mercoledì 18 giugno 2014

Berlinguer, al di là del mito

 
La prima domanda che viene in mente quando si pensa ad Enrico Berlinguer è: perché la sua figura è diventata oggi un mito per tanta gente di sinistra (e non solo)?

Vedo essenzialmente 3 motivi:
il primo è che durante la sua segreteria il PCI riuscì ad ottenere il record storico dei voti, alle elezioni politiche del 1976 (ma non il record degli iscritti, risalente al periodo togliattiano).
Il secondo motivo è che dopo di lui i comunisti e la sinistra hanno avuto come dirigenti figure assai mediocri. E’ chiaro che al confronto di personaggi quali Natta, Occhetto, D’Alema, Veltroni, Cossutta, Bertinotti, Vendola, ecc. Berlinguer appare veramente come un gigante (ma il discorso cambia se lo si paragona a Gramsci, Togliatti o a Longo, personaggi di statura, secondo me, maggiore).
Il terzo motivo è quello relativo alla questione morale, ossia, alla sua denuncia della deriva morale dei partiti, sempre più tendenti verso macchine di potere corrotte. Una denuncia importante e tempistica (oltre 10 anni prima di “Mani Pulite”), che Berlinguer avrebbe dovuto, però, ricollegarla in modo chiaro alle dinamiche del capitalismo e a come questo s’è sviluppato in Italia.

 
Fin qui il mito.
Una valutazione di Enrico Berlinguer più “concreta” richiede ben altre considerazioni (che, certo, in un articolo breve come questo non possono che essere trattate in modo schematico e semplicistico).

Intanto ci sarebbe da dire che una figura come Berlinguer deve essere necessariamente considerata sotto diversi aspetti: sotto l’aspetto morale, politico e ideologico.
Per l’aspetto morale va detto che sulla rettitudine di Berlinguer non ci piove. Un personaggio di un’onestà, una correttezza, una serietà oggi quasi inimmaginabili (Beppe Grillo, il grande “fustigatore di costumi” dei tempi nostri non possiede neanche un millesimo della serietà che aveva il segretario del PCI; ma lo stesso discorso vale anche per Renzi).

Indubbiamente Enrico Berlinguer è stato anche una grandissima mente politica. Una persona dotata di notevole intuito e anche non poco coraggiosa.
Intuì in anticipo la crisi a cui stavano andando incontro l’URSS e i paesi del Patto di Varsavia. Riuscì ad essere fortemente innovativo e a tentare strade nuove -magari non sempre azzeccatissime- in modo coraggioso e senza cullarsi nell’esistente.

Sulle enormi qualità di Berlinguer si potrebbe ancora parlare a lungo.
Ma una valutazione che tenga conto di tutti gli aspetti non può non tenere presente anche i limiti e gli errori commessi dal comunista sardo.

Il più forte limite di Berlinguer era –a mio avviso- di tipo teorico-ideologico (un aspetto, quest’ultimo, in genere sottovalutato, ma molto più “concreto” di quanto comunemente si immagini).
L’allora segretario del PCI aveva –per quanto si possa cogliere- una visione troppo incentrata sugli aspetti strettamente politici, mettendo in secondo piano le dinamiche sociali e di classe.

Ciò emerge intanto dal TIPO di critica che egli esercitò nei confronti dell’Unione Sovietica. Intendiamoci: di motivi per criticare l'URSS ce n'erano a bizzeffe, solo che invece di tentare di mettere in luce –da buon marxista- le contraddizioni socio-economiche di quel paese, si limitò a denunciarne il carattere autoritario e antidemocratico.
Ma ancora di più si nota nella sua concezione del Compromesso Storico, visto essenzialmente come un accordo politico. Berlinguer probabilmente riteneva che una volta ottenuto il consenso dell’allora segretario della Democrazia Cristiana (Aldo Moro) e del Presidente degli Stati Uniti (Jimmy Carter) il grosso era fatto. Purtroppo i fatti successivi (uccisione di Aldo Moro, Preambolo della DC) hanno brutalmente dimostrato che non era così. E che il vero potere –in una società capitalistica- è lungi dall’identificarsi col potere politico formale (come non si stancava di ripetere Marx).

