sabato 23 maggio 2015

Palmira: quando gli interessi geopolitici prevalgono sulla cultura


Credo che tutti abbiano quantomeno sentito parlare di Palmira.
Città antichissima, che si trova nell’attuale Siria e le cui rovine sono state dichiarate dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità.

Ma, per chi fosse a digiuno di storia e archeologia, un accenno non guasta.
Palmira è una città antichissima, che si trova in un’oasi del deserto siriano, ed è stata particolarmente fiorente e ricca sotto l’Impero Romano. Noto è il regno (effimero) della regina Zenobia, in cui Palmira s’era separata dall’impero, e aveva grandi ambizioni di conquiste, ma venne poi riconquistata dai romani.

Oggi rimangono le rovine di quella città antica. La quale, essendo stata abbandonata nel medioevo, oggi rimane semi-intatta, quasi una sorta di Pompei siriana.

Se non ché, oggi la furia devastatrice dell’Isis (lo “Stato Islamico”), minaccia di distruggere queste rovine. Se lo facesse, sarebbe una perdita inestimabile per il patrimonio storico-artistico mondiale, paragonabile forse alla perdita del Colosseo.
A difendere il sito oggi è soltanto l’esercito regolare siriano (quello fedele al Presidente Assad, per intenderci).

Al momento in cui scrivo non è chiaro se la città di Palmira sia stata del tutto conquistata dai mercenari cosiddetti “islamici”, o se l’esercito siriano mantiene, almeno in parte il controllo della città.
Dalle notizie che arrivano, sembra che alcune colonne antiche siano già state distrutte dall’Isis.
Intanto, però, l’esercito siriano ha provveduto a traslocare molte statue e materiali importanti del sito archeologico in zone sicure.

Dunque, gli stessi soggetti che l’Occidente (USA ed Europa) negli anni scorsi ha chiamato “combattenti per la libertà”, ed ha finanziato e armato (assieme agli alleati dell’Occidente, Arabia Saudita e Turchia), per tentare di rovesciare il regime siriano, colpevole di non assecondare gli interessi degli USA e di Israele.
Gli stessi soggetti -dicevo- ora, dopo aver fatto parlare di sé decapitando prigionieri a più non posso, ora sembra vogliano distruggere interi siti archeologici, come Palmira. Noncuranti nemmeno del fatto che sia stata –ricordiamolo- dichiarata Patrimonio dell’Umanità.

Sia chiara una cosa: se i miliziani dell’Isis dovessero distruggere tale patrimonio, la RESPONSABILITA’ PRINCIPALE RICADREBBE SUGLI STATI UNITI, SU ISRAELE E SUI PAESI EUROPEI, oltre che sull’Arabia Saudita e sulla Turchia (comunque alleati dei primi).

L’Isis è a tutti gli effetti una creatura della CIA.
Ma non solo: gli Stati Uniti potrebbero benissimo liquidare l’Isis in breve tempo (non hanno nemmeno carri armati, girano con le Toyota). E avrebbero potuto farlo nei mesi scorsi, senza grossi problemi. Ma non lo stanno facendo.
Evidentemente nei loro calcoli geopolitici, la perdita di importantissimi siti archeologici (oltre che di milioni di persone) sono prezzi da pagare pur di mantenere il controllo su una zona strategica come il Medio Oriente.

martedì 12 maggio 2015

quando il potere si finge "popolare" (ma non lo è)

Nel lungo corso della storia le classi dominanti e il potere politico (le due cose non sempre coincidono) hanno sempre cercato di distinguersi dalla gente comune, dal popolo.
L’hanno fatto con le loro residenze, con le loro tombe, nel loro modo di vestirsi, di mangiare, di parlare, nelle loro abitudini, ecc.
E così abbiamo le piramidi faraoniche, i palazzi imperiali, i castelli, le regge alla Versailles, le sontuose ville, il lusso, lo sfarzo, ecc.
Pure il potere religioso non è stato esente da questo comportamento, costruendo grandi templi, moschee, basiliche e cattedrali, le quali avevano un’importante funzione in termini di psicologia politica: quella di far sentire la gente comune “piccola”, umile e debole nei confronti di Dio, e –più concretamente- nei confronti delle gerarchie clericali.
Addirittura si è arrivati a dire che l’aristocrazia avesse “sangue blu”, come a dire che i nobili erano diversi dal popolo anche fisiologicamente.

Questa tendenza a distinguersi dal popolo è iniziata gradualmente ad entrare in crisi tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900.
La lotta di classe, sempre più forte ed organizzata, la nascita delle democrazie di massa e lo sviluppo dei partiti socialisti, popolari e comunisti ha, a poco a poco, convinto il potere a mutare atteggiamento. O almeno alcuni settori del potere, quelli più esposti apertamente all’opinione pubblica.

