domenica 12 febbraio 2017

Giunta Raggi: critiche, non canea mediatica.


Sono passati ormai sette mesi da quando al Campidoglio si è insediata la Giunta pentastellata di Virginia raggi. E credo che un primo, provvisorio, bilancio si possa incominciare a fare.

Ma prima andrebbe fatta una premessa: pur non essendo mai stato un sostenitore, né un votante del M5S, non condivido affatto tutta la campagna mediatica che ormai da mesi non fa che scatenarsi quasi ininterrottamente contro la Raggi e la sua giunta. Ormai quotidianamente la notizia principale dei nostri mass-media è la sindaca del M5S e i suoi problemi con gli assessori o con la polizza, o altro.
Chi capisce un minimo come funziona il nostro sistema mediatico, non può non cogliere in tale massiccia campagna una manovra strumentale (prima contro il NO al referendum costituzionale e ora probabilmente finalizzata più a far prevalere interessi e appetiti, in relazione al nuovo stadio e ancor di più alla speculazione edilizia che c’è dietro).

La Giunta Raggi andrebbe invece criticata, secondo me, per i suoi reali difetti e limiti.
E il primo mi sembra sotto gli occhi di tutti (“grillini” compresi) e cioè il fatto che il M5S s’è presentato ad un appuntamento così importante, come l’amministrazione del Comune di Roma, in modo del tutto impreparato e con un personale inadeguato.
Tanto è vero che hanno dovuto nominare come assessori (in seguito decaduti) dei personaggi molto discutibili e già ampiamente compromessi con la Giunta Alemanno.

Già da qui si dovrebbe capire che la politica non è una cosa semplice e che, anzi, richiede una vera e propria capacità professionale (ci sarà pure un motivo se in tutto il mondo esistono le facoltà di Scienze Politiche). Non basta certo essere dei “cittadini onesti” (anche dando per buono che lo siano per davvero) per governare una città come Roma. L’urbe, infatti, è una metropoli molto molto complessa e per diversi motivi. Ma qui il discorso va preso alquanto alla larga.

Roma, intanto, è capitale di due Stati (sì, c’è anche il Vaticano).
La “città eterna” è attraversata da una serie di dinamiche politiche ed economiche, che producono una lunga serie di esigenze, interessi e di lobbies. Quindi anche numerosi “appetiti”. Legittimi e meno legittimi, per non dire mafiosi.
Dalle “storiche” lobbies dei palazzinari, alle “cooperative” (quelle finte, intendo), a numerosi affaristi e speculatori di ogni genere, tra i quali le grandi multinazionali. E gli appetiti non riguardano solo la massiccia cementificazione (povera Roma!) legata allo stadio, bensì anche le possibili future privatizzazioni delle aziende municipalizzate e soprattutto delle utilities (acqua, luce, gas, ecc.).
A tutto ciò andrebbero aggiunti i massicci tagli che lo Stato ha effettuato in questi anni nei confronti degli Enti Locali, nonché politiche folli come la “spending review”.

Poi c’è la Chiesa Cattolica (ma il giusto proposito della Raggi di far pagare finalmente le tasse pure a loro, che fine ha fatto?). A Roma il 40% (o forse più) del patrimonio immobiliare appartiene alla Chiesa e il numero delle attività economiche (alberghi, ospedali, ristoranti, scuole, negozi, cliniche, istituti vari e altro ancora) è incalcolabile. Tutto o quasi esentasse.


Tutto questo sistema di potere è ben consolidato (a parte qualche “scossone” ogni tanto, ma dovuto solo a contrasti tra i diversi settori della borghesia).
E con tale sistema di potere a Roma occorre fare i conti, se si vuole amministrare questa metropoli. O ti metti d’accordo con loro, o altrimenti duri poco.
Ma se la Giunta Raggi e il M5S arriverà all’accordo con loro -e la probabile dipartita di Berdini andrà di sicuro in questa direzione- tradisce tutti i bei princìpi e i grandi discorsi del tipo “onestà”, “basta con la vecchia casta politica”, che erano alla base del loro grande successo elettorale e del loro seguito di massa. E diventerebbero né più né meno dei partiti o dei politici contro i quali hanno sempre inveito.


Ma quindi contro questo sistema di poteri che –di fatto- governa Roma, condizionando pesantemente tutte le giunte, a prescindere dal colore politico di queste, non si può fare proprio nulla? Siamo destinati a subirne per sempre le sue influenze, i suoi ricatti?
In realtà non solo si potrebbe fare tanto per quantomeno ridimensionare tali poteri, ma in passato ciò è stato anche fatto, almeno in una certa misura.
Quello che è stato probabilmente il miglior sindaco che Roma abbia mai avuto, Luigi Petroselli, fece tantissimo per migliorare la città, e soprattutto per venire incontro alle esigenze degli strati sociali più disagiati, delle borgate.

Ma egli ha potuto fare ciò non solo per le sue indubbie qualità personali, ma anche e soprattutto poiché nell’intero paese c’era un contesto generale molto diverso da quello di oggi. Allora ci furono grandi cicli di lotte dei lavoratori e esistevano delle organizzazioni –politiche e sindacali- forti, radicate e combattive, assai poco concilianti con i cosiddetti “poteri forti”. E che mettevano in discussione la società capitalistica complessivamente.
Oggi purtroppo non è più così.

E quindi, se vogliamo veramente cambiare le cose l’unico modo è quello di rimboccarci le maniche, a partire da tutti quanti, ciascuno per quello che può, e tentare, piano piano, di riprendere a lottare, ma soprattutto a ricostruire delle organizzazioni sindacali e ancor più politiche che sappiano mettere in discussione le politiche liberiste (e possibilmente l’intera società capitalistica, che le produce), a partire dalle istituzioni internazionali (l’euro soprattutto) che ce le impongono.