Connessa al tentativo di realizzare il Compromesso Storico è la nota decisione di accettare “l’ombrello della NATO”. Decisione secondo me discutibile: la NATO era ed è tutt’altro che un “ombrello”, bensì una macchina da guerra. E infatti, il PCI ha accettato la NATO, ma la NATO per tutta risposta ha continuato a non accettare il PCI.

Ma la domanda più grande che mi pongo è un’altra: premesso che l’accettazione della NATO da parte di Berlinguer era subordinata alla realizzazione del Compromesso storico, per quale motivo, una volta divenuto fin troppo esplicito il rifiuto di questo da parte della DC (e degli USA), il PCI non ha pensato di rivedere tale accettazione? Forse la decisione di accettare la NATO non era di natura tattica ma strategica?
Certo, tali questioni sono da vedere nel quadro delle relazioni internazionali, in cui il PCI aveva rotto con i paesi del patto di Varsavia (URSS in testa) e in cui si rivelò un fallimento l’effimera esperienza dell’Eurocomunismo, per cui il partito rischiava di ritrovarsi isolato.
Ma allora esistevano anche i paesi non allineati. Possibile che l’unico orizzonte fosse solo l’Occidente e i relativi partiti socialdemocratici?

Un’altra questione riguarda il rapporto tra il PCI e i movimenti giovanili del 68 e dintorni. Enrico Berlinguer, a differenza di Longo (il quale, però ebbe problemi di salute e non poté seguire bene gli eventi) rimase sempre restìo ad instaurare buoni rapporti col movimento del ’68. Perché?
Un rapporto proficuo con quei movimenti avrebbe da una parte arricchito il PCI e dall’altra avrebbe evitato, almeno in parte, il prodursi di certe fratture e le relative derive estremistiche, emerse soprattutto nella seconda metà degli anni settanta.

A giustificazione dell'operato di Berlinguer c’è tuttavia da considerare che la situazione politica italiana soffriva in quegli anni di un vero e proprio blocco: la Guerra Fredda e la condizione di sovranità limitata in cui versava –di fatto- il Bel Paese, impedivano al PCI di andare al governo, anche se avesse preso la maggioranza dei voti (gli americani erano già pronti a fare un colpo di Stato nell’eventualità).
Berlinguer fece un tentativo, molto coraggioso –egli rischiò anche la pelle- di sbloccare tale situazione. E non potendo fare troppe forzature, tentò una strada “morbida” e conciliante.
Ma non gli riuscì: il capitalismo e la borghesia sono per loro natura rapaci e poco disposti a conciliare.

martedì 10 giugno 2014

l'enorme differenza tra essere informati, e avere una coscienza politica

Partiamo da un presupposto del tutto irrealistico: supponiamo, per assurdo, che tutte le informazioni che ci giungono dai mass-media o dalle varie forze politiche siano attendibili ed imparziali.