Oggi la tendenza dei leaders è quella di apparire sempre più come persone “del popolo”.
L’Italia vanta ormai una certa tradizione in questo campo, avendo espresso un pioniere di tale tendenza, ossia Benito Mussolini.
Il “duce”, nelle sue uscite pubbliche, si sforzava di presentarsi in modo molto differente dal classico borghese intellettuale e “perbene”, ostentando un’immagine infarcita di atteggiamenti un po’ militareschi e un po’ popolari rozzi, fino ad arrivare al noto “me ne frego!” (poi, certo, aveva scelto come sua residenza l’aristocraticissima Villa Torlonia…quando si dice la coerenza!).

Per rimanere in Italia, lo “scimmiottamento” di atteggiamenti “popolari” è riesploso –non a caso- dopo il famoso ’89, con l’avvento della Seconda Repubblica.
Invano si cercherebbero espedienti simili in quei grandi dirigenti politici –Berlinguer, Pertini, Togliatti, Longo, Nenni (ma anche De Gasperi, Moro, Andreotti), ecc.- i quali rappresentavano veramente i lavoratori e i ceti popolari. Ma questi erano a capo di partiti radicati nel popolo e non avevano bisogno di scimmiottarlo.

Tornando alla II Repubblica, l’esempio più significativo tra i leaders politici che imitano comportamenti “popolari” è stato sicuramente quello di Silvio Berlusconi. Le sue quotidiane battute, i gesti (anche volgari), perfino le sue gaffes, facevano parte di una tecnica comunicativa ben studiata, tale da farlo apparire come un uomo “del popolo”, e quindi una persona spontanea e distante dalla “casta” dei politici di professione (considerati tout-court “falsi”). E quindi un uomo concreto e vicino agli interessi del popolo.

Un altro maestro nel campo è stato Umberto Bossi, su cui è inutile spenderci troppe parole. Stesso discorso per un comico come Beppe Grillo, tra l’altro coadiuvato –non a caso- da un grande imprenditore della comunicazione come Casaleggio.

All’estero, o quantomeno nei paesi europei, tale tendenza sembra essere assai più ridotta.
Un po’ più marcata, invece –ma non ai livelli italiani- la troviamo negli Stati Uniti. Anche negli States esiste una certa retorica a proposito dei presidenti “popolari” e infatti abbiamo avuto diversi presidenti che non provenivano dal ceto politico tradizionale (tipo Carter, che coltivava arachidi, o Reagan, attore).

Chi invece ha imparato bene la “lezione” (forse perché la sua sede è pur sempre in Italia) è la Chiesa Cattolica.
Il primo protagonista di tale tendenza è stato sicuramente Papa Wojtyla. I mass-media ce l’hanno sempre presentato come un ex operaio e come una persona molto “umana”.
A partire dal gesto –sicuramente studiato- di baciare in terra nei luoghi che egli visitava. Poi, Wojtyla lo si è visto scendere in una miniera con tanto di elmetto e fare numerosi gesti “da gente comune”, tipo andare a sciare e tant’altro.
Tutto ciò serviva a divulgare l’immagine di una persona “del popolo” e umile.

Papa Ratzinger si prestava poco a tale meccanismo (chissà se è stato sostituito anche per questo motivo).
Viceversa, Papa Bergoglio sembra proprio tagliato a tale scopo, con il suo viso da “buonaccione”.
E alcune “rinunce” (puramente esteriori) hanno fatto il resto: oggi egli appare essere una persona buona e che incarna lo spirito di una chiesa, che vorrebbe cambiare e diventare più umile.

In realtà la Chiesa Cattolica continua ad essere un impero economico di dimensioni molto più che “faraoniche”. Basti pensare che, solo in Italia, detiene a vario titolo almeno un quarto di tutte le proprietà immobiliari del paese e possiede hotels, negozi, ospedali, scuole, ristoranti e tantissimo altro, per un giro d’affari semplicemente colossale. Tutto (o quasi) esentasse. Alla faccia dell’umiltà!

Comunque sia, al di là di tutto, il fatto che il potere di oggi tenda a “mascherarsi” e ad apparire più popolare e meno aristocratico e faraonico, è, in sé, un fatto positivo, poiché testimonia del fatto che i ceti popolari hanno acquisito maggiore importanza e considerazione nell’ultimo secolo e mezzo.

Ma non basta: affinché i ceti proletari imparino a non farsi ingannare dal potere “mascherato”, occorre che facciano –in sintesi- due cose: lottare e istruirsi.
Sono l’ignoranza e la passività gli elementi che impediscono a questi settori della società di prendere coscienza della realtà e che permettono di farsi ingannare da chi fa finta di essere uno di loro (di solito per sfruttarli meglio).

lunedì 27 aprile 2015

immigrazione clandestina: una soluzione ci sarebbe, ma...