Altrimenti ci dovremo accontentare di forze politiche –come il M5S- che hanno ottime capacità comunicative e fanno tanti bei discorsi, ma che poi, quando vengono eletti e vanno a governare, finiscono sistematicamente per deludere tutte le attese.

lunedì 30 gennaio 2017

Sinistra e populismo in Italia. Riflessioni.

Sinistra
Una delle frasi divenute di moda, in Italia, da qualche anno a questa parte, è: "parlare oggi di destra e sinistra non ha più senso."
Sono sempre stato molto contrario con questa affermazione (o simili). Purtroppo debbo constatare, prendere atto, che qualcosa di vero -ahimé- c'è in questo discorso, almeno nell'Italia di oggi.
Da noi, infatti, il concetto politico di "sinistra" negli ultimi decenni ha finito per perdere del tutto, o quasi, il suo significato originario.
Per almeno 150 anni -e ancora oggi in gran parte del mondo- essere "di sinistra" ha sempre significato essere a favore dei ceti popolari e perseguire i loro interessi, a scapito delle classi più benestanti. Quindi, politiche di incremento dei salari e dei diritti dei lavoratori, lotta alla disoccupazione, politiche di welfare-state.
A livello più politico, "di sinistra" è chi propugna un ridimensionamento, una limitazione del potere della borghesia, e, contemporaneamente, un aumento del peso dei settori proletari nel governo e nelle istituzioni in genere.

A partire soprattutto dagli anni '90, in Italia, il concetto di "sinistra" ha finito, però, per perdere, a poco a poco, questa connotazione sociale, per identificarsi sempre più con un partito, cioè il Partito Democratico della Sinistra (PdS), poi divenuto Democratici di Sinistra (DS) e infine trasformato in Partito Democratico (PD).
Il fatto che il PDS discendesse da un partito prestigioso e indiscutibilmente di sinistra -com'è stato il PCI- ha fatto sì che l'associazione, nella mente della maggioranza degli italiani, tra sinistra e PDS si fosse prodotta in modo meccanico e scontato e avesse poi continuato a marciare per parecchi anni.

La dialettica politica tra PDS-DS-PD da una parte, e forze di Centrodestra (e soprattutto Berlusconi) dall'altra -dialettica, a mio avviso, fortemente gonfiata, dato che entrambi erano in fin dei conti fautori di politiche liberiste- ha ulteriormente "politicizzato" il concetto di sinistra in Italia (siamo arrivati al punto che perfino uno come Marco Travaglio -di scuola liberale e montanelliana- è stato da molti considerato "di sinistra" solo per le sue critiche a Berlusconi).

E così il termine "sinistra" ha finito per perdere qualsiasi connotazione di classe e quindi qualunque riferimento agli interessi dei ceti popolari, tant'è vero che il PDS-DS-PD -non meno del Centrodestra- fedele al liberismo e alle direttive UE e atlantiche, ha attaccato le pensioni (riforme Dini e Fornero), ha precarizzato il lavoro (Legge Treu e poi Jobs Act), ha privatizzato (più che altro svenduto a basso costo) imprese statali una volta in salute e che oggi sono fallite o comunque navigano in pessime acque (Telecom, Ilva, Alitalia, ecc.).
Anche la CGIL s'è adeguata, purtroppo, a tale andazzo (ne ho fatto parte per molti anni, ma le cose vanno dette): protestava vivacemente quando il Centrodestra attaccava i lavoratori e sostanzialmente taceva quando erano governi di Centro-sinistra a farlo.

Anche fuori dal PDS-DS-PD, il resto della sinistra -essenzialmente Rifondazione Comunista e suoi derivati (PdCI, SEL, ecc.)- ha subito pesantemente il clima di restaurazione liberista post-89, finendo per rimanere sostanzialmente subalterno all'egemonia del primo.

Il paradosso che s'è venuto a creare in Italia (non solo, però; anche in altri importanti paesi europei) è ben rappresentato dalle ultime elezioni comunali romane: nei quartieri del centro storico e in quelli benestanti ha prevalso il voto a "sinistra", mentre nelle borgate e nei quartieri più popolari -e in modo particolare proprio nella ex "cintura rossa"- la "sinistra" è andata male e il voto è andato prevalentemente alle destre e soprattutto al Movimento 5 Stelle.


Populismo
Parallelamente alla perdita del significato originario di "sinistra", negli anni recenti abbiamo assistito alla diffusione di un altro concetto, quello di "populismo".
Diciamo subito che il termine populismo sta riscuotendo un certo successo, perchè è il classico termine generico, poco definito e, diciamo così, adatto a tutte le stagioni. E quindi ben si presta ad etichettare negativamente l'avversario politico, soprattutto in mancanza di argomenti convincenti (e meno che mai di un'analisi).

Di solito per populismo si intende un tipo di governo -o di partito- che fa appello al popolo e ai suoi interessi/diritti, ma in modo strumentale e demagogico.
Il problema è che tale termine viene di solito utilizzato indistintamente per etichettare governi o forze politiche molto eterogenee tra di loro, se non diametralmente opposte, come concezione politica (c'è un abisso tra il Venezuela bolivariano e socialista di Hugo Chàvez -e oggi del successore Maduro- e, ad esempio, la Lega di Salvini, anticomunista, xenofoba e di natura piccolo-medio borghese).

