giovedì 22 gennaio 2015

Vigili romani. Basta con la politica dei pesci piccoli


La vicenda dell'assenteismo dei vigili urbani di Roma durante la notte di capodanno -e soprattutto la gestione mass-mediatica di tale vicenda- è indice del clima politico non proprio tranquillo che stiamo vivendo.



A prescindere dal giudizio che si possa dare sul comportamento dei vigili in questione (sul quale tornerò) è chiaro che siamo in presenza di una vera e propria campagna mass-mediatica, finalizzata a creare un clima di ostilità nei confronti non tanto dei vigili in sè, quanto dei dipendenti pubblici in generale. I quali vengono visti come dei privilegiati, lavativi, scansafatiche, pressappochisti e poco efficienti -quando non incompetenti- nel loro lavoro.



Tali campagne purtroppo riscuotono facilmente credito nella maggioranza della popolazione italiana.

Questo, non solo e non tanto perchè essa tende troppo a farsi influenzare dai mass-media -televisione in primis- ma anche perchè oggettivamente i servizi pubblici troppo spesso lasciano veramente a desiderare. Soprattutto in città come Roma e in genere nel Centro-Sud.

In effetti milioni di italiani subiscono quotidianamente gli svantaggi e il peso di avere dei servizi di pessima qualità, spesso imprecisi, con tempi lunghissimi, ecc.



Il problema è che queste campagne contro i vigili (o campagne simili, contro i dipendenti pubblici o affini) non si preoccupano di andare ad indagare quali siano i veri problemi e dove occorrerebbe veramente intervenire.

Il problema dell'inefficienza dei servizi pubblici, infatti, è un problema vecchio ed è il risultato di tutta una serie di dinamiche, le quali sono da far risalire solo in minima parte alla negligenza dei lavoratori (che pure esiste). Il pesce, infatti, puzza sempre dall'alto.



Il discorso sarebbe lunghissimo, ma -molto sinteticamente- l'inefficienza delle istituzioni è un fenomeno tipico dei paesi colonizzati o comunque sottoposti ad un forte limite della loro sovranità, soprattutto economica.

E l'Italia è, dal dopoguerra, in condizione di forte subalternità nei confronti degli Stati Uniti e più recentemente anche della Germania. Inoltre, l'Italia Centro-Meridionale è stata considerata e trattata di fatto come una colonia, a partire già dall'800, dalla cosiddetta Unità d'Italia.

Dunque, il Bel Paese possiede una classe dirigente (non solo politica) mediocre, e questo soprattutto apartire dalla fine della Prima Repubblica, ossia, dagli anni '90 in poi.



Dirigenti mediocri producono lavoratori mediocri. E quindi, in questo clima generale di pressappochismo e di scarsa serietà, purtroppo anche numerosi (ma non certo tutti) lavoratori tendono a cadere in un'ottica molto egoista, ossia a cercare di sbarcare il lunario facendo il minimo sforzo possibile e con scarso impegno e serietà.





Va da sè che limitarsi a colpire i lavoratori pubblici non risolve certo i problemi di cui sopra.

E tantomeno il ricorso al privato. Non dimentichiamoci che "mafia-capitale" è stato precisamente il risultato del ricorso massiccio e generalizzato agli appalti dati a privati (e molte pseudo-cooperative sono tali). Semmai, è in alto che bisogna colpire.



Purtroppo la campagna mass-mediatica contro i vigili (tra l'altro fornendo dati in seguito rivelatisi fortemente distorti; non l'83% dei vigili, ma meno della metà sono stati quelli assenteisti) non mira a colpire le vere origini delle numerose inefficienze del settore pubblico.

Mira solo a poter LICENZIARE I LAVORATORI! (fa il paio con il Jobs Act)



E perchè vogliono licenziarli?

Per lo stesso motivo per cui negli anni scorsi ne sono stati licenziati a decine di milgiaia in Grecia, contribuendo a rendere tale paese non certo più efficiente o produttivo di prima (esattamente il contrario!), ma molto più povero.

Il motivo è che la crisi economica -prodotta dal capitalismo- deve essere pagata dai più deboli, ossia dai lavoratori e soprattutto da quelli dei paesi più deboli (Italia, Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo). Così ha deciso il grande capitalismo finanziario internazionale.



La riduzione del personale nel settore pubblico (e affini) a cui stiamo andando incontro in Italia porterà soltanto ad un (ulteriore) aumento della disoccupazione e non certo ad un miglioramento dei servizi pubblici.

Prova ne è che nella tanto mitizzata Germania ultra-efficiente ci sono più lavoratori pubblici -in rapporto alla popolazione totale- di quanti ce ne siano da noi e a maggior ragione della Grecia.

lunedì 12 gennaio 2015

Je suis Charlie Hebdo! E quindi voglio vederci chiaro...

L'attentato avvenuto pochi giorni fa a Parigi, nella sede del Charlie Hebdo si presenta, già ad una prima apparenza, come tanti attentati di questo genere: pieno di stranezze, contraddizioni e punti oscuri.
I documenti lasciati nella macchina dai presunti terroristi, questi ultimi che sono entrati tranquillamente in Francia e giravano con i kalashnikov, un poliziotto che indagava sull'attentato suicida (o ammazzato?) e altro ancora.