Durante il mio recente viaggio in Egitto sono rimasto colpito da due cose.
La prima me l’aspettavo, ed è la povertà di gran parte della popolazione locale, la quale si percepisce molto chiaramente girando per il paese e in diversi quartieri del Cairo.
La seconda cosa è stata quella di vedere nell’albergo dove soggiornavamo al Cairo una quindicina, circa, di ragazzi molto giovani e gravemente feriti. Uno aveva una gamba amputata, altri due erano in carrozzina e gli altri con le stampelle e braccia o gambe ingessate. Ragazzi!!
Alla reception mi hanno spiegato che sono ragazzi libici, vittime della guerra, e ospitati lì per un soggiorno di recupero, grazie –se ho capito bene- all’ambasciata egiziana in Libia.

Certo, entrambe le cose che ho visto coi miei occhi, povertà e ragazzi feriti, sono forse l’anticamera dell’anticamera dei problemi che ci sono in Africa.
E che spiegano ampiamente –per chi lo vuole capire- come mai ci sono centinaia di migliaia di africani che vogliono scappare via dalla loro terra, sacrificando i risparmi di una vita per pagare la traversata sui barconi, rischiando la vita, per poi ritrovarsi –se sono fortunati- dall’altra parte del Mediterraneo, in un paese sconosciuto, dove popolazione e istituzioni sono tendenzialmente ostili nei loro confronti (checché ne dica una certa squallida campagna mediatico-propagandistica di destra, la quale favoleggia su improbabili privilegi di cui gli immigrati godrebbero, a scapito degli italiani).

La maggioranza degli italiani reagisce con fastidio di fronte a questa che viene percepita come una vera e propria invasione di extracomunitari, anche perché ha totalmente perso coscienza di che cosa significhino la guerra e la miseria (ma ho come la sensazione che non tarderanno a riscoprirlo).
Non è questione di “buonismo” o non “buonismo”: nemmeno i governi di centro-destra che ci sono stati recentemente in Italia, con tanto di legge sull’immigrazione Bossi-Fini (che -lo ricordiamo- ha introdotto il reato di clandestinità) sono riusciti minimamente ad arginare il fenomeno.

Evidentemente serve un altro approccio.
Intanto è importante osservare che l’intervento militare della NATO (Italia compresa) contro la Libia di Gheddafi nel 2011 -dettato da “appetiti” petroliferi- ha prodotto, nel tempo, un aumento esponenziale degli sbarchi di clandestini, dato che ha distrutto uno Stato solido, con una buona economia e una situazione politica tranquilla. Oggi la Libia è un coacervo di gruppi estremisti e terroristi che si sparano addosso, strade e ospedali sono distrutti e l’economia è nel più totale collasso.
La Libia di Gheddafi era un potente argine contro l’immigrazione tramite barconi. NOI l’abbiamo distrutta.

Ma i problemi dell’Africa sono molto più profondi.
Il Continente Nero è in realtà pieno di risorse e potrebbe essere ricchissimo. Purtroppo nei secoli scorsi (e ancora oggi) è stato letteralmente saccheggiato dal colonialismo euro-americano.
Prima tramite il colonialismo direttamente politico, poi –dal dopoguerra- attraverso una nuova forma di colonialismo indiretto, per cui gli Stati africani rimangono –in teoria- indipendenti, ma in realtà vengono governati da dittatori locali, che però sono quasi sempre dei fantocci, controllati dai paesi ricchi europei e sempre più dagli americani.

Questi paesi subiscono uno sfruttamento economico e una depredazione delle loro risorse, che forse nemmeno durante il “vecchio” colonialismo politico esisteva.
Inoltre l’Occidente favorisce spesso conflitti “locali”, appoggiando l’una o l’altra fazione, a seconda della convenienza, e alimentando tensioni e conflitti, appunto, per controllare le zone economicamente fruttuose, tipo il petrolio, o le miniere –di cui l’Africa è ricchissima- ecc.
Tutto ciò impedisce ai paesi africani di sviluppare una propria economia, e quindi un certo benessere, in grado di bloccare miseria, sottosviluppo e conflitti vari.

 

La soluzione a tali problemi esiste, e consiste nel cambiare completamente approccio nelle politiche verso i paesi africani, prendendo esempio da ciò che sta sempre più facendo la Cina.
La Cina negli ultimi anni ha enormemente incrementato la sua presenza commerciale (e non solo) in Africa. Da cui ricava risorse preziose e fondamentali.
Ma, a differenza dei paesi euro-americani, pratica una ragione di scambio molto più equa, pagando agli africani un prezzo decente e non una miseria, come invece fanno i “nostri”.
Inoltre, investe pure sulle infrastrutture di quei paesi (strade, ospedali, scuole, ferrovie, ecc.), arrivando ad inviare i suoi ingegneri per realizzare tali opere.
Ciò permetterà –se non ci saranno intoppi- a molti di questi paesi di realizzare in futuro uno sviluppo oggi impensabile.

Questo è ciò che dovrebbero fare anche i nostri paesi, invece di gridare “al lupo” per dei poveri disperati, che arrivano da noi in cerca di sopravvivenza.