Comunque, a ben vedere, l'utilizzo frequente ed indiscriminato del termine "populismo" per screditare altre forze politiche è indice di una visione politica, nella quale si è rinunciato a perseguire e a difendere gli interessi e i diritti dei ceti popolari e magari si accetta anche la logica dell'austerity (per le masse popolari, ovviamente, non certo per banche, multinazionali e spese per armamenti).
Chi ha sposato le politiche liberiste non riesce (più) a concepire il fatto che qualcuno possa fare appello al popolo e ai suoi interessi. E quindi tende a vedere chiunque lo faccia come un demagogo, a prescindere dal fatto se tale appello sia strumentale, oppure sincero e coerente.



Oggi in Italia esiste, come già accennato, un grande paradosso: da una parte abbiamo una "sinistra" (PD, soprattutto, ma non solo) che ha perso praticamente ogni legame -anche ideale- con i ceti popolari. E, dall'altra parte, questi ultimi tendono ad esprimere i loro interessi e soprattutto il loro malcontento spesso attraverso tematiche di destra, xenofobe, e premiandone le relative forze. Oppure usando tematiche "populiste" e votando per il Movimento 5 Stelle.

Quindi nella situazione attuale, per chi è sinceramente di sinistra (nel senso originario del termine) si presenta un compito difficilissimo, ai limiti dell'impossibile. Da una parte si tratta di recuperare concetti come "sinistra", "socialismo", "comunismo", che oggi sono ampiamente screditati agli occhi della maggioranza della gente.
Dall'altra parte andrebbe spiegato a milioni di proletari in difficoltà che è vero che il nemico di classe principale oggi è il capitale finanziario e chi lo rappresenta politicamente, ossia, l'UE e la zona-euro e in Italia il Partito Democratico. Ma la Lega di Salvini -che peraltro ha già governato l'Italia, non distanziandosi dal dogma liberista- non rappresenta certo una soluzione.
E tantomeno aiuta l'indirizzare tutta l'indignazione popolare contro un elemento molto appariscente, ma tutto sommato marginale, com'è la "casta" dei politici, nonchè facendo discorsi moralistici sull'onestà, discorsi che non tengono minimamente in conto la complessità della politica (non a caso parecchi esponenti del M5S quando poi entrano nelle istituzioni, tendono spesso a deludere le aspettative e appaiono, nella migliore delle ipotesi, come degli sprovveduti; il caso più evidente è quello della Raggi).


La vera scommessa, la vera sfida -a mio avviso- è quella di ricostruire una sinistra NEL SENSO ORIGINARIO DEL TERMINE che sappia radicarsi fra i ceti popolari e i lavoratori e diventare espressione di questi e dei loro interessi/diritti.
Per far ciò occorre portare avanti una politica DI ROTTURA contro le politiche liberiste e di austerity che ci impone l'UE -e soprattutto l’area-euro- e contro quelle imperialiste dell'Occidente e della NATO (che peraltro favoriscono l'immigrazione massiccia degli extracomunitari).
Rottura chiara e netta, dunque, col PD e con tutte le politiche a favore del capitale finanziario.

La sinistra deve ritornare a fare gli interessi del popolo. Altrimenti tenetevi il populismo (il quale, certo, per la borghesia costituisce un male minore).

mercoledì 7 dicembre 2016

Aleppo e la nostra informazione-clown


I nostri mass-media non si smentiscono mai.
Negli ultimi giorni la "notizia" più importante riguardante Aleppo -per la nostra "informazione", in coro- è stata la morte sotto i bombardamenti di un clown (notizia che peratro non è chiaro quanto sia attendibile, dato che questo clown sembra che operasse nella parte di Aleppo controllata dai terroristi jihadisti).

Ora, per carità, nessuno nega l'importanza -in un contesto di guerra- del sostegno psicologico per i bambini che può offrire anche un clown.
Il problema è un altro.
Una notizia del genere può essere emotivamente toccante, ma non ci dà alcuna informazione su che cosa stia realmente accadendo nella città siriana. Anzi, questo genere di "notizie" sembra fatto proprio apposta per sfruttare ed eccitare al massimo la nostra sensibilità ed emotività. E però per non darci un minimo di strumenti per comprendere tali eventi, quali sono le responsabilità, quali le dinamiche, quali gli interessi geo-strategici dietro tutto ciò.

I nostri mass-media ci dicono soltanto chi sono i "cattivi", quelli che siamo tenuti a disprezzare, ossia, in questo caso, Assad, l'esercito siriano e i russi.
Non viene, ad esempio, specificato che alcune delle strutture ospedaliere bombardate da questi ultimi erano nel frattempo state trasformate in roccaforti dei jihadisti. Nemmeno si dice che i civili vengono usati dai terroristi tagliagole come scudi umani (come viene invece fatto altrove, tipo a Mosul, dove l'esercito irakeno agisce però, guarda caso, in sintonia con gli USA).

E comunque i nostri mass-media, o perlomeno quelli più importanti e "autorevoli", tacciono sul fatto che nelle ultime settimane i terroristi ("moderati", secondo gli americani) hanno sparato sulla popolazione civile che cercava di scappare dalle zone controllate da loro, uccidendone a centinaia. Tacciono sui bombardamenti dei jihadisti "moderati" nelle zone di Aleppo sotto il controllo governativo e tacciono sull'ospedale da campo per i civili allestito dai russi, anch'esso bombardato dai terroristi e in cui sono morte due infermiere russe.
E tacciono su tantissime altre notizie scomode.

Naturalmente tacciono pure su ciò che sta accadendo in un paese non troppo distante dalla Siria, ossia, nello Yemen, dove la popolazione civile da due anni è sottoposta a numerosi bombardamenti da parte dell'Arabia Saudita, paese tra l'altro teocratico, oscurantista, ultra-repressivo, nonché principale finanziatore del terrorismo "islamico". Ma amico dell'Occidente (Italia compresa), che gli vende armi.