Dopo due giorni di inseguimenti, la polizia francese uccide dei terroristi. "Scoperti" grazie ai documenti distrattamente lasciati da loro (o messi volutamente da qualcun altro?).
Ma sono veramente gli attentatori? Oppure questi terroristi uccisi servono solo come copertura e depistaggio?
Fatto sta, che se anche fossero stati i veri attentatori, ora non possono più parlare (e rivelare magari cose scomode).

Dal momento che in questi casi parte sempre un'ondata di critiche e accuse di "complottismo" o di eccessivo "dietrologismo" (alcune sicuramente in buona fede, altre meno) a chi prova a mettere in dubbio la versione ufficiale dei mass-media e ciò che appare superficialmente, iniziamo proprio dall'ipotesi che sembra più palese e più accreditata dai mass-media: i terroristi autori dell'attentato al Charlie Hebdo di Parigi sono degli estremisti islamici, che intendono punire la rivista in questione, per le sue vignette contro l'islam.

Nessuno mette in dubbio che esistano persone fanatizzate e accecate dall'odio (in Medio Oriente, come fra gli europei e gli italiani) e che sarebbero disposte anche a sacrificare la loro vita per la causa della loro religione, senza riflettere troppo sulla bontà o l'utilità dell'azione che compiono.
E infatti queste persone di solito vengono usate come manovalanza, come esecutori materiali degli attentati. Ma simili individui difficilmente sarebbero in grado anche di organizzarli e prepararli (specialmente in paesi supercontrollati, come la Francia o gli USA).
In modo particolare, l'attentato di Parigi è indubbiamente opera di professionisti e soprattutto la sua preparazione ha richiesto una certa intelligenza, considerando il fatto che tra l'altro gli attentatori sono riusciti ad ingannare in più occasioni la polizia (e, almeno in teoria, anche i servizi segreti francesi).

Ora, è possibile che simili menti raffinate non arrivano a capire che un'azione del genere è molto più dannosa che utile alla religione islamica?
Vuoi perchè porta a rafforzare il controllo e la repressione poliziesca nei confronti delle moschee e dei mussulmani in genere, vuoi perchè scatena l'odio di milioni di occidentali contro di essi, vuoi perchè arreca un danno d'immagine agli islamici infinitamente maggiore di qualunque vignetta satirica (come giustamente ha fatto notare il leader di Hezballah), facendoli passare per pazzi, fanatici, violenti, intolleranti e criminali.

E infine, vuoi perchè -come la storia ripetutamente ci insegna- simili attentati sono un ottimo pretesto per scatenare una guerra.
Tanto è vero che praticamente tutte le comunità islamiche (di diversi orientamenti) hanno condannato senza appello tale azione (tra l'altro ancora non mi risulta che ci sia stata una rivendicazione esplicita).

A me sembrano motivi sufficienti per escludere l'ipotesi del fanatismo islamico (ma ce ne sono altri ancora, come vedremo).
Chi sono stati allora gli ideatori e gli organizzatori dell'attentato di Parigi?
Ovviamente è difficile dare una risposta.

In questi giorni sono uscite fuori diverse interpretazioni possibili dell'evento.
Tenderei ad escludere quella per cui tale attentato favorirebbe la Russia. Non vedo francamente in che modo possa farlo (qualcuno ritiene che la Russia voglia favorire la Le Pen, perchè pare che un'impresa russa abbia finanziato il FN; ma allora quando -per esempio- il FN e le altre forze di destra prendono finanziamenti da imprese italiane o francesi, ciò significa che sono Renzi e Hollande ad appoggiarle?)

Va detto invece che il terrorismo "islamico" (soprattutto l'Isis, ambito da cui sembrerebbero provenire i terroristi) è stato ampiamente alimentato dall'Occidente, in modo sia diretto, che indiretto.
Indiretto, perchè gli interventi militari in Afghanistan, in Iraq ed in Libia favoriscono reazioni di odio e di rancore verso l'Occidente invasore.
Diretto, perchè diverse formazioni estremiste "islamiche" (o pseudo-tali) -tra cui l'Isis- hanno avuto ampi appoggi, finanziamenti e armamenti da parte degli USA e degli altri paesi europei. Attraverso l'Arabia Saudita (da sempre alleata USA e di Israele), ma anche direttamente.
Non dimentichiamoci che i militanti dell'Isis sono stati definiti negli anni scorsi "combattenti per la libertà" da parte dei politici e dei mass-media europei e americani, in quanto combattevano contro la Siria di Assad (che soprattutto gli USA vedono come nemico).

Certo, il fatto che tale organizzazione terroristica sia stata finanziata e appoggiata dagli occidentali non comporta, in linea di principio, che non possa ad un certo punto, decidere di agire anche autonomamente, a prescindere o addirittura contro l'Occidente.
Ma qui ritorniamo alle considerazioni fatte sopra: quale interesse avrebbe quest'organizzazione a mettersi contro tutto il mondo (islamico compreso)?

In conclusione, reputo assai difficile -se non impossibile- che l'attentato di Parigi sia stato compiuto senza quantomeno l'avallo di qualche servizio segreto occidentale. Che siano quelli francesi, o la CIA, o il Mossad (o più di uno, in collaborazione tra di loro) probabilmente non lo sapremo mai.
Ma l'importante è tentare di capire quale potrebbe essere lo scopo di tale gesto.

Indubbiamente dall'evento ne trarranno vantaggio quelle forze politiche europee di estrema destra e xenofobe, e nello specifico, il Front National di Marine Le Pen. Ma c'è da dubitare che sia quello l'obbiettivo principale: di solito attentati del genere hanno un respiro più ampio, inerente alla politica internazionale.

