martedì 16 febbraio 2016

Illegalità in Italia, la magistratura serve e non serve

A pensarci bene, l’Italia di oggi dovrebbe essere, in teoria, un paese dove il rispetto della legalità regna sovrano. Corruzione, abusivismo, evasione fiscale, attività mafiosa, appalti illeciti, favoritismi, ecc. ecc., dovrebbero essere ai minimi storici e l’onestà dovrebbe essere la norma. Invece...
Ma perché mai dovrebbe essere così, in teoria?
Per il semplice motivo che nel nostro paese negli ultimi 24 anni c'è stato un intervento massiccio e un lavoro continuo da parte della magistratura nello scoprire tutta una lunga serie di illegalità.


Si iniziò con la famosa inchiesta “Mani Pulite”, che nei primi anni ’90 fece emergere la nota “Tangentopoli”. Da allora e fino ad oggi a scadenza quantomeno semestrale la magistratura non fa che scoprire illeciti, corruzioni e quant’altro.
Stiamo parlando di una mole di attività impressionante, se ci pensiamo bene, e che non ha avuto eguali in nessun altro paese europeo, se non addirittura mondiale.

Innumerevoli sono stati gli imprenditori, gli uomini d’affari e i politici che sono caduti nelle maglie della giustizia. Anche se poi in Italia, chissà perché, la gogna mediatica e le invettive della “gente” finiscono ogni volta per prendere di mira inevitabilmente i soli “politici” (come se gli imprenditori e la tanto decantata “società civile” non fossero assai peggio dei politici).

Ma ritorniamo al lavoro della magistratura.
Una capacità di intervento così massiccia e continua di quest’organo contro le numerose attività illecite –anche ad alti livelli- dovrebbe costituire, a pensarci bene, un notevole deterrente per tutte le persone di potere che agiscono in modo disonesto. Si dice, infatti –e giustamente- che non sono tanto le leggi a scoraggiare i ladri e i delinquenti, quanto l’applicazione effettiva di queste, ossia, la scarsa possibilità di farla franca.

Per quale motivo, invece, in Italia l’illegalità istituzionale rimane a livelli elevatissimi, nonostante tutto ciò? Perché la magistratura, a dispetto del suo lavoro mastodontico, non riesce a “moralizzare” il nostro paese?
Ovviamente qui non si potrà dare che una risposta ultra schematica e riduttiva, perché naturalmente un’analisi approfondita richiederebbe ben altri spazi.

Fermo restando che un certo tasso di illegalità istituzionale esiste in tutti mi paesi (anche in Germania, Svizzera, o simili, che ci appaiono tanto “onesti”), ed è, a mio avviso, connaturato al capitalismo, rimane il fatto che in Italia tale illegalità ha una diffusione, una capillarità e sistematicità che non ha eguali in Europa e nei paesi sviluppati.

Sarebbe ingenuo credere, come invece fanno in tanti, che la gestione fraudolenta della cosa pubblica nel Bel Paese derivi dalla mera e semplice disonestà individuale dei “politici”. In realtà c’è un vero e proprio sistema di potere che funziona, e da tempo immemore, in questo modo, ed è legato, secondo me, al fatto che l’Italia -e in modo particolare il Centro-Sud- ha molte delle caratteristiche di una classica colonia, anche se “soft”.
Non approfondisco tale discorso, ma in sostanza, chi oggi governa –ai vari livelli- in Italia è quasi obbligato ad agire in modo illegale, o quantomeno a tollerare che nella sua giunta, o governo, vengano commessi fior di illeciti.

Detto questo, si impone una domanda: ma allora la magistratura e il suo lavoro che ruolo hanno?
E qui sono purtroppo costretto all’ingrato compito di dover sfatare quello che per molti è di sicuro un grandissimo mito, ossia, appunto, la magistratura. La quale, di fatto, NON E’ NEUTRALE.
Tale organo riflette –al suo interno e nelle sue componenti- i contrasti e le lotte di potere, sia politiche che soprattutto economiche e di classe, oggi esistenti in Italia.
Ossia, ad esempio, la lotta tra il grande capitale finanziario (nazionale ed internazionale) e la locale borghesia medio-alta.
Forse non è un caso che “Mafia capitale” abbia scoperchiato le varie illegalità relative a diverse attività “minori”, mentre i grandi palazzinari –potere storico di Roma- ne sono usciti quasi indenni.