Ma -ed è forse la cosa più grave- c'è una grande notizia sulla quale sembra essere caduto il silenzio-stampa (solo nelle ultime ore la notizia sembra iniziare ad uscire fuori). Ossia, da oltre una settimana l'esercito siriano ha sferrato una potente offensiva per la riconquista e liberazione definitiva della parte di Aleppo in mano ai terroristi.
Tale azione sta avendo un ottimo successo e nel momento in cui scrivo circa l'80% del territorio fino a poco fa in mano agli jihadisti (di varie nazionalità e quasi nessuno siriano) è stato riconquistato e, salvo imprevisti, nei prossimi giorni la liberazione dovrebbe essere totale.
La (ri)conquista di Aleppo dovrebbe segnare tra l'altro una svolta anche psicologica di questo conflitto, che si spera abbia fine al più presto con la definitiva sconfitta del Daesh (ISIS), di Al Qaeda e degli altri gruppi terroristi fondamentalisti.

Ma non è importante -per i nostri mass-media- che noi veniamo a conoscenza di tutto ciò. L'importante è farci intenerire e sdegnare per le sofferenze (quelle vere e quelle inventate) della popolazione civile e dei bambini di Aleppo est. Già di quelli di Aleppo ovest possiamo anche fregarcene altamente (nessuno ne ha mai parlato).

A volte ho l'impressione che anche noi siamo un po' come i bambini di Aleppo e ci nutriamo della nostra "informazione-clown", che ci dà conforto e ci illumina su quanto sono cattivi Assad, i siriani e i russi. Il tutto mentre veniamo bombardati da notizie pre-confezionate, strumentali e menzognere.

giovedì 1 dicembre 2016

Fidel Castro, l'esempio continuerà a vivere


La morte di Fidel Castro ha suscitato, com'era inevitabile, una vasta eco e una fortissima emozione un po' in tutto il mondo.
E' difficile negare, infatti, la statura gigantesca di un simile personaggio, e ciò a prescindere dall'orientamento politico delle persone e dal conseguente giudizio che si possa dare su di lui.
Le reazioni dei soggetti politici nonché dei mass-media sono state eterogenee: dagli entusiasti sostenitori ai più critici, passando per numerose sfumature (del tipo "sì, voleva essere un rivoluzionario, ma poi ha finito per diventare un dittatore", o simili).
In Italia, come nel resto dei paesi euro-atlantici, sono nettamente prevalsi i giudizi critici, anche se per lo più si tratta di critiche sottili, visto il prestigio di cui giustamente gode l'ex leader cubano. Cosa tutto sommato normale e logica, dato che stiamo parlando di paesi capitalistici e -soprattutto dopo l'89- dominati da logiche liberiste, e quindi anti-comuniste per definizione.

La più grande critica rivolta a Castro è anche quella più ovvia, banale e scontata, ossia, che egli è stato un dittatore e che ha governato Cuba in modo dispotico, repressivo e negando la libertà ai suoi cittadini.
A riprova di ciò si tirano in ballo le decine di migliaia di cubani, i quali, in questi decenni, sono scappati dall'isola, per approdare negli Stati Uniti.
Per il resto, le critiche vertono sulle condizioni di povertà e sulle carenze sia di prodotti, sia tecnologiche che ci sono sull'isola caraibica.


Sul sistema politico cubano -che da noi viene superficialmente liquidato come "dittatura"- va innanzitutto detto che tutti gli incarichi istituzionali sono soggetti ad elezioni ogni due anni e mezzo (e possono essere nel frattempo revocati). I candidati sono, di norma, cittadini non iscritti al Partito Comunista.
Qualcuno ora storcerà il naso, per il fatto che lì esiste solo quel partito. Su questo andrebbero spese due parole.
Intanto andrebbe indagato quanto il "pluripartitismo" dei paesi occidentali sia davvero più democratico, considerando che in numerosi paesi -USA in primis- sulle politiche di fondo (liberismo, guerra) i partiti dell'alternanza sono, di fatto, indistinguibili tra di loro, e che per vincere una campagna elettorale e andare a governare occorrono moltissimi soldi, e dunque chi vince o è straricco di suo, oppure è costretto ad essere finanziato (e quindi manovrato) dalle grandi lobbies.
Che poi in un paese come Cuba ci sia un certo controllo -ma molto meno di quanto si vuole far credere in Occidente- è anche logico, se consideriamo che Cuba, da quando c'è stata la rivoluzione, è un paese sotto assedio, ed è stato oggetto di numerosi attacchi e sabotaggi di vario tipo. Non si contano, ad esempio, i tentativi della CIA di far fuori lo stesso Fidel Castro. Tutti falliti (ci sarebbe tra l'altro da chiedersi come mai gli USA hanno, invece, sempre mantenuto ottimi rapporti con tutte le altre dittature sudamericane, anche quelle più feroci e sanguinarie).
Se nell'isola ci fossero più partiti, sarebbe un gioco da ragazzi, per i ricchissimi USA, finanziare a suon di miliardi uno di questi, ovviamente quello più anti-castrista e magari pure infiltrato di elementi della CIA (ciò è effettivamente accaduto in Nicaragua e da altre parti), e far sì che questo partito prevalga. Il neo-colonialismo oggi funziona così.

Sui cubani che fuggono dal loro paese c'è un fatto curioso. Non mi risulta che nemmeno uno di loro sia mai scappato dall'isola per approdare in paesi "liberi" o "democratici" quali ad esempio il Messico, o il Guatemala, o Haiti (quest'ultima si trova anche assai più vicina a Cuba che non la Florida). Magari per andare a vivere in una squallida baraccopoli locale, tra miseria e criminalità. Ma d'altronde se uno cerca soltanto "la libertà", ed è coerente, dovrebbe accettare anche questo.
Viceversa, i cubani fuggitivi vanno tutti nella ricca Florida. Ossia, negli USA, dove, a differenza degli altri latinos, sono ben accolti e aiutati economicamente, per ovvi motivi politici.
Questi cubani (tra cui non pochi criminali e mafiosi) si comportano esattamente come fanno tutti gli altri popoli latino-americani (e africani e asiatici), ossia, fuggono attratti dal denaro e dal benessere occidentale. La libertà è l'ultimissima cosa che cercano.