Secondo me, le ipotesi più probabili sono due.
O sono stati gli stessi 007 francesi, per spingere la Francia (e non solo) ad un intervento militare (e a giustificarlo), presumibilmente contro la Siria.

Oppure -cosa che ritengo assai più probabile- c'è di mezzo la CIA e gli interessi degli Stati Uniti.
Per comprendere la cosa, andrebbe accennato il retroscena.

Lo scenario è quello in cui gli USA da anni premono per un'escalation del conflitto in Siria e soprattutto contro la Russia (e, indirettamente, contro la Cina). Non dimentichiamo che un paio di anni fa, USA ed Europa scalpitavano per attaccare militarmente la Siria (che gli americani considerano un nemico), come avevano appena fatto con la Libia.
Ma fu proprio la Russia ad opporsi e ad impedirlo.
Non è certo per caso che solo pochi mesi dopo il mancato intervento in Siria, arriva il colpo di Stato neonazista in Ucraina -malamente camuffato da "rivoluzione"- a poche centinaia di chilometri da Mosca. Appoggiato dall'Occidente.

Da lì si inaspriscono le tensioni con la Russia, fino ad arrivare alle recenti sanzioni economiche da parte dell'Unione Europea e ovviamente degli Stati Uniti.
Sanzioni che però l'Europa ha deciso evidentemente controvoglia -pressata dagli USA- perchè queste danneggiano non tanto la Russia (che sta lavorando con successo per trovare altri canali commerciali con cui rimpiazzare l'Europa, Cina in testa) quanto i paesi europei -tra cui l'Italia- che con la Russia avevano importanti legami economici.

Non a caso la Germania e la Francia stavano pensando a rimettere in discussione tali sanzioni. Sanzioni che invece per gli USA sono strategiche e vorrebbero, anzi, che gli europei le inasprissero ulteriormente.
Pochi giorni prima dell'attentato al Charlie Hebdo -coincidenza?- il Presidente francese Hollande aveva detto esplicitamente che occorreva rivedere le sanzioni alla Russia.

L'attentato, quindi, potrebbe essere un vero e proprio avvertimento in stile mafioso e un "invito" -rivolto alla Francia, ma anche al resto dell'Europa- a subordinarsi alle direttive del padrone-USA.


Vedremo nelle prossime settimane che cosa accadrà.
Se Francia e Germania avranno il coraggio di disobbedire agli USA (per l'Italia la vedo dura...) e decideranno di ritirare le sanzioni alla Russia, oppure no.
E se incomincierà un'altra guerra. A partire, sembra, dalla Siria, ma alla fine per colpire la Russia (e la Cina).

sabato 13 dicembre 2014

mafia capitale: il privato è il problema, non la soluzione


Che nei decenni scorsi Roma fosse controllata da poteri mafiosi ci voleva poco a capirlo.

Basterebbe farsi un viaggetto in città come Lisbona, Madrid o Atene (senza scomodare le varie Londra, Berlino e Parigi) per rendersene conto: lì abbiamo città relativamente pulite, infrastrutture moderne, servizi efficienti, a cominciare dal trasporto pubblico (Atene forse non tanto, ma comunque sempre meglio di Roma).

A confronto di città come Madrid, Roma assomiglia molto più a Calcutta o al Cairo: caos, sporcizia, traffico, disordine, scarso rispetto del codice stradale, mezzi pubblici sempre pienissimi (quando si degnano di passare), poca attendibilità delle indicazioni e degli orari, ecc.



In effetti dà da pensare il fatto che a Madrid sono bastati 3 anni di lavori per costruire una nuova linea metropolitana di ben 30 stazioni, mentre a Roma ci sono voluti 7-8 anni per prolungare la linea A da Ottaviano a Battistini (5 fermate) e altrettanti per la linea B, da Piazza Bologna a Conca d'Oro (3 fermate), nonostante che entrambe le tratte si trovassero in zone di Roma praticamente prive di rovine archeologiche. Taccio per pudore sulla linea C.



Eppure a Roma girano sicuramente molti, ma molti più soldi che in città quali Madrid, Lisbona o Atene. Dove vanno a finire tutte queste immense risorse? Evidentemente in mani private (e buona parte anche alla Chiesa Cattolica, per la verità).



Non mi dilungo su tutto il vastissimo sviluppo del mondo della corruzione romana, anche perchè forse non basterebbe un intero libro per renderne conto in modo esaustivo. E comunque è compito della magistratura farlo.

Ma alcune considerazioni politiche andrebbero fatte:



  1. non è vero che "sono tutti uguali".

Il mio non vuole certo essere un goffo tentativo di difendere la "sinistra" (anche perchè non ho mai considerato tale il PD, fin dalla sua nascita).

E' ovvio che "mafiopoli" a Roma esiste da decenni e ha tranquillamente prosperato sotto i mandati di Rutelli e di Veltroni, coinvolgendo non pochi esponenti dell'attuale PD.

Anche se c'è da rilevare che con Alemanno tale sistema di governo corrotto si è sviluppato al massimo e s'è aggravato e generalizzato come mai prima.


Contro ogni retorica anti-partito, ci sono dei partiti che sono rimasti del tutto estranei a tali pratiche, come Rifondazione Comunista (lo stesso Luigi Nieri, che peraltro non risulta nemmeno indagato, è uscito nel 2008 dal PRC e ora si trova in SEL).