Non ho mai amato Berlusconi, ma bisogna dire che su una cosa aveva ragione. Ossia, quando parlava di un uso politico della magistratura.
Viceversa, il Cavaliere mentiva quando parlava di “toghe rosse”. Anzi, a me sembra che queste toghe, più che rosse, siano a stelle e strisce.
Non ci sono dubbi, infatti, che una parte significativa (se non maggioritaria) della magistratura italiana sia legata agli Stati Uniti.
E forse –anche qui- non è un caso che una delle più note vittime eccellenti di “Mani Pulite” sia stato a suo tempo Bettino Craxi. Altra figura che ho sempre criticato, ma che quantomeno ha avuto il merito e il coraggio, negli anni ’80, di tentare di smarcarsi dalla pressante cappa di dominio USA. Ed è stato punito per ciò (teniamo presente che le magistrature brasiliana ed argentina –che hanno tollerato per decenni ladrocini e corruzioni a livelli esponenziali- ora si stanno scatenando rispettivamente contro la Roussef e la Kirchner, le quali, guarda caso, hanno portato avanti politiche di distacco dagli USA).

So che molti di voi rimangono scettici di fronte a questi discorsi, che puzzano tanto di “complottismo” (termine diventato di moda a partire dall’attentato alle Torri Gemelle, evidentemente perché vogliono che crediamo soltanto alle versioni ufficiali e mass-mediatiche), ma è un dato di fatto che 24 anni di super-attività della magistratura non hanno minimamente scalfito il sistema di corruzione o mafioso che domina l’economia e la politica italiana.
Evidentemente per sconfiggere l’illegalità serve ben altro.

lunedì 1 febbraio 2016

Visita di Rouhani in Italia, ad essere coperta è stata...l'informazione

La recente visita del capo di Stato iraniano, Hassan Rouhani, a Roma si può considerare un evento storico.
Dal 1979, ossia, da 37 anni, da quando ci fu la rivoluzione che spodestò lo Scià -dittatore sanguinario che andò al potere con un colpo di Stato, appoggiato dagli Stati Uniti- i rapporti tra l’Iran degli Ayatollah e i paesi Occidentali sono stati sempre molto tesi e lo Stato mediorientale ha dovuto subire numerose sanzioni, soprattutto da parte degli USA, ma anche dell’UE.

I motivi degni di attenzione in relazione a questa visita sono diversi.
Intanto per i risvolti economici: si parla di accordi economici tra l’Italia e l’Iran per un valore di 17 miliardi di euro (cifra considerevole) e sarebbe da capire come ciò potrebbe influire in futuro sulla nostra economia.

Poi, per i mutamenti politici e geo-strategici: l’apertura di rapporti tra l’Italia (e la Francia) e l’Iran andrà di sicuro a modificare gli equilibri internazionali, soprattutto in una regione delicata come il Medio Oriente.
Infatti, l’Arabia Saudita e Israele –che finora hanno goduto di ottime e privilegiate relazioni con l’Occidente- sono furibonde per ciò.
Cosa cambierà in relazione alle guerre e al terrorismo?

Sempre in relazione ai mutamenti geo-politici, tale visita potrebbe ridare all’Italia un ruolo chiave –che aveva in passato e che poi ha perso- nelle relazioni tra l’Europa e il Medio Oriente, tenuto conto anche della sua collocazione geografica.

Poi, ancora, in relazione alla tematica dei diritti civili: non dimentichiamoci che anche l’Iran (come l’Arabia Saudita e Israele) è uno stato confessionale, che reprime anch’esso, e a volte brutalmente, diversi comportamenti da noi considerati legittimi.

 

Insomma, di argomenti importanti da affrontare in relazione alla visita del capo di Stato Rouhani ce n’erano più che a sufficienza.
E invece niente di tutto ciò!
Il 99% degli italiani (e non solo) ricorderà questa visita solo per un motivo: la questione delle statue coperte. Ossia, per un fatto del tutto marginale, se non insignificante.

Purtroppo, anche se molta gente ci scherza sopra, questo fatto è, a mio avviso, molto grave. Ossia, il fatto che i mass-media siano riusciti -e con enorme successo- a deviare l'attenzione di quasi tutta l’opinione pubblica su un episodio insignificante, dimostra l’immenso potere detenuto da parte di chi controlla il sistema mediatico. Nonché la sua enorme abilità nel manipolare la percezione di grandissima parte della popolazione.
A maggior ragione perché non vi sono dubbi sul fatto che tale iniziativa (cioè, quella di coprire le statue) è stata presa in modo del tutto arbitrario e discrezionale da parte di qualche responsabile italiano (non è dato nemmeno sapere chi) e senza che la delegazione iraniana ne fosse al corrente.

