "fuori dal coro" e inoltre gli è stata data una visibilità mediatica veramente immensa.
Visibilità che, viceversa, è stata scientificamente negata alla FdS.
Ma se Grillo non fa parte della "casta" dei politici (ma pure Berlusconi, se vi ricordate, quando "scese in campo", si vantò di non farne parte), fa parte sicuramente di quella dei miliardari (guadagna oltre 10 volte quanto un deputato medio)..

Anche per questo motivo, la manifestazione del 12 maggio è stata importante. Ci siamo conquistati (da soli) una visibilità. I lavoratori, i pensionati, i disoccupati, gli esodati devono vedere che esiste una forza politica che rappresenta e difende i loro interessi, anche non stando in parlamento.
E che in questi anni è sempre stata al fianco delle battaglie per la difesa dei diritti e della dignità dei ceti popolari.

E, forte del successo di questa manifestazione, la FdS lancia un appello all'unità delle forze di sinistra. Rivolto soprattutto a Sinistra Ecologia e Libertà e all'Italia dei Valori.
Se il PD insiste a voler sostenere l'uomo delle banche (del FMI e della BCE) e le sue ricette "argentine" (o greche) e se insiste a voler inseguire Casini, se ne assumerà le sue responsabilità.

In Italia la sinistra c'è! I comunisti ci sono!

Dobbiamo solo unirci.


mercoledì 2 maggio 2012

1 Maggio. Festa del lavoro. Che non c'è...

Perchè c'è tanta disoccupazione? Perchè manca il lavoro, o è precario?
La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo: perchè non ci sono investimenti.
Per investimenti si intendono quelli produttivi e/o per le infrastrutture necessarie (non sono investimenti produttivi, ad esempio, le colate di milioni di metri cubi di cemento con la relativa speculazione edilizia, o opere faraoniche quanto inutili, come la TAV in Val di Susa o il Ponte sullo Stretto di Messina).

Gli investimenti creano occupazione, migliorano il tenore di vita della popolazione, alimentano i consumi e fanno ripartire l'economia, generando ulteriore occupazione.
In Cina la crisi economica degli ultimi anni (che si è sentita pure lì) è stata superata proprio grazie ad un gigantesco piano di investimenti e all'aumento del salario deciso dal governo.
Solo che lì governa un partito comunista. Da noi no: governano le banche!

Sorge una domanda: chi deve fare gli investimenti?
In teoria dovrebbero essere gli imprenditori privati a farli, dato che viviamo un una società capitalistica (e che tanto esaslta i privati).
Ma scordiamocelo!
Gli imprenditori (tranne poche eccezioni) investono soltanto quando hanno ottime prospettive di realizzare profitti a breve termine. Altrimenti se ne guardano bene. E in modo particolare quelli italiani, i quali brillano per mentalità "bottegaia" e una pressocchè totale assenza di lungimiranza.
A questo si aggiunge il fatto che oggi le banche tendono a chiudere sempre più i rubinetti finanziari agli imprenditori.
Quindi, tocca allo Stato investire. Così è stato negli anni '30 (vedi Keynes).

Potrebbe sembrare assurdo che gli Stati debbano investire, quando abbiamo il problema del debito pubblico da risolvere. Ma non lo è affatto.
Ora, a parte il fatto che il debito pubblico non è necessariamente un problema (non lo è stato per tanti anni), c'è da dire che se l'economia dovesse ripartire grazie agli investimenti, il problema del debito pubblico si può quantomeno contenere.
Maggiori investimenti significano, infatti (come già detto) più lavoro, più consumi e quindi alla fine si traducono in maggiori introiti per lo Stato. Sia sotto forma di maggiori entrate fiscali, sia come acquisto di titoli di Stato.
E fin qui siamo alla visione keynesiana.



Il discorso marxista è un po' diverso e più profondo e analitico.
Per Marx, la disoccupazione (che chiama "esercito industriale di riserva") è connaturata al capitalismo. Il capitalismo produce spontaneamente disoccupazione e se ne serve per mantenere bassi i salari (grazie al classico ricatto: o accettate basse paghe e/o ritmi di lavoro pesanti, oppure vi licenzio; tanto è pieno di disoccupati che sono pronti a prendere il vostro posto).
Soltanto con il superamento del capitalismo e, quindi, della produzione per il profitto, si potrà distribuire il lavoro a più persone possibile ("lavorare meno, lavorare tutti") e ad eliminare definitivamente la piaga della disoccupazione.

Il problema è che oggi in Europa comandano le banche (e soprattutto la BCE). E queste rifiutano categoricamente una soluzione di tipo keynesiana. Figuriamoci quella socialista-anticapitalista.
E quindi o ci rassegnamo allo strapotere dittatoriale bancario -Monti ci è stato imposto da queste- accettando la disoccupazione (nonchè la precarietà e il supersfruttamento di chi ha la "fortuna" di lavorare), oppure ci organizziamo per cambiare le cose.
E per cambiare le cose, non ci sono scorciatoie: occorre LOTTARE. E organizzarci.

Non serve correre dietro l'uomo forte, o il grande leader carismatico e neppure agli "urlatori" di professione. Specie se non è chiaro dove vogliono arrivare.
Bisogna lottare, ma in modo organizzato, intelligente e con coscienza.
Per questo serve -sò di essere tremendamente controcorrente- un PARTITO.
Sì: un partito!
Un partito con un programma chiaro e coerente.