Non solo: sia Rifondazione Comunista che il PdCI hanno ripetutamente denunciato tali illegalità negli anni scorsi, ma sono rimasti inascoltati.



  1. il privato è il problema e non la soluzione

Come è tipico di un paese provinciale, come l'Italia -dove anche nei grandi capitalisti domina una mentalità da bottegaio furbetto- subito si approfitta dell'inchiesta su mafia capitale, per riproporre le solite privatizzazioni, in questo caso delle aziende municipalizzate (come se le privatizzazioni non avessero già fatto troppi danni, vedi Telecom, Alitalia, Trenitalia, ILVA, ecc.).



Ma oggi non siamo più negli anni 80-90, ai tempi di Tangentopoli: allora chi rubava, lo faceva per il partito. Oggi chi intasca illecitamente soldi, lo fa per sè (o al massimo per la propria cricca o clientela).

Le privatizzazioni porteranno ulteriormente acqua al mulino dei vari Caltagirone, ossia, di aziende che faranno profitti elevati, licenziando migliaia di lavoratori (è questo il primo biglietto da visita del privato), e soprattutto erogando servizi in funzione del solo rendimento economico.

Ossia, tradotto: se l'utenza avrà soldi da spendere, otterrà un servizio discreto, se non può farlo si dovrà accontentarne di uno pessimo, o di nessun servizio proprio (ad esempio, quartieri periferici popolari rimarrebbero praticamente privi di trasporto pubblico).

Le privatizzazioni faranno la felicità proprio dei vari Buzzi (ossia, finte cooperative, ma di fatto aziende capitaliste) e degli altri affaristi più o meno corrotti.

Di solito, poi, quando si privatizza, la parte più onerosa del servizio, e anche quella meno redditizia, rimane in mano pubblica (cioè a spese nostre).





Le privatizzazioni sarebbero dunque un rimedio peggiore del male.

Ciò perchè in realtà "mafia capitale", a differenza di ciò che comunemente si crede, non è il risultato della semplice disonestà delle persone. E' proprio il modo in cui di solito il capitalismo funziona, nelle sue aree periferiche.
La corruzione generale e le varie mafie del Sud Italia sono state il prodotto di politiche che dall'Unità d'Italia hanno sempre favorito il Settentrione (e in modo particolare il triangolo industriale) a scapito del resto dell'Italia.

La cosa s'è poi aggravata per il fatto che dal '45 siamo -di fatto- una semi-colonia americana (la mafia siciliana è prosperata nel dopoguerra proprio grazie agli USA).



Solo il pubblico controllato può e deve ovviare al sistema di corruzione imperante a Roma e in Italia. E per questo serve che il popolo deve partecipare attivamente alla politica e non disinteressarsene.

Il più grande successo dei politici (e imprenditori) disonesti si ha proprio quando "la gente" si allontana dalla politica dicendo "tanto sono tutti ladri".

lunedì 1 dicembre 2014

Malcontento, criminalità, degrado, immigrazione.

A scanso di equivoci, dico subito che concetti quali "buonismo" o "tolleranza" non mi appartengono. E a ben vedere non appartengono praticamente a nessuno.
Se di tolleranza si può parlare, in Italia, è quella che c'è sempre stata verso l'illegalità in genere (siamo pur sempre il paese dell'evasione fiscale, dell'abusivismo edilizio e delle grandi organizzazioni criminali, e altro ancora).


In realtà, più che essere "buono" o "tollerante", chi governa dovrebbe, secondo me, fare qualcos'altro: studiare i vari fenomeni problematici (criminalità, ecc) per capire come intervenire in modo adeguato. Altrimenti rischiamo di scadere nei soliti slogans, tanto suggestivi, quanto demagogici e irrealistici, quali "tolleranza zero". Oppure si approvano leggi, quali la Bossi-Fini, improntati alla repressione, e che addirittura introducono il reato di clandestinità, ma con i risultati che abbiamo sotto i nostri occhi.
Contrariamente all'apparenza, diversi dati statistici dimostrano che immigrazione e delinquenza sono fenomeni che hanno poco a che fare l'uno con l'altro. Anche se in parte si intersecano.


Cominciamo dal primo fenomeno: l'immigrazione.
Intanto la prima cosa da rilevare è che la percezione comune degli italiani sugli immigrati è fortemente distorta dalla realtà dei fatti, e risente di numerosi pregiudizi e stereotipi.
In un sondaggio recente, infatti, gli intervistati ritengono -in media- che la percentuale di extracomunitari rispetto al totale della popolazione residente in Italia sia intorno al 30%. Nella realtà essa è del 7% (una differenza molto significativa).
Anche la percentuale degli islamici è fortemente sopravvalutata, rispetto alla reale consistenza. La stragrande maggioranza degli immigrati, inoltre, lavora e quelli che delinquono sono una infima minoranza (ma che purtroppo fa tantissima notizia).
Tra l'altro non risulta che ci sia stato un aumento significativo degli eventi criminali negli ultimi 25 anni (periodo del boom dell'immigrazione).


La percezione diffusa -in Italia- rispetto all'immigrazione è poi fortemente condizionata da una sterminata serie di "notizie" – riportate quasi sempre in modo scorretto e distorto, quando non proprio inventate di sana pianta- e bufale varie, che girano ad esempio, sui social network (soprattutto facebook), le quali cercano di suscitare indignazione sulla gente, fantasticando improbabili servizi, alloggi o sussidi che sarebbero elargiti generosamente agli immigrati (perfino clandestini), e negati agli italiani.
Si tratta di fantasie allo stato puro, eppure credute per vere da non poche persone, e sulle quali le varie forze di destra, in mancanza di argometi più seri, tentano di costruire i loro successi, speculando sulla creduloneria della gente.