Dubito che tale scelta sia stata dovuta ad un semplice errore di leggerezza e/o di eccessivo servilismo, come s’è poi voluto farla passare. L’Iran, infatti, ha potenti nemici (come già detto, Arabia Saudita, Israele e almeno una buona parte delle lobbies statunitensi).
L'obbiettivo di tale misura -e soprattutto dello scandalo mediatico che ha suscitato- è quello di far passare il governo iraniano, e gli islamici in genere, come persone intolleranti, fanatiche, prepotenti e assurde.
Ossia, un obbiettivo perfettamente in linea con le campagne mediatiche che imperversano soprattutto in Occidente, a partire quantomeno  dall'attentato alle Torri Gemelle del 2001, e che sono riuscite a convincere la stragrande maggioranza dei popoli euro-americani che i mussulmani sono tutti -appunto- violenti, rozzi, fanatici, terroristi, intolleranti e prepotenti (un po’ come i turchi di una volta, a cui venivano attribuite le peggiori nefandezze umane).

Il senso comune della gente purtroppo recepisce queste campagne mediatiche e spaccia gli stereotipi e i pregiudizi come verità, addirittura come evidenza.
E stereotipi e pregiudizi sono parte costituente dell’ignoranza.
E l’ignoranza del popolo è, da sempre, l’arma più potente ed efficace che ha la classe dominante e sfruttatrice per sottomettere e controllare i popoli.

mercoledì 20 gennaio 2016

i problemi degli italiani e la mancata unità della sinistra

Da quando il Partito Democratico è finito in mano a Renzi e ha subito un ulteriore (l’ennesimo) spostamento verso destra, ossia, su posizioni ancora più in difesa degli interessi del grande capitale finanziario (multinazionali, banche) euro-americano, della Banca Centrale Europea e della NATO, s’è finalmente –con un po’ di ritardo, a dire il vero- innescato un meccanismo di fuoriuscita da questo partito di pezzi significativi e importanti, come Cofferati, Fassina e Civati.

Ciò ha contribuito –assieme ad altri fattori- a spingere gran parte di ciò che è rimasto della sinistra italiana ad una riflessione e ridefinizione di sé stessa, tentando anche di superare, per quanto sia possibile, le vecchie divisioni.
Anche perché la concorrenza della Lega di Salvini e del Movimento 5 Stelle è fortissima e il rischio è che il già vastissimo bacino elettorale che queste due forze –soprattutto il M5S- hanno risucchiato alla sinistra negli ultimi anni, si allarghi ancora di più (oppure che cresca ulteriormente l’astensionismo).

Eppure, nonostante tanti buoni propositi, anche questa volta il tavolo delle trattative tra le varie forze/soggetti di sinistra s’è rotto (Sinistra Italiana da questo punto di vista si limita ad essere un fenomeno praticamente solo parlamentare/istituzionale).
Perché?
Formalmente ciò è accaduto perché Rifondazione Comunista non ha accettato la richiesta di sciogliersi come partito.
Ma in realtà tale richiesta, peraltro assurda e incomprensibile, nasconde il rifiuto a discutere sulle questioni veramente dirimenti, a cominciare dal rapporto col PD. Soprattutto la componente istituzionale di Sinistra Ecologia e Libertà non ha intenzione di rompere col PD e di rimettere in discussione la sua permanenza in numerose giunte locali assieme a tale partito.

Ma dietro tale aspetto ce n’è un altro ancora più profondo –a mio avviso- e di cui ho trattato più volte in diversi articoli sul blog: la perdita di significato che il concetto (politico) di “sinistra” ha subito in Italia negli ultimi decenni.
Ossia, che una politica di sinistra debba sostanzialmente difendere gli interessi dei ceti popolari e dei lavoratori A DISCAPITO di quelli delle grandi lobbies economiche (politiche, militari, ecc.) è chiaro in quasi tutto il mondo. Ma non nell’Italia di oggi.
Dunque, una politica che sia veramente di sinistra è incompatibile con le misure neoliberiste e di austerity a cui ci costringe l’Europa, nonché con quelle guerrafondaie ed interventiste imposte soprattutto dagli USA.