Sul discorso della povertà e delle carenze tecnologiche, c'è da ricordare -e da sottolineare- che Cuba risente quantomeno di due potenti fattori.
Il primo riguarda un po' tutti i paesi latino-americani (e non solo), ossia l'essere stato per secoli un paese colonizzato e sfruttato, prima dagli spagnoli e poi dagli statunitensi.
Il secondo, e forse ben più grave, è il brutale e assurdo blocco economico che gli yankees hanno loro imposto unilateralmente e che dura da oltre 50 anni . Tale embargo purtroppo, ha nuociuto tantissimo allo sviluppo di Cuba sotto tanti aspetti (tecnologico, scientifico, medico, ecc). La stessa iconografia di Cuba, dove si vedono ancora in giro le automobili degli anni '50, è emblematica di tale assurda misura.

Ciò che dovrebbe veramente sorprendere di un paese come Cuba non è la relativa povertà del luogo, ma, viceversa, il fatto che in condizioni così tremendamente difficili, siano riusciti ad ottenere numerose conquiste, sociali, economiche, scientifiche e mediche.
Stiamo parlando dell'unico paese dell'America Latina dove non esistono baraccopoli, quindi dove tutti i cittadini hanno una casa, dove tutti i bambini vanno a scuola (invece di girare per le strade, dove imperversano bande di criminali, droga e prostituzione), dove l'assistenza sanitaria è garantita a tutti ed è pure di ottimo livello (Cuba esporta medici in varie parti del mondo, specie là dove ci sono state calamità naturali). E dove la fame non esiste.

La grandezza di un personaggio come Fidel Castro si vede da tutte queste cose.
Nel periodo 89-91, in cui venne meno il socialismo reale, nonché la principale fonte di scambi economici e di aiuti per Cuba (ossia, l'URSS), tutti pensavano che anche il socialismo cubano avrebbe finito presto per cedere alla vittoria del capitalismo. In tantissimi l'hanno sperato.
Contro ogni previsione, invece, e nonostante innumerevoli difficoltà, la Rivoluzione Cubana ha resistito.
Una scelta non solo in forte controtendenza, ma anche estremamente coraggiosa. Grazie alla quale Cuba non è ritornata ad essere il bordello degli USA (com'era prima del 1959, anno del successo della rivoluzione) e il popolo cubano ha mantenuto una dignità e una coscienza, purtroppo sconosciute a tanti altri popoli (italiano compreso).

Fidel Castro è stato un gigante. Un vero e proprio esempio per milioni e milioni, forse miliardi di persone oggi umiliate, povere e sottomesse.
Una dimostrazione che anche in condizioni difficili lottare contro il potere, contro il capitalismo, contro una superpotenza prepotente come gli USA è possibile.

Ecco perché da noi in occidente si cerca, anche molto sottilmente, di screditarlo.

venerdì 11 novembre 2016

Il prevedibile successo di Trump


Il trionfo di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti non mi sorprende più di tanto.
Per la verità davo per più probabile la vittoria della Clinton, più che altro perché era palesemente sostenuta dai cosiddetti “poteri forti”, ossia, dalla grande finanza, dalle grandi lobbies americane.
Tuttavia il successo di Trump giunge tutt’altro che inaspettato. Anzi, a ben vedere era prevedibilissimo.

Tale successo rappresenta un fenomeno pienamente in linea con una tendenza che possiamo ben notare anche in Europa, ossia, la crescita continua –negli ultimi decenni e soprattutto negli ultimi anni- delle forze politiche di estrema destra, populiste e xenofobe. Ciò sta accadendo in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, l’Austria, l’Ungheria e perfino nei paesi nordici. E le prime avvisaglie ci sono pure in Germania.
Le uniche eccezioni sembrano essere la Spagna, la Grecia e il Portogallo, forse, non a caso, paesi che hanno avuto delle dittature di destra anche in anni relativamente recenti.

In Italia tale tendenza ha assunto forme particolari, ma si era già presentata negli anni ’90, con l’affermazione di una forza come Alleanza Nazionale e soprattutto della Lega Nord.
Negli anni più recenti –complice anche l’esperienza governativa deludente di queste due formazioni- tale tendenza ha assunto soprattutto la forma qualunquista del M5S.

Ma come mai accade tutto ciò?
Stiamo iniziando, secondo me, a raccogliere i frutti della grande ondata di restaurazione capitalistica di stampo liberista, iniziata già negli anni ’80, con Reagan e la Thatcher ed “esplosa” negli anni novanta, dopo il crollo del Muro di Berlino e del Patto di Varsavia.
Tale restaurazione, come sappiamo, ha comportato privatizzazioni e un graduale, ma sistematico smantellamento dei servizi sociali e soprattutto del salario e dei diritti dei lavoratori.

Oggi il lavoro precario e sottopagato nei paesi europei sta diventando sempre più la norma.
A ciò s’è aggiunta, in questi decenni, un’ondata immigratoria biblica e senza precedenti, almeno per quanto riguarda le dimensioni. Fenomeno che purtroppo viene utilizzato dagli imprenditori per abbassare ulteriormente il costo del lavoro generale.
Non mi soffermo troppo sull’argomento immigrazione, anche se andrebbe tenuto bene a mente che le responsabilità principali di tale fenomeno ricadono proprio sui paesi ricchi e benestanti, non solo e non tanto per le guerre che provocano nei paesi poveri –il dato più visibile- ma anche e soprattutto per il massiccio sfruttamento economico a cui sottopongono questi paesi, impedendo così il loro sviluppo economico, politico, culturale, tecnologico, medico, ecc.