Ma il governo cinese lo può fare, perché ha una sua autonomia dai potentati economici. Mentre i nostri paesi (pseudo) “democratici” sono fortemente egemonizzati e controllati da parte del capitale finanziario e dalle multinazionali. E questi ultimi ragionano solo ed esclusivamente in termini di profitti immediati o di breve termine e sono privi di lungimiranza.
E quindi teniamoci l’immigrazione selvaggia, con tutte le sue conseguenze.
Invocare minor tolleranza e più repressione non servirà assolutamente a niente (se non a dare qualche voto in più alla Lega di Salvini)!

mercoledì 1 aprile 2015

Siamo in Terza Guerra Mondiale (anche se non lo sappiamo)

Siamo in guerra, nella Terza Guerra Mondiale.
Lo so: sembra una battuta, o quantomeno un’esagerazione. Ma è così.
Il motivo per cui in Italia non ce ne accorgiamo è perché questa guerra si sta combattendo anche e soprattutto con mezzi e con armi assolutamente inediti.
E anche perché ci aspetteremmo che una guerra mondiale oggi venga combattuta con gli armamenti nucleari, cosa che non sta avvenendo, almeno finora (anche se ci sono dei segnali inquietanti che gli Stati Uniti vogliano attaccare la Russia con ordigni nucleari).

Comunque, che la Terza Guerra Mondiale sia già scoppiata l’ha detto anche un autorevole personaggio pubblico, assai distante dalle mie opinioni.
Chi mi conosce sa che io, oltre ad essere ateo, non ho mai avuto troppa simpatia verso i papi in genere. Ma so anche che un papa è di solito molto ben informato sulle vicende del mondo e che non parla a casaccio. E Papa Francesco ha detto un mesetto fa che la Terza Guerra Mondiale è già iniziata e si sta combattendo “a pezzetti”.

Ma con quali mezzi si sta combattendo questa guerra?
Intanto anche con armi tradizionali.
Già l’invasione dell’Afghanistan (dove è stata realizzata la più grande base militare USA, non a caso nel cuore del Continente Asiatico, tra la Russia, la Cina, l’India e l’Iran) e quella dell’Iraq hanno rappresentato dei “preparativi” per questo conflitto.

Ma l’accelerazione è avvenuta negli ultimi 4 anni, complice anche la crisi economica capitalistica.
Prima la guerra alla Libia di Gheddafi condotta direttamente dalla NATO a suon di bombardamenti e indirettamente, tramite le milizie estremiste islamiche (sostenute e finanziate dall’Occidente). Poi la guerra alla Siria –sostanzialmente persa- condotta indirettamente, tramite i “ribelli siriani” (in gran parte mercenari stranieri -tra cui la famigerata Isis- appoggiati sempre dall’Occidente) e per poco non direttamente dalla NATO anche quella (dato che si opposero la Russia e la Cina).
Discorso simile per quanto riguarda l’Ucraina, dove un colpo di Stato (neanche a dirlo, anche questo appoggiato sfacciatamente dagli europei e ancor di più dagli americani) ha scatenato violenze e conflitti interni, sfociando in una vera e propria guerra nelle zone orientali (ora si è raggiunta una tregua, grazie a Russia, Germania e Francia; ma quanto durerà, considerando che gli USA scalpitano per proseguire ed aggravare il conflitto?).

Nell’ultima settimana, poi, è scoppiata un’altra guerra “convenzionale”, quella nello Yemen. L’Arabia Saudita –a capo di una coalizione di Stati arabi- sta attaccando e bombardando i ribelli yemeniti, i quali nei mesi scorsi sono riusciti a prendere il controllo di quasi tutto il paese e a cacciare vie l’ex dittatore Hadi.
Nonostante in Italia quest’ultimo conflitto abbia poca risonanza, non si tratta di una guerra locale e per almeno 2 motivi: primo, perché lo Yemen si trova geograficamente in una zona strategica, all’imbocco del Mar Rosso (quello che conduce al Canale di Suez, per intenderci), con tutto quello che ne consegue, in termini di flussi commerciali, soprattutto petroliferi, e secondo perché l’Arabia saudita è da sempre alleato strategico degli Stati Uniti e di Israele e agisce (anche) per conto loro. Non a caso gli yankees appoggiano quest’intervento.

E come se tutto ciò non bastasse, gli Stati Uniti hanno recentemente minacciato un intervento militare pure nel Venezuela bolivariano, rischiando, così, di aprire un ulteriore fronte di guerra anche in America Latina, nel loro (ex) cortile di casa.

 

Ma, come già accennato, oltre alle guerre “convenzionali” oggi esistono anche guerre combattute con altri mezzi, solo in apparenza meno letali. E anche lì siamo in piena guerra mondiale.