Ora, la ricostruzione di una sinistra che si possa veramente considerare tale richiede oggi in modo imprescindibile quantomeno una discussione ed un confronto su queste tematiche.
Anche perché in Italia la situazione economico-lavorativa è devastante e peggiora sempre più (checché ne dicano le dichiarazioni, ridicole quanto propagandistiche, del nostro presidente del consiglio).
E il malessere sociale e il malcontento sono in continua crescita. Ed è a tutto questo che va data una risposta, altroché “Rifondazione si deve sciogliere”.

Anzi, dirò di più: alla luce della dura sconfitta che ha subito l’estate scorsa il pur generoso tentativo del Governo Tsipras di contenere le pesanti richieste di tagli da parte della BCE e di risparmiare al popolo greco un ulteriore misura di massacro sociale (dopo quelle già pesantissime degli anni precedenti), andrebbe messa all’ordine del giorno un’altra questione, quella dell’euro.
L’introduzione di questa valuta lungi dal realizzare una maggior integrazione economica, politica e culturale tra i popoli europei, ha prodotto, viceversa, maggiori diseguaglianze, aumento degli squilibri e maggior diffidenza e lontananza tra essi. Oltre ad un generale impoverimento di un po’ tutti.

Pur rimanendo convinto che il mero ritorno alle valute nazionali –come agitato demagogicamente dalle forze politiche conservatrici- non basterebbe di certo a risolvere molti problemi, è importante tuttavia, ragionare su come un governo (progressista) possa riassumere il controllo della propria moneta, condizione indispensabile per qualsiasi politica di rilancio economico, dell’occupazione e di benessere sociale.
Tutto ciò è di fatto impossibile con una moneta controllata dalla BCE, la quale ha, come s’è visto, una potentissima leva di ricatto per imporre a tutti i paesi le sue politiche, a prescindere dai governi e dai parlamenti eletti dai popoli e perfino –Grecia docet- dai referendum.

Ritornando alla sinistra italiana, se si vuole ricostruire e unire una forza veramente di sinistra, occorre discutere di questi temi, quindi del malessere sociale, della disoccupazione, del precariato, delle pensioni, scuola, sanità, ecc. Serve capire come venire incontro alla crescente sofferenza dei ceti popolari. E per far ciò bisogna sbarazzarsi di tutto l’impianto liberista. A cominciare dal PD, che ne è il cardine.
Il resto sono chiacchiere o becero politicismo e tatticismo.

lunedì 11 gennaio 2016

scontro tra differenti etnie/culture? E allora andiamo in fondo (e affondo)

Le rievocazioni dell’attentato del gennaio scorso alla rivista satirica “Charlie Hebdo” e ciò che è accaduto a capodanno a Colonia (che sa tanto di organizzato, ma da chi e per quale motivo?) faranno uscire di nuovo fuori –non fatico ad immaginarmelo- tutta la retorica dello scontro tra culture, ossia, tra noi bravi occidentali “crisitani”, “democratici”, “tolleranti” e i cattivi islamici, “fanatici”, “violenti”, “intolleranti”.

E da più parti sento o leggo del rifiuto, da parte di molti italiani o europei, a subire una "contaminazione" da parte delle culture degli immigrati, ed in particolare delle popolazioni islamiche.
La nostra cultura, la nostra religione, le nostre usanze e tradizioni sarebbero quelle europeo-occidentali-cristiane, e lontanissime -secondo loro- da quelle degli arabi (o di chi altro) e non ne devono essere influenzate.
Bisogna conservare la nostra cultura, la nostra religione, le nostre tradizioni!

Prendo molto sul serio queste affermazioni.
E siccome le prendo sul serio, mi aspetto un comportamento adeguato e soprattutto COERENTE.

Tanto per cominciare, d’ora in poi tutti gli italiani dovranno smettere di bere caffè (la vedo dura...)!
Il caffè, infatti, ci è stato storicamente portato dagli arabi (lo stesso termine "caffè" deriva dall'arabo).
Allo stesso modo, non dovremo più mangiare arance (e agrumi in genere), albicocche, e altra frutta, che è arrivata in Europa, portata dagli arabi. Ovviamente nemmeno i datteri.
Inoltre saranno da eliminare anche diverse spezie dalla nostra alimentazione. Di kebab nemmeno a parlarne.