Molti italiani si domandano: "ma perchè non se ne stanno/tornano a casa loro?"
La risposta è che secondo me la stragrande maggior parte degli extracomunitari ritornerebbero molto volentieri "a casa loro" se ce ne fossero le condizioni: ossia, se i paesi ricchi (inteso ovviamente le grandi multinazionali e il potere finanziario) la smettessero di sfruttare pesantemente le risorse dei loro paesi, condannandoli al sottosviluppo, e, come se già non bastasse, fomentando continuamente conflitti vari, per accaparrarsi delle loro ricchezze, oltre che per arricchire le grandi lobbies delle armi.


Passiamo alla criminalità.
Ovviamente il tema è vastissimo e complesso, per con cui poche righe si può farne sono una breve e non esaustiva sintesi.
Intanto andrebbe premesso che in Italia i fenomeni criminali (e l'illegalità in generale) sono stati storicamente molto "tollerati" (quando ancora di immigrati non se ne vedeva nemmeno l'ombra). Non a caso siamo, tra l'altro, la patria delle varie organizzazioni mafiose. A mio modesto parere, se si vuole contrastare seriamente la criminalità, occorre agire -molto sinteticamente- su due versanti: da una parte, le istituzioni dovrebbero intervenire per eliminare il più possibile le condizioni di degrado e di emarginazione sociale e lavorativa, garantendo a tutti i cittadini la possibilità CONCRETA di guadagnarsi da vivere onestamente.
A quel punto -ed è il secondo versante- la legge può, anzi deve intervenire in modo inflessibile ed efficace contro chiunque commetta atti criminali (altrochè "buonismo").


Infatti, se è inutile punire, ad esempio, un ladro, quando questo non ha altri mezzi per poter sopravvivere, diventa assolutamente necessario farlo nel momento in cui egli ha la possibilità effettiva di vivere onestamente, lavorando.
Quando poi si ha a che fare con la grande criminalità organizzata, lì occorrerebbe intervenire in modo pesante.
Ma non certo -come si fa da noi- in modo "scenografico", tipo mandando l'esercito per le strade (non ne vedo proprio l'utilità). Bensì colpendo tali organizzazioni soprattutto a livello economico e soprattutto colpendo "in alto". Serve a poco arrestare i piccoli pesci, facilmente sostituibili.


Tornando al nesso criminalità-immigrazione -fenomeno, come già detto, molto più limitato di quanto appaia- vanno quantomeno distinte due tipologie di casi (in realtà sarebbero di più, ma mi attengo ai casi più frequenti):
Tra gli immigrati ci sono i delinquenti "incalliti", ossia, quelli che erano già tali al paese loro, prima di venire in Italia. E lì sì, che servirebbe un intervento in modo deciso.
Ma non sempre è facile: alcuni di loro godono di qualche forma di protezione, magari perchè legati a grandi organizzazioni criminali mafiose (italiane o internazionali), con agganci nelle istituzioni, o perchè comunque fanno comodo a qualche potente.
Molti delinquenti, poi, arrivano da noi grazie a veri e propri accordi tra lo Stato italiano e quello del loro paese di provenienza (di cui non si parla, per ovvi motivi; è il caso di numerosi criminali romeni).


Poi ci sono i ladruncoli diciamo "occasionali", ossia poveri disperati che rubicchiano per sopravvivere. Nella quasi totalità dei casi essi smettono di farlo non appena riescono a trovare un briciolo di lavoro.


In conclusione, tutto il malumore della popolazione contro il degrado e la delinquenza è perfettamente comprensibile.
Ma ciò è dovuto alla tendenza da parte delle istituzioni e del ceto politico (direi "bipartisan") a far politiche che privilegiano i ceti sociali più abbienti e -territorialmente- i quartieri più centrali (o residenziali) delle città. Mentre, al contrario, si scaricano tutti i problemi e l'incuria nelle zone dove abitano i ceti più proletari.
Poi, un po' l'ignoranza, un po' le speculazioni politiche delle destre, spingono molti cittadini esasperati a prendersela -a torto- contro gli immigrati (o contro i Rom).


Servirebbe un intervento appropriato (e non propagandistico) se si vuole veramente contrastare le condizioni di degrado e insicurezza. Ma temo che finchè domineranno le politiche liberiste -e finchè ci sarà capitalismo- sarà molto difficile: le condizioni di degrado, povertà, emigrazione (sia di italiani all'estero che di extracomunitari da noi), disoccupazione, sono connaturate al capitalismo.

mercoledì 12 novembre 2014

Crollo del Socialismo 2: aspettative e risultati.


Il Crollo del Muro di Berlino, così come un po' tutti gli eventi degli anni 89-91 accaduti nei paesi dell'Europa Orientale, e che hanno portato alla fine dell'esperimento di costruzione del socialismo in quei paesi, sono stati salutati con enorme entusiasmo nell'Occidente capitalistico (per "Occidente", intendo sostanzialmente Europa Occidentale e Stati Uniti).

Infatti, dopo decenni in cui il capitalismo era stato duramente contestato, messo in discussione e fortemente contrastato e limitato (non solo nei paesi a Socialismo Reale, ma anche nell'Occidente, grazie alle politiche sociali e di intervento statale nell'economia), ora toccava al socialismo essere non solo messo in discussione, ma proprio abbattuto.