Esiste, intanto, la guerra mediatica (o psicologica) –sulla quale non mi dilungo, perché richiederebbe un articolo a parte- ma che è sostanzialmente propedeutica al conflitto vero e proprio, dato che consiste nel far accettare alla popolazione l’idea dell’assoluta e urgente necessità dell’intervento militare.

Poi c’è la guerra commerciale, ossia, le “sanzioni economiche”, che sono un po’ la versione moderna degli assedi medievali alle città, dato che l’obbiettivo è quello di “affamare” lo Stato vittima, privandolo di risorse energetiche, alimentari, sanitarie, ecc. indispensabili per quel paese e per la sua popolazione.
E’ stato il caso di Cuba, colpito dall’embargo americano per decenni. Poi dell’Iraq di Saddam Hussein (il cui embargo ha causato centinaia di migliaia di morti, soprattutto bambini).
Ora gli Stati Uniti stanno sanzionando anche il Venezuela e soprattutto la Russia (vittima di sanzioni UE e soprattutto USA; le quali sanzioni, però, si stanno ritorcendo, come prevedibile, pesantemente anche su Germania, Francia e sulla stessa Italia).

E poi esiste anche la guerra terroristica.
L’attentato terrorista è in molti casi una vera e propria arma di guerra. Ed è particolarmente letale, non solo e non tanto per i danni e le morti concrete che provoca, quanto per le conseguenze sull’opinione pubblica e sulle decisioni politiche.

L’attentato terrorista presenta, infatti, un enorme vantaggio per chi lo decide e organizza (gli esecutori materiali contano poco, dato che sono quasi sempre dei burattini manovrati, spesso inconsapevolmente): il vantaggio che per il grosso dell’opinione pubblica, e quindi per la popolazione vittima, è difficilissimo capire chi sono i veri autori di questo.
Viceversa, i politici ad alto livello (capi di Stato, ma anche di partiti, ecc.) di solito sanno benissimo chi è che decide tali attentati e i veri motivi di questi. Solo che il più delle volte sono impossibilitati a rivelarlo pubblicamente, per diversi motivi (a partire dal fatto che, non avendone le prove, rischierebbero di esporsi a brutte figure e di apparire poco credibili).

Dunque, gli attentati terroristici (tipo quello recente di Parigi, alla Charlie Hebdo, ma anche quello di Copenhagen, quello di Tunisi e forse perfino lo stranissimo “incidente” aereo della GermanWings) possono avere quantomeno due funzioni: quello di spostare l’opinione pubblica di uno o più paesi in una determinata direzione, sfruttando il fatto che essa non ha modo di sapere chi è il vero autore di questi e/o quello di inviare un messaggio “in codice” (di solito una minaccia) ai vertici politici di determinati Stati o partiti (il cui senso è “se non fate come vogliamo, vi colpiamo molto duramente”).

 

Finora l’unica “arma” di queste che è stata utilizzata in Italia è stata quella mass-mediatica (in modo particolare la campagna anti-islamica e quella anti-russa, entrambe pienamente funzionali agli appetiti guerrafondai americani), e, direi, anche con grande successo.
Ma occhio, che altre armi sono in agguato e potrebbero colpirci assai presto!

giovedì 19 marzo 2015

Barack Obama, una delusione...preannunciata.

Quando Barack Obama venne eletto per la prima volta Presidente degli Stati Uniti d'America, nell'autunno 2008, gran parte della sinistra italiana reagì con enorme entusiasmo.
Non io.
Infatti, scrissi un articolo sul mio blog di allora in cui spiegavo che non mi facevo troppe illusioni rispetto al nuovo presidente americano.
L'unico motivo di contentezza rispetto all’evento consisteva nel fatto che per la prima volta veniva eletto un presidente di colore, infrangendo un tabù secolare. Ma a parte questo fatto, non mi aspettavo un cambiamento significativo della politica americana, o almeno non per quanto riguarda guerre, sfruttamento, controllo del pianeta, ambientalismo, lotta alla povertà, ecc.

E questo non per disistima personale nei confronti della persona in sé, ma perché dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il cosiddetto "uomo più potente della terra", in realtà non è affatto tale.
Il fatto stesso che oggi come oggi una persona per poter vincere le elezioni e diventare presidente degli States debba necessariamente usufruire di un massiccio finanziamento da parte delle grandi lobbies economico-finanziarie nonché (ahi, ahi!) militari, lo vincola, una volta raggiunta l'ambita carica, a dover perseguire gli interessi di queste, anche a discapito dei lavoratori e dei ceti popolari, per non parlare delle altre popolazioni (su questo dovrebbero riflettere gli entusiasti sostenitori nostrani dell'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti; ossia, su come tale abolizione vincolerebbe ancor di più i "politici" ai grandi potentati finanziari, anche e soprattutto stranieri).

La campagna elettorale di Obama è finanziata dai soliti potentati economici, quali banche, multinazionali, ecc. E nessuno ti finanzia per niente. Chi oggi ti dà 10, domani pretende 20. E’ la legge del capitalismo!