Naturalmente le vacanze a Marrakesh, a Gerba o a Sharm el Sheik ve le potete scordare.

Dovremo poi, se vogliamo mantenere le nostre tradizioni, eliminare l'alcool. Alcool che in passato ci ha aiutato a curarci da tante malattie ed infezioni e a salvare numerose vite umane.
Ma ce l'hanno pur sempre portato gli arabi.
Gli alcolizzati potranno continuare a bere vino e birra. Anche se a dire il vero pure queste due bevande sarebbero nate nel Medio Oriente.

Ma fin qui la cosa è ancora fattibile.
Più complicato diventerà quando bisognerà eliminare i numeri arabi e ritornare a quelli romani (sempre che Salvini e i leghisti al nord non rifiutino pure questi).
Al posto di 2784 + 6398= 9182, infatti, occorrerà scrivere MMDCCLXXXIV + MMMMMMCCCXCVIII = MMMMMMMMMCLXXXII.
Dal momento, poi, che non potremo più utilizzare l'algebra (altro portato degli arabi), numerosi calcoli ingegneristici (e quant'altro) diventeranno impossibili.
E quindi dovremo rinunciare anche alla stessa informatica.

Va bè, ritorneremo a vivere come nel Medioevo, ma almeno manteniamo le nostre tradizioni occidentali e soprattutto la nostra religione cristiana.
Il cristianesimo infatti è occident...uhm, oddio....veramente è sorto in Palestina....ossia, nel Medio Oriente....uhm...
Niente da fare: dovremo cancellare anche il Cristianesimo e tornare a venerare Giove, Saturno, Minerva, Nettuno, Venere...

lunedì 14 dicembre 2015

Le Pen...e della sinistra. Francese e non solo

Quando si parla di “sinistra” in Italia oggi occorre sempre fare una premessa, visto lo stravolgimento che ha subito il significato di questo concetto negli ultimi decenni in diversi paesi europei e in modo particolare proprio nel Bel Paese.

Per “sinistra” –nel suo concetto politico originario e tuttora valido in quasi tutto il mondo, tranne che da noi- si intendono quelle politiche in difesa dei lavoratori (e, più in generale, dei ceti popolari) dalla grande borghesia.

Ossia, la sinistra è quella che ci dovrebbe difendere dagli attacchi di quella classe dirigente, oggi concentrata soprattutto nelle grandi banche e nelle multinazionali (o transnazionali), cioè nel grande capitale finanziario. Che è quella che in definitiva ha il potere maggiore e che domina la politica, come s’è visto in modo molto evidente l’estate scorsa con le vicende relative alla Grecia.

 
E ciò che è accaduto ora in Francia con le ultime elezioni, in cui il Front National di Marine Le Pen si è ritrovato ad essere il primo partito, ha molto a che fare con questi discorsi.

Infatti, il governo del “socialista” (altro termine completamente stravolto) Francois Hollande ha fatto l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere in teoria una politica di sinistra.

 
In sostanziale continuità con Sarkozy, Hollande ha mantenuto intatte le politiche liberiste, dettate oggi soprattutto dall’UE e dalla BCE.

E quindi, ad esempio, nulla ha fatto per contrastare le dinamiche che stanno indebolendo e disgregando il tessuto produttivo d’oltralpe (cosa che accade anche da noi in Italia), grazie alle delocalizzazioni e alla conseguente de-industrializzazione, oltre che alla crisi economica (la quale potrebbe essere efficacemente contrastata da altre politiche economiche, che però nell’Europa di oggi sono tabù).

 
Tutto ciò si ripercuote nella società francese con la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, aumento della disoccupazione, della precarietà e in generale con il peggioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari.

Tali dinamiche sono poi ulteriormente amplificate dalla forte immigrazione (anche di italiani) in quel paese, fattore che oggettivamente produce una concorrenza tra lavoratori “autoctoni” e “stranieri”.

 
Hollande –come Sarkozy- ha inoltre portato avanti una politica guerrafondaia, intervenendo militarmente in diversi scenari, soprattutto nel Mali (Africa Centrale) e recentemente anche in Siria, in risposta ai recenti attentati (chissà, forse fatti apposta) a Parigi.

 
La politica del “socialista” Hollande, dunque, è stata a tutti gli effetti una politica di destra, inteso come difesa degli interessi dei grandi potentati economici.