Ma se le società occidentali hanno tutto sommato retto, finché l’economia continuava ad andare discretamente bene, ora le cose sono molto cambiate.
La crisi economica esplosa a partire dal 2007-08 sta mandando in rovina buona parte delle attività economiche europee e americane. Imprese che chiudono, negozi che falliscono e soprattutto aumento massiccio della disoccupazione, alimentata anche dalle delocalizzazioni.
E il problema maggiore sta nel fatto che le risposte istituzionali alla crisi si muovono tutte nella cornice delle politiche liberiste, ossia precisamente quelle misure che hanno prodotto tale crisi (dato che hanno in sostanza ripristinato un capitalismo di tipo classico).

E dunque il malcontento di vasti settori cresce. E non si tratta soltanto di un malcontento proletario, bensì anche di settori piccolo-medio borghesi.
Ed è una sofferenza che prima o poi doveva esprimersi e si sta infatti esprimendo.
Ma perché si esprime proprio in queste forme?
Semplice: perché oggi come oggi in Europa e negli USA praticamente non ne esistono delle altre.

Ossia, in questi decenni il processo di annientamento delle forze di sinistra o comuniste che effettivamente rappresentavano gli interessi dei ceti popolari, dei lavoratori, è andato avanti così a fondo, che queste forze sono ormai quasi scomparse, deboli, e non di rado confuse con la “sinistra” vincente, ossia quella che rappresenta il grande capitale finanziario, le multinazionali, le banche e i settori guerrafondai della NATO.
Negli Stati Uniti ciò era accaduto già da tempo, mentre in Italia è roba degli ultimi 30 anni. In altri paesi europei forse tale processo non è andato così a fondo, ma comunque le sinistre che difendono i ceti popolari sono deboli un po’ dappertutto.
Tira e tira, prima o poi la corda si spezza. E se non può spezzarsi a sinistra, si deve per forza spezzare a destra.

Il discorso per la verità sarebbe più profondo. E’ un dato di fatto, ad esempio, che nei paesi occidentali la forma, i modi di espressione del malumore sociale vengono oggi -a causa, appunto, di tale fenomeno- lasciati in mano ai settori borghesi critici (ossia, a quella parte della borghesia che viene danneggiata dalla cosiddetta “globalizzazione”, o, ad esempio, dall’euro). Con i ceti popolari che gli vanno appresso (anche se, a dire il vero, il malumore popolare si esprime forse ancor più nell'astensionismo).
Il caso di Trump, imprenditore miliardario, è emblematico.
Ciò lascia pensare che i ceti proletari in questa fase non hanno la capacità di essere protagonisti di un ciclo di lotte -come è stato nei decenni del dopoguerra- e si affidano a settori borghesi “critici” e tendenzialmente di destra, per sperare nella loro emancipazione.
Ovviamente solo sperare, perché non saranno dei miliardari a risolvere i problemi dei ceti popolari (discorso da tenere a mente anche in Italia).

Sono tempi bui e difficilissimi, certo.
La fase di decadenza –a livello mondiale- del mondo occidentale sta evidentemente spostando verso altri continenti le dinamiche di sviluppo e di progresso.

Tuttavia, anche in una fase come questa occorre non stare fermi e passivi, ma rilanciare un'attività e una cultura di sinistra SERIA, ossia, quella che si occupa principalmente di difendere i ceti proletari, i lavoratori e tutti gli strati più disagiati della popolazione.

lunedì 3 ottobre 2016

Aleppo, emergenza umanitaria e mass-media


Da quando è iniziata la recente offensiva russo-siriana per riprendere Aleppo est, ossia, quella parte della città da anni in mano alle bande estremiste islamiche, siamo stati anche noi in qualche modo "bombardati" di notizie e di immagini relative alle sofferenze che tale attacco creerebbe alla popolazione civile e ai bambini.
Sono immagini e racconti strazianti indubbiamente. La guerra e' una cosa veramente orribile, come è noto.
Tutta questa improvvisa sensibilità dei nostri mass-media verso il dramma che si vive la popolazione civile sarebbe lodevole e quasi commovente, se non fosse, però, anche così ipocrita , fuorviante e soprattutto strumentale.

Intanto perché, per limitarci solo agli ultimi 20 anni, gli USA e la NATO hanno bombardato decine e decine di città (l'elenco è sterminato, da Belgrado a Baghdad, a Kabul, Fallujah, Mossul, Tripoli, Sirte, Bassora e parecchie altre ancora), senza che i TG e i quotidiani nostrani si siano mai preoccupati di indagare le ripercussioni di tali azioni sulla popolazione civile.
Lo fanno solo ora, che ad attaccare sono i siriani e i russi.

Non solo: da oltre un anno lo Yemen, e soprattutto la sua capitale Sana'a, sono sottoposti a continui bombardamenti da parte dell'aviazione saudita.
Ma quanti di voi sono al corrente non dico delle condizioni della popolazione civile locale, ma del fatto stesso che nello Yemen sia in corso una guerra, o meglio, un'aggressione da parte dell'Arabia Saudita (a cui l'Italia peraltro vende numerose armi)?