Dunque, con una carica così importante come quella che ha occupato, Obama non poteva certo fare come gli pareva. Nel migliore dei casi doveva quantomeno mediare con gli interessi delle elites finanziarie e militari (Eisenhower -il presidente americano durante il maccartismo, quindi neanche lontanamente sospettabile di simpatie a sinistra- dopo essere stato presidente degli USA negli anni 50, disse una volta che il vero potere negli Stati Uniti è detenuto dal “complesso militare-industriale”; al quale i presidenti devono sostanzialmente subordinarsi).

Dei famosi 10 punti che Obama aveva promesso durante la sua campagna elettorale, ne sono stati realizzati in teoria solo tre. Ma anche questi tre in misura talmente limitata da potersi considerare quasi un fallimento.
Parliamo della riforma sanitaria (che si è risolta alla fine in un finanziamento alle assicurazioni private che hanno in mano la sanità americana, per curare quelli che non se lo possono permettere; ma siamo lontanissimi da una sanità pubblica), del ristabilimento dei rapporti con Cuba -ancora in fase iniziale, ma intanto l'embargo americano prosegue (e inoltre Obama sta introducendo le sanzioni pure per il Venezuela)- e della riappacificazione con l'Iran (anche qui si procede con passo di lumaca).

Ma l'elemento che getta maggiormente ombra sul "Premio Nobel per la Pace" è quello della guerra: non solo i militari americani continuano ad occupare l'Afghanistan e stanno ritornando in Iraq, con la scusa dell'Isis, ma in questi anni si sono aperti diversi nuovi fronti di conflitto reale o potenziale, con gli USA in prima fila (Libia prima, poi Siria, poi Ucraina e sembra che gli americani vogliano addirittura attaccare il Venezuela).

Dunque, rispetto all'era Bush Jr la situazione è addirittura peggiorata da questo punto di vista.
Ma ciò accade non perchè Obama è peggiore o più guerrafondaio di Bush.
Il vero motivo è che l'imperialismo economico-politico americano è in forte crisi.

A livello mondiale gli USA stanno perdendo la loro secolare supremazia economico-finanziaria, basata essenzialmente al ruolo del dollaro come valuta di scambio mondiale (ma, alla fine, ai rapporti di forza politico-militari, che imponevano tale condizione): l'emergere dei paesi del BRICS, e in modo particolare della Cina, sta mettendo in discussione tale supremazia. La crisi economica, causata dallo stesso capitalismo finanziario, sta facendo il resto.

Dunque, le grandi lobbies economiche americane stanno diventando particolarmente aggressive.
E Barack Obama -come qualunque altro presidente USA- è costretto ad assecondare le loro esigenze-appetiti.

La storia americana d’altronde insegna che se un presidente si permette di agire un po' troppo di testa sua, può correre grossi rischi.
Abbiamo, infatti, diversi esempi storici di presidenti fatti cadere -o comunque ridimensionati- da queste lobbies (le quali tra l’altro controllano anche tutti -o quasi- i grandi mass-media): da Nixon, con lo scandalo Watergate, a Clinton con la storiella della Lewinsky. E uno di loro ci ha persino rimesso la pelle, ossia John Kennedy.

Tornando a Obama, egli ha suscitato all’inizio comprensibili entusiasmi in gran parte dell’opinione pubblica di sinistra, facendo discorsi che lasciavano sperare in un cambiamento epocale della politica americana.
Ma ciò non è accaduto.
Forse, se negli USA fossero scoppiati dei forti movimenti popolari organizzati, che avessero richiesto a gran voce un altro tipo di politica, molto più progressista, è possibile che Obama avrebbe tentato di fare qualcosa di più.
Ma, nonostante l’aumento della povertà e il crescente malcontento, il popolo americano (come d'altronde quello italiano) non dà per il momento grandi segnali di voler intraprendere un ciclo di lotte.

E quindi teniamoci la delusione-Obama.
In attesa di sapere chi sarà il prossimo presidente che andrà inevitabilmente anche lui (o lei) a servire fedelmente il grande capitale economico-finanziario-militare yankee.

martedì 3 marzo 2015

l'ISIS e il suo potente impatto mediatico

Inizio il discorso partendo dall'assunto -tutto da dimostrare- che ciò che i mass-media ci riferiscono sull'ISIS sia tutto vero.
Parto da quest'assunto, perchè quelli come me -si sa- sono facile preda delle accuse di "complottismo" (come se la storia non ci insegnasse che fin dall'antica Roma gli intrighi e i complotti sono sempre stati il pane quotidiano dell'attività politica).

Dunque, accettiamo l'idea che l'Isis sia nato spontaneamente, sulla base del solo fanatismo islamico. Che sia poi cresciuto enormemente, che abbia acquisito (non si sa come) una mole impressionante di armi, attrezzature e soldi tale, da riuscire a creare addirittura uno Stato proprio, a tenere testa all'esercito siriano e ad espandersi addirittura in Libia, a distanza di migliaia di chilometri dall'Iraq, dove è inizialmente sorto.