 
Oggi come oggi i ceti popolari francesi –come quelli italiani- vivono in un clima di crescente insicurezza: dalla paura di perdere il posto di lavoro (per chi ce l’ha), alla paura di non trovarne uno, o quantomeno uno decente e non precario (per i disoccupati), e in generale dal timore di perdere sempre più quel relativo benessere di cui avevano goduto dal dopoguerra ad oggi.

A ciò si vanno ad aggiungere gli attentati terroristici e il clima di islamo-fobia (così ben alimentato dalle distorsioni mass-mediatiche), se non proprio di xenofobia, che si sta diffondendo.

 
Tutto questo mix di incertezze, unite alla mancanza, o debolezza, della vera sinistra –che in Francia è rappresentata ormai dal solo Front de Gauche- hanno prodotto un cocktail micidiale, che elettoralmente si traduce da una parte nell’aumento dell’astensionismo e, dall’altra, nel recente risultato del FN.

 
Il sentimento anti-europeo (e, mi pare, sempre più anche anti-NATO) di per sé è positivo, se consideriamo il fatto che l’Unione Europea (e soprattutto l’euro) è stata plasmata per seguire gli interessi del capitale finanziario e a danno dei lavoratori e delle popolazioni. E quindi questi ultimi se ne stanno chiaramente rendendo conto.

 
Il problema è che questi giusti sentimenti vengono strumentalizzati dalle varie forze di destra o qualunquiste, le quali non hanno –e non possono avere- un vero e proprio progetto di trasformazione sociale in senso progressista, ma si limitano ad una generica difesa nazionalistica (in un mondo che si sta globalizzando), arrivando in alcuni casi ad incitare alla guerra fra poveri (che ai ricchi fa tanto comodo). Oppur, come nel caso del M5S, ad un “governo degli onesti”, che suona tanto bene, ma è poco chiaro e lascia spazio a mille interpretazioni (per quanto riguarda le scelte politiche). Anche perché la critica ai “politici disonesti” è superficiale e non va a sviscerare a fondo il problema centrale dei rapporti economici e di classe.

 
La lotta contro le politiche liberiste (di cui l’UE e la BCE sono capisaldi) è e deve ridiventare patrimonio della vera sinistra, quella che difende i lavoratori e i ceti popolari.

E, allo stesso modo, la lotta per uscire fuori dalla NATO e dalle politiche guerrafondaie, che sono proprio quelle che in questi anni hanno alimentato il terrorismo (piuttosto che combatterlo, vedi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria).

mercoledì 9 dicembre 2015

Venezuela. La sconfitta dei bolivariani e il ricatto economico.

Il nefasto risultato delle elezioni legislative venezuelane del 6 dicembre, in cui –per la prima volta da oltre 15 anni di rivoluzione bolivariana- ha vinto l’opposizione conservatrice, legata alle oligarchie economiche e soprattutto agli Stati Uniti e alle sue multinazionali, merita sicuramente una piccola riflessione.

Per chi non lo sapesse, intanto, ricordo che nel Venezuela dal 1999 c’è stato un governo che aveva rotto con la tradizione dei precedenti governi, i quali avevano sempre operato per sostenere gli interessi economico-politici degli USA (in piena ottica da “cortile di casa”), oltre che della locale elìte, a danno di un popolo, tenuto da sempre nella povertà, nell’emarginazione, nell’ignoranza e in gran parte confinato a vivere nelle malsane baraccopoli.

Nel ’99 ci fu la svolta: i governi “bolivariani”, capeggiati dalla ormai mitica figura di Hugo Chàvez (morto poco meno di 3 anni fa, quasi sicuramente per avvelenamento), per la prima volta –sfidando gli Stati Uniti- hanno utilizzato i proventi del petrolio, di cui il Venezuela è ricco, non per continuare ad arricchire i soliti noti, bensì per programmi sociali, finalizzati a portare istruzione, sanità, lavoro e servizi sociali, e per politiche abitative in favore dei baraccati.
Va ricordato che, proprio per questo motivo, gli USA hanno tentato in tutti i modi di sabotare tale processo, anche con un tentativo (fallito) di Colpo di Stato, nel 2002.
Morto Chàvez, a dirigere la rivoluzione bolivariana è rimasto Nicolàs Maduro, figura, certo, molto meno carismatica del primo.