E il bello era che questa volta la fine del socialismo non avveniva attraverso un colpo di Stato e l'instaurazione di una feroce dittatura, ossia, dall'alto. No: questa volta erano le stesse masse popolari che apparivano condannare il socialismo e sbarazzarsene definitivamente, per tornare al capitalismo. Maggiore successo mediatico per la borghesia e per l'Occidente capitalistico non poteva capitare.



Tale narrazione era troppo bella perchè qualche studioso o intellettuale nostrano si fosse presa la briga di andare ad indagare un po' più approfonditamente che cosa stava veramente accadendo in quei paesi. E infatti tuttora non risulta essersi prodotto uno studio serio sugli eventi dell'89-91 nei paesi dell'est (almeno non da noi).

Viceversa, si è voluto credere al refrain semplicistico e superficiale della "democrazia" o della "libertà" che trionfava sul "totalitarismo".

La massima teorizzazione di allora fu quella di Francis Fukuyama (politologo statunitense), il quale parlò allora di "fine della storia".

Le vicende degli anni successivi hanno brutalmente smentito tale incauta affermazione.



Fukuyama a parte, la speranza grossa di quegli anni era che, con il crollo del socialismo (visto come la fonte di tutti i mali) si sarebbe aperta una nuova era di pace, democrazia e progresso.





Pace?

La fine della guerra fredda ha visto la moltiplicazione delle guerre e dei vari conflitti (anche molto cruenti): dalle guerre nella ex Jugoslavia, all'Iraq (più volte), all'Afghanistan, alla Cecenia, alla Libia, alla Siria e all'Ucraina, per citare solo le guerre più note. A questi andrebbero aggiunti altri conflitti meno noti, soprattutto nel continente africano (Ruanda, Somalia, Sudan, Niger, Congo e altri ancora).

E' significativo che praticamente in tutti, dico tutti, questi conflitti sono coinvolti gli Stati Uniti -direttamente o indirettamente- e/o la Francia e/o la Gran Bretagna (e non di rado anche la stessa Italia). E ciò anche quando tali tensioni vengono fatti apparire dai nostri mass-media come problemi strettamente locali..



Dunque, la fine della guerra fredda non ha affatto pacificato il mondo, ma -al contrario- l'ha reso più violento e pericoloso.

Grazie soprattutto agli USA (e alle sue lobbies, ad esempio quella delle armi), che, non avendo più un'altra potenza con cui dover fare i conti, nei decenni scorsi hanno provato a fare il bello e il cattivo tempo un po' dappertutto.

Meno male che negli ultimi anni qualcosa sta cambiando, con l'emergere della Cina, della Russia di Putin e dei paesi del BRICS.



Questo per quanto riguarda la pace. E con il progresso e la democrazia? Cosa è cambiato in quest'ultimo quarto di secolo?

Il progresso occidentale si è arrestato con la fine della bolla informatica (bolla iniziata peraltro già prima dell'89) e con la crisi economica attuale.

Nei paesi dell'Est Europa, col ritorno al capitalismo è esplosa la povertà, la disoccupazione, l'incertezza sociale e l'emigrazione (come possiamo notare anche da noi) verso altri lidi.

I cosidetti "nuovi ricchi" -un'esigua minoranza- provengono un po' tutti dalla dirigenza politica degli ex Stati socialisti (il che la dice lunga sulla facilità e la tranquillità con cui sono avvenute le presunte "rivoluzioni" dell'89).

A proposito di progresso, va registrato invece che, paradossalmente, i paesi emergenti sono soprattutto la Cina (rimasta socialista, anche se con elementi di capitalismo controllato), il Brasile (che da più di un decennio sta rompendo con le politiche liberiste, introducendo politiche di welfare-state), il Venezuela (altro paese che va verso il socialismo) e altri ancora.



Democrazia:

nei paesi dell'ex Patto di Varsavia, a parte la Russia di Putin (che non so quanto possa definirsi "democratica"), gli altri paesi sono finiti un po' tutti (o quasi tutti) nell'orbita della NATO e dell'Unione Europea.

Nella NATO non esiste democrazia: sono gli Stati Uniti a farla da padrone.

L'Unione Europea è talmente "democratica" che le decisioni più importanti (e vincolanti per i paesi aderenti) non vengono prese dal Parlamento Europeo (eletto dai cittadini), bensì dalla Banca Centrale Europea (BCE) e dal Consiglio Europeo (entrambi organismi non eletti dai cittadini).



Due parole anche sull'Italia, dato che da noi gli eventi dell'89 hanno avuto ripercussioni politiche molto più forti che negli altri paesi occidentali.

In modo particolare con la fine del Partito Comunista Italiano, e nei decenni successivi sempre più, il nostro paese ha visto l'esplosione dell'astensionismo elettorale, che è indice quantomeno di sfiducia da parte dei cittadini di poter cambiare qualcosa attraverso le "libere elezioni democratiche" e quindi è una cartina di tornasole di una democrazia malata.

Oltre all'astensionismo, assistiamo anche all'emergere di nuove (nuove nelle forme, ma vecchissime nei contenuti) forme di populismo, alle varie riforme elettorali che distorcono il voto dei cittadini, spostandolo verso il centro, anche grazie all'introduzione delle soglie di sbarramento (grandissimo provvedimento democratico!?!?!), e -dulcis in fundo- la recente pratica di fare e disfare i governi da parte del Presidente della Repubblica, mettendo al governo elementi NON eletti dai cittadini, come Renzi.