Dell'Isis colpisce intanto una cosa: da una parte i suoi militanti e i capi appaiono essere dei personaggi brutalmente feroci, ultra-fanatici, violenti, intolleranti, e dunque, in finale, molto rozzi. Dall'altra, però, sono riusciti incredibilmente ad elaborare una strategia comunicativa estremamente raffinata ed efficace.
Essi, infatti, filmano accuratamente ogni loro "malefatta", dalle esecuzioni dei loro prigionieri, alla distruzione di opere archeologiche nei musei. E' notevole anche la qualità di certi video, a volte ottima.

Verrebbe da chiedersi, poi, come mai una simile intelligenza mediatica si accoppia, di nuovo, al suo opposto, la stupidità. Ossia, che interesse hanno questi (sedicenti) islamici a divulgare a tutto il mondo un'immagine così negativa dell'islam, visto come una religione di pazzi, fanatici, violenti, intolleranti, criminali e che disprezza la vita umana e pure l'arte e la storia?

Ma, va bè, diamo per buona anche questa, ammettiamo, cioè, che l'Isis abbia tutto l'interesse soltanto a spaventare il mondo (e la stragrande maggioranza degli stessi islamici, i quali sono inorriditi al pari di noi per le atrocità commesse dall'Isis).
Ammettiamo che la realtà coincida perfettamente con le drammatiche notizie e soprattutto con le numerose immagini e video che ci giungono sull'Isis (in realtà di notizie ce ne arrivano ben poche e confuse; praticamente sull'Isis ci arrivano solo immagini e video).
Dunque evitiamo qualsiasi sospetto di essere "complottisti".

 
Anche in questo caso, però, sorge una domanda grande come un grattacielo: perchè i nostri mass-media hanno contribuito a divulgare in modo così massiccio e generoso tali immagini e video dell'Isis, rendendosi complici -di fatto- della strategia comunicativa di questi pazzi criminali?
Per settimane sono apparse quotidianamente -spesso sulle prima pagine dei quotidiani o tra le prime notizie dei telegiornali- gigantografie degli uomini incappucciati e vestiti di nero, con un coltello in mano, pronti a sgozzare il povero prigioniero. Perchè?
Stesso discorso riguarda anche internet. Perchè se è vero che quest'ultimo è forse impossibile da controllare al 100%, è pure vero che le gigantesche compagnie del web (Google, Facebook, ecc.) hanno sicuramente il potere di esercitare un forte controllo sulla rete e di limitare al massimo la diffusione di questi video, la quale, invece, è stata letteralmente esplosiva e senza limiti.

Ora, è credibile che i grandi gruppi editoriali, le agenzie di stampa, gli imperi televisivi e le colossali aziende che controllano e gestiscono (grandissima parte di) internet, si siano fatti manipolare e abbiano ingenuamente contribuito a servire una strategia mediatica di un gruppo di rozzi e fanatici, come quelli dell'Isis?
Perchè, è vero che il pessimo giornalismo campa di sensazionalismi (e cosa c'è di più "sensazionale" delle immagini degli incappucciati che puntano il coltello alla gola della vittima o che bruciano vivo un uomo in gabbia?). Ma quello è, appunto, pessimo giornalismo.
Un quotidiano (o un telegiornale) serio e professionale dovrebbe evitare di pubblicare immagini del genere e dovrebbe semmai sforzarsi di dare un'informazione un po' più puntuale e attendibile di ciò che sta effettivamente accadendo.

Viceversa, i nostri mass-media -anche quelli più quotati- sembrano avallare una certa concezione dell'"informazione", che si basa sempre più sulla potente reazione emotiva suscitata da certe immagini, e sempre meno su un'analisi un minimo attendibile delle reali dinamiche in corso, lasciando l'utente in una condizione di sostanziale ignoranza, ma fortemente turbato.

Senza contare il fatto, poi, che tutte queste immagini e video (sempre ammesso che siano reali e non costruiti artificialmente) contribuiscono letteralmente a gettare benzina sul fuoco, alimentando i già fortissimi pregiudizi e stereotipi negativi che la maggioranza degli italiani e occidentali già hanno sul mondo islamico e sulle popolazioni arabe.

 
In conclusione a me sembra fin troppo evidente che dietro alla massiccia e inquietante diffusione di immagini e video raccapriccianti sull'Isis da parte dei nostri mass-media non ci sia affatto ingenuità, bensì una vera e propria strategia.
Ossia, quella di alimentare le paure e l'odio verso le popolazioni arabo-islamiche -e verso il terrorismo in genere- al fine evidente di favorire e far accettare qualsivoglia intervento militare della NATO e le relative spese (che naturalmente paghiamo noi).

mercoledì 18 febbraio 2015

Crisi russo-ucraina: gli USA vogliono la guerra. L'Europa dice ni.