Ora, con la maggioranza filo-USA e filo-oligarchia finanziaria, tale processo di grande avanzamento e conquiste popolari sembra destinato quantomeno ad una battuta d’arresto, se non arretramento (anche se il presidente del Venezuela rimane, però, per il momento sempre Maduro).

Ma perché è potuto accadere questo?
Lungi da me un’analisi dettagliata, che richiederebbe sicuramente ben altri tempi e spazi. Mi limito semplicemente a focalizzare un elemento, che è stato di sicuro determinante e centrale in questa sconfitta: il tremendo attacco economico che il Venezuela ha subito ad opera degli Stati Uniti.
In modo particolare, la politica di abbassamento del prezzo del petrolio –portata avanti principalmente per piegare la Russia, ma con scarso successo- è stata particolarmente disastrosa per un paese come il Venezuela, che campava su questa ricchezza.
E ciò s’è andato ad aggiungere ad altri interventi, come il massiccio finanziamento (sempre da parte USA) alle forze politiche dell’opposizione. E ad altri problemi, tra cui, certo, anche errori del PSUV (il partito protagonista della “rivoluzione bolivariana”).

Possiamo forse intravedere per certi aspetti un’analogia con le vicende greche di quest’estate: fatte le dovute differenze –e sono tante- fra i due casi, i grandi poteri finanziari sono riusciti a piegare quest’estate il Governo Tsipras e ora quello bolivariano, utilizzando un meccanismo simile: il ricatto economico.
 

Questa osservazione ci dovrebbe portare –molto sinteticamente- a due conclusioni.
La prima è che ad una forza rivoluzionaria (o anche semplicemente progressista nell’Europa di oggi) non basta andare al governo, per poter cambiare radicalmente le politiche liberiste.
Occorre necessariamente poter incidere sui meccanismi economici, quindi bisogna aver potere sulle leve economico-finanziarie del paese, altrimenti il ricatto economico finirà inevitabilmente per snaturare o sconfiggere le politiche progressiste.
Certo, ciò verrebbe subito tacciato di “totalitarismo”, ma evidentemente il “totalitarismo” già esiste oggi, se è vero –e lo stiamo amaramente constatando- che una forza politica che vince le elezioni e va a governare, è poi impossibilitata a procedere a causa dei ricatti economici dell’elite finanziaria.

La seconda è che agire a livello nazionale, almeno in un paese di piccole o medie dimensioni, non è sufficiente per poter scardinare meccanismi che sono quantomeno continentali. E questo l’abbiamo visto soprattutto quest’estate in Grecia, dove un governo che ha provato a sfidare i potentati bancari europei, s’è ritrovato isolato e quindi a dover cedere di fronte alla Banca Europea.

In America Latina per la verità il Venezuela non è proprio isolato, dato che le tendenze progressiste degli ultimi 10-15 anni hanno coinvolto –in modo diverso- diversi paesi importanti (Brasile, Argentina, Ecuador, Bolivia, Uruguay). E si sono creati e sviluppati importanti organismi economici ultranazionali (Alba, Mercosur) volti a rafforzare i legami tra i paesi dell’America Latina.
Ma una vera e propria integrazione del continente è ancora lontana (la stessa Argentina ha recentemente visto la sconfitta elettorale della Kirchner e il ritorno al potere dell’oligarchia filo-americana).

Ma intanto, nel silenzio mediatico, altre situazioni stanno cambiando. Pochissimi sanno che nel Burkina Faso (in Africa Centrale, per chi non lo sapesse) è forse in atto una seconda rivoluzione, dopo quella degli anni 80 di Thomas Sankara, repressa a suo tempo dai francesi. Forse. Ma la situazione è da seguire.

lunedì 2 novembre 2015

Marino, un eroe borghese. Molto, molto borghese!

Se l’ormai ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, quando venne eletto, avesse avuto nel suo programma quello di far discutere di sé, bisogna proprio dire che ci è riuscito alla perfezione.
Mai sindaco di Roma è stato così “chiacchierato” come lui. E in soli due anni di governo.

Marino è stato capace come forse nessuno di dividere il campo in sostenitori e iper-critici.
Però, come accade spesso nella politica italiana degli ultimi decenni, molti dei giudizi –positivi o negativi che siano- sono strumentali e dettati da interessi o quantomeno da superficialità.
Si è arrivati al punto che all’(ex) sindaco sono state attribuite le responsabilità di tanti mali che la capitale si porta appresso da decenni.