Quindi, diamo per buono che tutti i paesi che gli Stati Uniti intendono attaccare (spingendoci a farlo anche noi) siano, guarda caso, tutti governati da feroci dittatori (o, come si dice, dei “novelli Hitler”). Diamo per buono che in Italia tutto funzionerebbe ottimamente, se non ci fossero gli unici problemi del paese, ossia, il debito pubblico, gli immigrati, l’eccessivo statalismo, il costo del lavoro troppo alto e poco flessibile, l’INPS sempre in rosso… E diamo per buono che tutti gli esponenti della forza politica XY siano bravi e onesti, mentre tutti gli altri siano inevitabilmente ladri, corrotti, quando non mafiosi.
Diamo, ancora, per buono che il Papa, il clero cattolico e tutti i militanti delle relative associazioni siano tutte persone squisite, sempre sorridenti, generose, umili, piene di amore verso il prossimo (banchieri dello IOR e preti pedofili compresi, naturalmente) e che si prodigano tutti i santi (è il caso di dirlo) giorni per aiutare i poveri e i bisognosi, mentre chi crede in altre confessioni lo sia molto di meno, e in modo particolare i musulmani, i quali, viceversa, sono brutti, prepotenti, rozzi, antipatici, violenti, mezzi terroristi, invasati di odio e la cui unica ossessione è quella di costringere noi occidentali a convertirci all’islam, o in alternativa ad ucciderci senza pietà.
E diamo per buono che….no, vabbè, può bastare.

Nella società moderna siamo letteralmente bombardati da centinaia, se non migliaia, di notizie: dall’ultimo flirt dell’attrice x, alla colazione del principe y, al neonato figlio del calciatore z, all’attentato terroristico nel Bahrein.
In teoria dovremmo avere tutti, a causa di ciò, un elevatissimo livello di consapevolezza sulla nostra società, sul mondo in cui viviamo, il che dovrebbe tradursi in una buona coscienza politica diffusa (palesata dal crescente astensionismo elettorale).

Ironia a parte, per ottenere un livello di coscienza politica adeguata il problema non è la quantità delle informazioni, ma IL MODO COME VENGONO ORDINATE ED INTERPRETATE.

Il primissimo passaggio per interpretare le notizie è quello, intanto, di ordinarle per importanza. Potrebbe sembrare una banale questione di buon senso, ma molto spesso non è così. Anzi, a volte serve un elevato livello di professionalità e di esperienza in un campo per distinguere un’informazione significativa, da un’altra che appare tale, ma non lo è.
Un secondo passaggio importante è quello di capire qual è la fonte delle notizie (sarebbe anche da verificarne l’attendibilità, ma ovviamente non è un lavoro alla portata di tutti; ma già tenere ben presente la fonte, può essere intanto un passaggio utile).

Dopodiché si passa alla decifrazione vera e propria. Ottenere migliaia e migliaia di notizie, se poi non sappiamo come interpretarle, serve a ben poco, o potrebbe essere addirittura fuorviante.
Mi viene in mente un esempio un po’ estremo (ma tutt’altro che infrequente!): due persone che abitano nella stessa casa, o nella stessa camera (mettiamo marito e moglie), i quali, dopo anni ed anni di frequentazione quotidiana –dalla quale hanno potuto trarne miriadi di informazioni sull’altra persona- scoprono alla fine di non conoscersi affatto e di essersi fatti un’opinione assai distorta dell’altra persona.
Ecco un esempio lampante di come a volte il bombardamento di notizie possa servire a ben poco, se poi non si sa come interpretarle. E se ciò può accadere e accade tra due conviventi, figuriamoci tra i cittadini e i personaggi politici (o i partiti)!

Le dinamiche sociali –e, di conseguenza quelle politiche- presentano un tale livello di complessità e di articolazione, che è estremamente difficile farsi un’opinione adeguata su una determinata politica, sulla base di semplici informazioni (anche supponendo che queste siano attendibili).
Una comprensione un minimo adeguata –e, quindi, un principio di coscienza politica- può darsi soltanto sulla base di una VISIONE COMPLESSIVA della società, quella che comunemente chiamiamo “ideologia”.
La vera e propria coscienza politica si ha nel momento in cui una persona diventa consapevole di far parte di un determinato settore sociale e di quali interessi questo settore esprime. A livello più generale, è la consapevolezza di far parte di una determinata classe sociale.