E ancora: la popolazione civile di Aleppo è sottoposta a bombardamenti, sparatorie e a violenze e sofferenze di ogni tipo, già da almeno 4 anni. Ossia, da quando i terroristi fondamentalisti di Al Nusra (Al Qaeda) hanno occupato i quartieri orientali della città, seminando odio, distruzioni, intolleranza. Il tutto con la benedizione -e soprattutto i finanziamenti e le armi- dell'Occidente (USA e Francia in primis) e dei suoi alleati (Arabia Saudita, Turchia, Qatar), i quali non hanno esitato a qualificare questi tagliagole come "combattenti per la libertà".
E infatti, sembra che la maggior parte della popolazione civile di Aleppo est stia, invece, accogliendo l'esercito siriano come dei liberatori. Sebbene i nostri TG e quotidiani tacciano tutto ciò.

Tra l'altro, dal momento che ad essere sotto accusa, da parte dei nostri mass-media, è il governo siriano (e ovviamente anche la Russia), andrebbe ricordato che cos'era Aleppo prima dell'inizio del conflitto: una città molto tranquilla, economicamente prospera, dove le diverse confessioni religiose (in Siria c'è una nutrita componente cristiana) convivevano pacificamente.
Il tutto in un paese autoritario, certo, ma assai meno della maggior parte dei paesi del Medio Oriente, e che stava per effettuare aperture in senso democratico.
E poi parliamo di un "regime" fortemente laico, uno dei pochi rimasti tali nel mondo arabo, soprattutto dopo che negli anni scorsi la NATO ha fatto fuori Saddam Hussein e Gheddafi.

Ma ritorniamo alla "notizia" sulle sofferenze della popolazione civile.
Contrariamente a quanto qualcuno potrebbe credere, l'informazione che calca la mano sui drammi umani relativi alla guerra (con tanto di immagini raccapriccianti), lungi dal dimostrare "sensibilità" nei loro confronti, risponde, invece, ad una precisa tecnica comunicativa. Quella -oggi così di moda- di suscitare forti reazioni emotive nell'utente.
L'indignazione e la rabbia suscitate da queste reazioni emotive vengono poi abilmente -a volte anche molto sottilmente- dirottate verso nemici di comodo, i "cattivi" di turno.

Non è un caso, infatti, che l'indignazione per le sofferenze della popoloazione civile di Aleppo est esca fuori proprio adesso. Ossia, proprio ora che la Siria -con il determinante supporto della Russia- sta legittimamente riprendendosi i quartieri della città, strappati a suo tempo dai tagliagole fondamentalisti.

E mandando, così, a monte i piani di USA e di Israele di destabilizzazione della Siria (e del Medio Oriente in genere), sul quale stanno lavorando da anni, utilizzando le varie sigle terroriste e fondamentaliste (Daesh, ossia Isis, Al Nusra e altre ancora).

lunedì 12 settembre 2016

Giunta Raggi, le difficoltà hanno diverse cause


Oggi potrebbe sembrare fin troppo facile "sparare sulla croce rossa", attaccando la neo-sindaca di Roma, Virginia Raggi e la sua giunta "raffazzonata". Ma a me, più che gettare benzina sul fuoco, interessa fare -e invitare a fare- dei ragionamenti di fondo.

I pentastellati da una parte hanno ragione quando affermano che è in atto una campagna mediatica di giornali e TG contro di loro (anche e soprattutto in vista del referendum costituzionale).
Peccato che moltissimi sostenitori di Grillo scoprano soltanto ora la faziosità dei mass-media e la strumentalità delle loro campagne diffamatorie. Mi auguro, comunque, che essi facciano tesoro di questa "scoperta" e se ne ricordino anche in futuro, quando ad essere prese di mira saranno pure le altre forze politiche, italiane o anche paesi esteri (vedi ad es. Libia, Iraq, Russia, ecc.).

Ritorniamo ai problemi della Giunta Raggi.
Mesi fa, prima delle elezioni comunali romane, avevo previsto 2 o 3 possibili scenari, nel caso che avesse vinto il M5S. La realtà, devo dire, mi ha sorpreso e ha prodotto un quarto scenario, da me non previsto (e credo da pochi).
Ossia, che la crisi e il rimpasto della giunta sarebbero arrivati a soli tre mesi dall'insediamento di questa, e già sulle nomine degli incarichi istituzionali e di responsabilità.
Non entro nel merito delle vicende relative a Ranieri, Minenna, Muraro, Marra, ecc., di tutto ciò si è già abbondantemente parlato, e non sono interessato all'aspetto cronachistico, bensì semmai alle questioni di fondo, che di solito passano inosservate ai più.

Sui limiti del M5S ho già trattato altro volte sul mio blog, per cui mi limito a qualche breve accenno molto sintetico.
Se il punto forza del "movimento" sta di sicuro nelle sue capacità comunicative -indubbiamente eccezionali- per il resto tale forza politica lascia parecchio a desiderare e sembra essere un classico fenomeno di opinione, quasi una moda.
In modo particolare, la mancanza -anzi, il rifiuto- di una visione complessiva e coerente della società e della politica, se permette al M5S di acquisire consensi di massa di ogni tipo e colore politico, genera, tuttavia, alla lunga un'enorme confusione, aggravata dalle modalità selettive dei loro candidati elettorali. Non è un caso che un'elevata percentuale di eletti pentastellati finiscano poi per "litigare" con Grillo, e non di rado vengano cacciati via.
Anche perché un conto è la politica "urlata" (di solito, poi, diretta contro personaggi secondari, anche se noti al grande pubblico) e un altro è quella istituzionale, fatta di mediazioni fra interessi, fatta di "poteri forti", di pressioni -perfino di minacce- e dove si devono gestire centinaia di milioni, se non miliardi (per cui, l'auto-ridursi lo stipendio, sebbene appaia una misura da apprezzare, incide in realtà sui bilanci in modo del tutto trascurabile).
Tra l'altro, termini come "onestà", che pure fanno presa su un elettorato politicamente ingenuo, finiscono per occultare la realtà di un un paese capitalistico e membro della NATO, come l'Italia, dove la politica è, di fatto, completamente subordinata agli interessi di soggetti potentissimi -italiani e stranieri- quali le multinazionali, le banche, la BCE, gli USA. Quei pochi che hanno provato, in passato, ad opporsi, hanno fatto una brutta fine (Enrico Mattei, Aldo Moro, ecc.).