La mia, non vuole certo essere una difesa di Marino.
Ma, arrivati a questo punto, sarebbe il caso di elencare (molto sommariamente) pregi e difetti dei suoi due anni da sindaco di Roma.

Pregi:

Ignazio Marino è stato –da 20 anni a questa parte- sicuramente il primo sindaco ad aver provato a contrastare una serie di lobbies affaristiche (se non criminali) che governano di fatto Roma da tempo.
Non dimentichiamoci che gli ultimi sindaci (Rutelli e Veltroni) erano stati complici di un sistema di gestione corrotto e fraudolento di servizi pubblici, noto ormai come “Mafia-capitale” (Buzzi, Carminati, Oldevaine, ma anche palazzinari, come Parnasi, ecc.). Con Alemanno, poi, tale sistema di malgoverno era arrivato a toccare vette altissime, come dimostra Parentopoli e magagne varie (tra le quali la libertà per il consorzio Metro C di continuare a chiedere ed ottenere finanziamenti, senza alcun vincolo temporale per i lavori).

Numerosi sono stati gli interventi di Marino volti a contrastare gran parte di questo malaffare. Tutto il linciaggio mass-mediatico a cui è stato sottoposto il sindaco-chirurgo è scaturito proprio da ciò. Ossia, dall’aver calpestato i piedi alle lobbies affaristico-mafiose (non ci dimentichiamo che il quotidiano romano per eccellenza, Il Messaggero, appartiene a Caltagirone).
Sotto questo punto di vista, Marino è da considerarsi una figura se non eroica, quantomeno coraggiosa. E gliene va dato merito.

Difetti:

Personalmente credo poco alla retorica dell’eroismo, a maggior ragione quando si gestisce una città come Roma, molto eterogenea per condizioni economiche, sociali, lavorative ed etniche, e con una popolazione di oltre 3 milioni (se consideriamo anche i pendolari che vi lavorano, gli studenti fuorisede e altri non residenti).

Quindi –sinteticamente- se uno contrasta delle lobbies, deve per forza di cose appoggiarsi ad altri settori sociali ed economici.
A chi si è appoggiato Marino?
Non è chiaro esattamente quali sono stati i gruppi di potere che l’hanno sostenuto, ma posso dire con sicurezza a chi Marino NON s’è assolutamente appoggiato, anzi ha combattuto (assieme alle lobbies affaristiche): i lavoratori, i ceti popolari, gli abitanti delle periferie degradate.

Numerosi sono stati i tagli ai servizi fondamentali, al salario di migliaia di lavoratori. Le assunzioni sono state bloccate, mentre diversi servizi indispensabili (tipo il trasporto pubblico), soffrono di una carenza di personale spaventosa.
Per non parlare della vergognosa uscita di Marino contro i lavoratori del Colosseo, “colpevoli” di aver voluto fare un’assemblea (diritto basilare; e comunque regolarmente annunciata con giorni d’anticipo).

Allo stesso modo, il sindaco, proseguendo la politica dei suoi predecessori, ha trascurato le periferie –ossia, i quartieri dove abitano soprattutto i ceti popolari- e s’è preoccupato soltanto di abbellire la vetrina del centro storico.

Conclusione:

Nonostante tutta la canea che è stata fatta intorno a Marino, su un punto egli è stato in perfetta continuità con i sindaci che l’hanno preceduto: nell’essere stato un sindaco borghese e nel rappresentare gli interessi generali di quella classe sociale.
Le complicazioni nascono dal fatto che però la borghesia è tutt’altro che un blocco unito. Essa si divide, intanto, in piccola, media e grande borghesia. E vi sono feroci conflitti di interesse non solo fra questi tre spezzoni di borghesia, ma anche all’interno di ciascuno di questi settori.
E questo spiega tutte le polemiche e i contrasti che ci sono stati intorno alla Giunta Marino.

Sono lontani i tempi in cui Luigi Petroselli poteva governare Roma, facendo anche gli interessi dei ceti popolari (e risanando molte borgate dall’emarginazione e dalla criminalità). E senza far pagare il costo ai lavoratori.
Certo, era bravo lui, ma era soprattutto il contesto politico-sociale ad essere diverso: allora c’era il PCI, i lavoratori erano molto più organizzati e combattivi e facevano valere i loro interessi.
Quanti passi indietro abbiamo fatto in Italia da allora…