Ma da noi si continua a festeggiare la caduta del Murto di Berlino.

Per giunta facendo finta di non vedere il nuovo muro della vergogna, molto più lungo, massiccio ed opprimente di quanto fosse quello. Ossia, quello che lo Stato Sionista di Israele ha costruito per opprimere e tenere prigioniero il popolo palestinese (dopo aver rubato loro la terra).

giovedì 6 novembre 2014

25 anni di Crollo del Muro di Berlino: propaganda mediatica e realtà (nascosta)

25 anni fa crollava il Muro di Berlino, mettendo fine ai "regimi" socialisti dell'Europa dell'Est, al Patto di Varsavia e alla guerra fredda.

La prima cosa da dire sull'evento specifico del 9 novembre 1989 è che tale fatto è stato talmente spettacolarizzato dai mass-media, che pochissimi sanno o ricordano come si svolsero effettivamente i fatti e come si arrivò all'abbattimento del muro.
La continua riproposizione di immagini in cui il "popolo" prende a picconate il muro o ci si arrampica sopra per festeggiare, è servita e serve a dare l'idea che quello sia stato un episodio "rivoluzionario", o qualcosa di simile: i tedeschi (sia dell'est che dell'ovest) che si sollevavano contro l'odiato muro che divideva in due la loro ex capitale e anche contro il "regime totalitario" della Repubblica Democratica Tedesca.

In realtà le cose andarono molto diversamente.
Tutto partì dal fatto che il governo della DDR di Egon Krenz (che aveva sostituito da poco Honecker) decise di aprire le frontiere con la Germania Occidentale e di dare il permesso ad alcuni suoi cittadini di espatriare.
Il popolo berlinese si è "sollevato" ed ha assaltato l'odiato muro DOPO aver appreso tale notizia e soltanto quando ha capito che nessun soldato della DDR gli avrebbe sparato addosso (magari fossero così semplici le vere rivoluzioni...).

Il processo che ha portato allo scioglimento della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) e alla successiva unificazione con la Germania Occidentale (anche se di fatto è accaduto che quest'ultima ha annesso la prima) è stato un percorso molto più di vertice che di base. Il grosso della popolazione tedesca orientale è rimasto semmai spettatore passivo degli eventi.

Discorso molto simile va fatto per tutti gli altri paesi dell'Europa dell'Est, Unione Sovietica compresa: il passaggio dal regime socialista a ciò che noi chiamiamo "democrazia" (ossia, in realtà il capitalismo) è stato dappertutto un'operazione d'elite, in cui le popolazioni locali hanno svolto un ruolo assai marginale (le manifestazioni di piazza in concomitanza con tali passaggi vedevano tutt'al più la presenza di poche migliaia di persone).
Prova ne è che con l'avvento (o, meglio, il ritorno) del capitalismo, i "nuovi ricchi" che sono emersi in quei paesi provenivano -guarda caso- un po' tutti dalla vecchia classe dirigente degli ex Stati socialisti.

Inoltre, dà da riflettere un fatto curioso: ricordo personalmente che prima dell'89 da noi si diceva che nei paesi a Socialismo Reale la gente viveva male e che, se avessero potuto, sarebbero scappati tutti in Occidente.
E' significativo che l'immenso flusso migratorio dai paesi dell'Est Europa sia avvenuto, viceversa, negli anni successivi alla ottenuta "libertà".
Certo, si potrebbe obbiettare che prima dell'89 quei regimi proibissero alle loro popolazioni di andarsene via da lì (eppure un certo flusso, anche se molto più modesto, esisteva già allora). Ma non si capisce lo stesso come mai, ora che questi hanno raggiunto la tanto agognata "libertà", se ne siano fuggiti in massa, invece di rimanere a casa loro, per costruire dei paesi finalmente liberi, indipendenti e progrediti.

L'unica spiegazione di tale enorme flusso migratorio è che in realtà l'apertura al capitalismo occidentale ha fatto sì che numerose ricchezze e realtà produttive di quei paesi sono state svendute agli occidentali, molte fabbriche sono state chiuse e soprattutto molte garanzie sono andate perdute. Casa, lavoro, assistenza sanitaria, scuola, e così via. Nulla di tutto ciò è più garantito e la povertà in questi decenni è cresciuta, assieme alla delinquenza, alle varie mafie e alla prostituzione.

Nel 2009, vent'anni dopo il Crollo del Muro di Berlino, fece scalpore un sondaggio effettuato nella Germaina Orientale, in cui oltre la metà della popolazione riteneva che si vivesse meglio quando c'era la DDR.

Ma anche in Italia la fine del Socialismo Reale dei paesi dell'Est ha avuto, com'è noto, delle forti ripercussioni. In modo particolare, spingendo verso la fine del Partito Comunista Italiano e -ancor di più- favorendo l'avvio delle politiche liberiste, le quali stanno portando il nostro paese (e non solo il nostro) verso lo sfascio economico, politico e morale di questi giorni.