Contrariamente a ciò che dicono i nostri mass-media mainstream, i quali attribuiscono le responsabilità del clima di pre-guerra (e neanche tanto "pre") totalmente alla Russia di Putin, basta una breve panoramica sullo sviluppo degli eventi in Ucraina dell'ultimo anno e mezzo per accorgersi di ben altre dinamiche.

Le recenti tensioni in Ucraina sono iniziate con la "rivolta di Piazza Maidan", a Kiev (capitale dell'Ucraina), scoppiata ufficialmente in seguito al rifiuto del presidente ucraino di aderire all'Unione Europea. Rivolta che s'è fin da subito caratterizzata come violenta (con diversi poliziotti uccisi dai manifestanti).
Durante le dimostrazioni diversi personaggi politici occidentali si presentarono di persona, aizzando i manifestanti contro il governo (democraticamente eletto) di Victor Janukovyc: un'ingerenza senza precedenti! Sarebbe come se durante una manifestazione di protesta a Roma i politici cinesi o russi intervenissero in piazza spingendo i manifestanti a sbarazzarsi di un governo democraticamente eletto (quello di Renzi non fa testo, sotto quest'aspetto).

Nel febbraio del 2014, dopo violenti scontri, il colpo di Stato riuscì, e gruppi paramilitari di estrema destra presero il potere in Ucraina.
Dopodichè scoppiarono numerose violenze da parte di questi gruppi e principalmente di Pravj Sector (settore destro), dichiaratamente filo-nazisti. Scontri e violenze culminati con il rogo della sede del sindacato di Odessa, dove decine di persone che si trovavano dentro perirono tra le fiamme.

Ma le regioni dell'Ucraina dell'Est non ci stavano e la popolazione della Crimea (regione tradizionalmente russa) si è espressa a larghissima maggioranza per l'annessione alla Russia, mentre nelle regioni di Donesk e di Luhansk le popolazioni si sono ribellate e hanno iniziato la resistenza contro il governo golpista dell'Ucraina.

Ed è proprio questa guerra civile ad aver spinto l'Europa e soprattutto gli Stati Uniti all'adozione di misure volte a "punire" la presunta ingerenza della Russia (tutta da dimostrare) nel conflitto ucraino. Tali misure si concretizzano con le sanzioni economiche.
Il pretesto iniziale per tali sanzioni -riconfermate di recente- fu l'abbattimento dell'aereo della Malaysia, attribuito ai ribelli del Donesk, ma, come dimostrano le immagini satellitari, causato in realtà dall'esercito ucraino.

Ma tali sanzioni alla lunga colpiscono non tanto la Russia (la quale sta trovando altri sbocchi, rafforzando notevolmente i legami economici con altri paesi e soprattutto con la Cina), quanto l'Europa.
Numerose sono, infatti, le imprese tedesche, francesi, italiane e di altri paesi europei che subiscono pesantemente tali misure, dato che basavano la loro attività principalmente proprio sull'esportazione alla Russia e molte di loro stanno chiudendo o saranno costrette a chiudere in futuro.


L'Europa, dunque, finora si è piegata alla volontà degli yankees e ha appoggiato il governo golpista filo-nazista dell'Ucraina, arrivando fino al punto di varare le sanzioni economiche alla Russia, spinta dalle pressioni d'oltreoceano.
Ma ora che gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per inasprire la guerra e per coinvolgere più direttamente la NATO, Francia e Germania si stanno incominciando a smarcare.
Il recente viaggio a Mosca -non concordato con Obama- della Merkel e di Hollande per trattare con Putin e la firma della tregua, lascia capire chiaramente che questi paesi si incominciano a rendere conto di che cosa significa l'esplosione di un conflitto di grande portata nel centro dell'Europa, a poche centinaia di chilometri dalla Germania.

Tanto più che la recente offensiva dell'esercito ucraino contro i ribelli dell'Est si è risolta in un grande fiasco: non solo i ribelli non sono arretrati, ma, al contrario, stanno avanzando e a Debaltsevo hanno rinchiuso in una sacca un grosso contingente dell'esercito ucraino (dove sembra siano presenti anche militari americani, alla faccia delle accuse rivolte a Putin di ingerenza nel conflitto).
Nell'esercito ucraino inoltre il clima è sempre più pesante e di sfiducia e le diserzioni si moltiplicano giorno su giorno.

In questa situazione drammatica e potenzialmente esplosiva, risalta -per la sua mancanza- il movimento pacifista.
Quello che manifestò ampiamente nel 2003 contro l'invasione dell'Iraq, oggi sembra morto. Inoltre sono pochissime (e deboli) le forze politiche che avvertono chiaramente questo pericolo a cui ci stanno conducendo gli Stati Uniti: gli unici due partiti sono Rifondazione Comunista e il PCdI: troppo poco per costruire un grande movimento di massa, di cui si sente drammaticamente la mancanza.