Di nuovo, ritornando sulla Giunta Raggi, secondo me occorre fare una riflessione su almeno tre questioni.

La prima riguarda il Comune di Roma.
La carica di sindaco capitolino è diventata in questi ultimi anni una vera e propria "patata bollente" (Marino ne sa qualcosa). Vuoi perchè lo Stato ha fortemente decurtato i finanziamenti agli Enti Locali, vuoi per la questione del debito (composto in gran parte dagli interessi sul debito precedente, ma, si sa, il lucro delle banche è "sacro", mentre Roma e i suoi abitanti contano molto meno), vuoi per gli enormi problemi accumulati che si porta dietro questa città, i quali, certo, in questo clima da "spending review" non solo diventano del tutto irrisolvibili, ma si rivela un'impresa ardua anche solo provare a metterci una toppa. Per non parlare di "Mafiacapitale".
Insomma, diventare oggi sindaco di Roma significa, con una probabilità quasi certa, bruciarsi.

La seconda questione riguarda il sempre più continuo e massiccio intervento -negli assetti politici- della magistratura, nonché dei mass-media e delle loro campagne diffamatorie. Quando poi il lavoro della magistratura si associa a quello dei giornali e dei TG -il che non avviene sempre, ma avviene- ecco che un personaggio o un governo o una giunta, eletti dai cittadini, finiscono per decadere (o vengono fortemente condizionati/ricattati).
Da notare che quando si parla di magistratura, si parla di esseri umani corruttibili (e spesso corrotti o comunque condizionati), e che in passato in Italia hanno mandato assolti terroristi stragisti, hanno depistato le indagini (o le hanno ignorate), ecc. Insomma, detto fra noi, Falcone e Borsellino sono stati più un'eccezione che non la regola.

C'è poi una terza questione, quella relativa al consenso di massa che ha oggi il M5S. Un consenso derivante da malumori, sofferenze, delusioni, spaesamento, rabbia, ma anche speranza e volontà di cambiamento.
Il consenso ai pentastellati è per la verità assai eterogeneo a livello sociale. Ci sono settori di piccola, media e perfino di grande borghesia che appoggiano Grillo, a causa dei grossi problemi derivanti da una parte dalla crisi economica e, dall'altra, dalle politiche dell'Unione Europea -e soprattutto dell'area-Euro- che sta portando a fallimenti e chiusure di aziende, negozi e altre attività. Ma questi settori mi interessano fino ad un certo punto.

Molto più significativo, a mio avviso, è il massiccio consenso popolare di cui gode attualmente il M5S. E che soprattutto a Roma risulta molto evidente (i voti alla Raggi provengono soprattutto dai quartieri periferici e popolari).
Sulle sofferenze dei ceti proletari c'è poco da scoprire. La crisi economica e le politiche liberiste stanno letteralmente massacrando in modo particolare i lavoratori. Il lavoro è sempre più precario e sottopagato, le pensioni stanno per diventare un miraggio per le giovani generazioni, i servizi sociali sono sempre più scarsi e soggetti a tagli, accendere un mutuo sta diventando un'utopia, e così via.

Una grossa fetta di questo malcontento si è rivolta, negli scorsi anni, al "movimento" di Grillo (e Casaleggio), convinta di trovarsi davanti finalmente una forza politica veramente nuova e diversa dalle altre e che avrebbe mandato a casa ladri e corrotti.
Solo che ci stiamo sempre più accorgendo che le cose non sono così semplici, E, proprio per questo, i pentastellati riescono a dare il meglio di sé soltanto quando sono all'opposizione e devono criticare gli altri. Quando sono loro a governare, il discorso cambia aspetto.
D'altronde un grosso errore che commettono è quello di additare come responsabili dei problemi dell'Italia soprattutto i soliti politici "ladri e disonesti".
E questo è falso.
Ruberie e corruzioni esistevano anche durante gli anni '60, in pieno boom economico, nonché nei decenni successivi, quando pure c'era un relativo benessere diffuso anche tra i ceti popolari.
Non solo, l'Italia soffre (ed è indebitata) anche a causa di una piaga enorme, cioè la gigantesca evasione fiscale dei ricchi, sulla quale, curiosamente, il M5S è sempre stato silente.

In realtà la causa principale dei problemi economico-sociali dell'Italia, debito pubblico compreso, risiede nelle politiche liberiste, attuate massicciamente nei decenni scorsi (e, in ultima analisi, nel capitalismo).
Dunque, tutto il malcontento popolare -che sfoci nel M5S o nell'astesionismo o in altre forze politiche, poco cambia- è ampiamente comprensibile e legittimo.
Ma affinchè esso possa tradursi anche in un'azione politica efficace, deve prima prendere coscienza che il problema sta soprattutto nelle politiche liberiste che ci impone l'Europa (e la Confindustria).
E anche, per la verità, nelle politiche guerrafondaie della NATO, per le quali l'Italia spende quotidianamente cifre veramente astronomiche (anche se nessuno ne parla).

Se il PD sostiene nettamente tali politiche (liberiste e guerrafondaie), tuttavia nè la Lega di Salvini, nè il M5S, nonostante i loro proclami "rivoluzionari", esprimono in realtà, su queste, una posizione chiara e definita, e preferiscono non sbilanciarsi.

Chissà, forse le loro componenti borghesi non accetterebbero una loro contrarietà.