E noi festeggiamo ancora quest'evento?

martedì 30 settembre 2014

Jobs act, Governo Renzi e l'attualità di Marx

Non faccio parte di quel 40% (anzi, di quel 22%, considerando anche gli astenuti) degli italiani che alle ultime elezioni europee ha votato per il PD di Matteo Renzi.
E quindi non mi aspettavo nulla di positivo da parte di questo governo. Anche perchè dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che le politiche dei governi italiani sono sempre più condizionate -se non imposte- dall'Europa (oltre che dagli USA).
Dunque, il Jobs Act del Governo Renzi non è stato concepito dalla mente dell'ex sindaco di Firenze, ma è stato fortemente voluto dalla Confindustria e dall'Europa delle banche e del capitale finanziario, per rendere i lavoratori più licenziabili, e dunque più precari e ricattabili, e quindi per poter abbassare (ulteriormente) il costo del lavoro ed aumentare i livelli di sfruttamento (anni fa anche in Germania ci fu, in tal senso la Riforma Hartz, che introdusse i "minijobs").

Ma che cos'è il Jobs Act?
Diciamo che molto ruota intorno alla famosa questione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, ossia, quello del licenziamento che può avvenire soltanto per giusta causa.
Questo non viene immediatamente cancellato, ma eliminato in modo graduale e progressivo -a partire dai nuovi assunti- per essere sostituito dal contratto "a tutele crescenti" (il nome suona bene, ma la realtà è ben diversa).
Tutti i diritti (conquistati, è bene ricordarlo, in decenni di dure lotte) non saranno in teoria eliminati, ma si otterranno dopo diversi anni di lavoro. Il problema è: quanti saranno i lavoratori che riusciranno a raggiungere un'anzianità lavorativa tale, da poter godere di questi diritti e non poter più essere licenziati (se non per giusta causa)? Prevedibilmente sarà una percentuale molto bassa.

Sull'articolo 18, poi, vanno chiariti alcuni equivoci.
Spesso, infatti, si sente tirare fuori l'argomento per cui a causa di tale articolo non si possono licenziare persone che lavorano poco e/o male (i "lavativi") o addirittura che danneggiano l'azienda o l'ente. Specialmente nel settore pubblico è pieno di questi soggetti.
In realtà i "lavativi" sono nella maggior parte persone raccomandate e vengono protette da qualcuno che conta e non certo dall'articolo 18. Se si facessero (il discorso vale ovviamente soprattutto per il pubblico) i dovuti controlli, molti di questi soggetti potrebbero essere benissimo licenziati anche oggi.

Ma si sa come funzionano tante cose in Italia: con la scusa dei falsi invalidi o dei pensionati non aventi diritto, alla fine si tolgono servizi e reddito a quelli che ne hanno veramente bisogno e diritto e quindi anche i "lavativi" sono utili per poter licenziare i lavoratori bravi quando serve o quando osano rivendicare salario o diritti.
Infatti, la cancellazione dell'articolo 18 serve proprio a questo: rendere i lavoratori più ricattabili e quindi maggiormente disposti ad accettare salari più bassi e turni di lavoro più massacranti.
Senza contare che si va anche verso la possibilità del demansionamento, per cui un lavoratore può benissimo essere degradato di ruolo e vedersi ridurre il livello e quindi, di nuovo, lo stipendio.
Tra l'altro il facile licenziamento avrà con ogni probabilità anche come conseguenza un (ulteriore) calo delle nascite e dei matrimoni. Infatti, una lavoratrice che desiderasse andare in maternità verrebbe immediatamente espulsa dal lavoro.



Le politiche europee (e Renzi), quindi, pensano di risolvere la crisi economica -che è essenzialmente una crisi di profitti- abbassando, di fatto, il salario dei lavoratori e dei ceti popolari. Sia il salario diretto (ciò che entra nella busta-paga) che quello indiretto (pensioni, servizi socio-sanitari, ecc.), che subisce continui tagli.

E qui entra in ballo Marx.
La crisi di profitti (sto semplificando) è una tendenza a lungo termine, connaturata al capitalismo. Questa, però, può essere temporaneamente -ma solo temporaneamente- risolta attraverso diversi fattori (che Marx chiama "fattori di controtendenza alla caduta del saggio di profitto").
Non elenco qui tutti questi fattori. Mi limito solo ad osservare come l'Europa stia puntando sul peggiore di tutti, sul più retrogrado, ossia, sull'abbassamento del salario.
Questo genere di misure potrebbero, in teoria, anche portare -nel breve-medio termine- a qualche "segnale di ripresa". Ma, quand'anche fosse, si tratterebbe di un sollievo assai effimero, dopodichè la crisi non tarderebbe a riprendere drammaticamente il suo corso.

Ma il vero allarme -a mio avviso- sta proprio nel fatto che l'Europa punti (quasi) esclusivamente a tale fattore, cioè all'abbassamento del costo del lavoro.
E' qui che emerge una tendenza di fondo di carattere addirittura storico: l'Europa e gli USA, dopo secoli di egemonia economica, politica, scientifica, tecnologica e culturale, stanno imboccando decisamente la strada del declino.
Viceversa, altri paesi dell'ex Terzo Mondo (Cina in testa; ma anche India, Brasile, ecc.) stanno emergendo non solo a livello economico-commerciale, ma anche nella ricerca scientifica, nell'innovazione tecnologica (perfino il Venezuela ha lanciato il suo primo satellite) e in altre sfere.

L'immagine che abbiamo della Cina, la quale fabbrica ed esporta prodotti di bassa qualità, ma economici, appartiene ormai al passato. Tra pochi anni saremo noi europei a produrre a basso costo prodotti di scarsa qualità, mentre la Cina -prevedibilmente- non tarderà a prendere il posto della Germania e degli USA.
Prepariamoci ad un futuro in cui diventeremo noi gli "immigrati".