Non è certo col “bombardamento” di notizie sulla disonestà dei politici, che si crea una coscienza politica. Con tale metodo l’unico risultato è provocare indignazione, rancore, ma anche pregiudizi, e infine sfiducia. Oppure, la disponibilità da parte di numerose persone a seguire ciecamente qualunque leader carismatico che APPAIA più onesto o comunque migliore degli altri (che poi lo sia veramente è tutto da dimostrare).
Quando Marx, Lenin e Gramsci hanno elaborato le loro concezioni teoriche miravano proprio a realizzare una coscienza politica e di classe ai lavoratori, ai ceti popolari. Anche loro avrebbero potuto rivelare numerose notizie circa i politici disonesti, ma si sono ben guardati da simili banalità “grilline”: il loro obbiettivo era molto più nobile.

Un’ultima osservazione: stiamo molto attenti alle miriadi di “notizie” che circolano sul web, spesso con filmati dubbi. Molte di esse sono bufale e purtroppo il comportamento diffuso in tante persone è quello di condividere in modo meccanico tali “scoop”, senza domandarsi quanto ci possa essere di vero.

giovedì 29 maggio 2014

alcune considerazioni sui risultati delle elezioni

Forse la sto prendendo un po’ troppo “larga”, ma parlare di Europa senza prima inquadrare il continente all’interno delle recenti dinamiche mondiali è limitante.
La tendenza mondiale –molto sinteticamente- è la seguente: negli ultimi anni stanno sempre più emergendo i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) a livello economico, ma sempre più anche politico.
Gli Stati Uniti si trovano in grave difficoltà di fronte a tale ascesa e tentano quantomeno di legare a sé il più possibile i paesi europei, staccandoli soprattutto dalle relazioni con la Russia. Contro la quale gli USA stanno praticando una politica decisamente aggressiva, anche se in modo (neanche tanto) indiretto (vedi Libia, Siria e soprattutto Ucraina). Agli americani conviene, agli europei decisamente meno, dato che un deterioramento serio dei rapporti con la Russia, avrebbe ripercussioni economiche gravi per i paesi dell’UE (Italia compresa), già alle prese con una pesante crisi economica.

L’Europa, infatti, si trova, per la prima volta da secoli, in una fase di declino economico, politico, culturale e morale.
La crisi economica è da attribuire al meccanismo di funzionamento del capitalismo (vedi Marx). Il problema è che le scelte dell’Unione Europea –e in modo particolare dei paesi che hanno aderito all’euro- sono le peggiori che possano essere fatte in un contesto di crisi: riduzione del debito pubblico, attraverso pesanti tagli al salario, alle pensioni, alla sanità, ecc. (che naturalmente vanno ad incidere soprattutto, se non esclusivamente, sui lavoratori e sui ceti popolari). Così la crisi si alimenta e si aggrava come un circolo vizioso.
L’unico paese che ne sta uscendo economicamente bene è la Germania, e proprio grazie all’euro e alle politiche di cui sopra (fiscal compact). In pratica, sta facendo pagare la sua floridità ai paesi deboli (Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc.).

Detto ciò, il comportamento elettorale degli europei riflette nel complesso tale stato di crisi e di decadenza. Comportamento che si esprime in modi diversi e contraddittori: dalla sfiducia (astensionismo, che a livello europeo non è aumentato, ma rimane elevatissimo), alla contrarietà, o quantomeno allo scetticismo nei confronti dell’Europa, da intendersi non come rifiuto dell’Europa unita in sé, quanto come rigetto delle politiche economiche dominanti nel continente.
Il dissenso (o euroscetticismo) è in netta crescita dappertutto.
Curiosamente l’unico paese dove le forze centriste e filo-UE tengono è, guarda caso, la Germania, ossia, l’unico paese che dall’introduzione della moneta comune ci ha guadagnato. Ma persino lì l’euroscetticismo è in leggera crescita (sull’Italia ritornerò più avanti).
Per il resto avanzano in modo notevole i partiti in diversi modi critici verso l’UE e verso l’euro.

Il cosiddetto “euroscetticismo” (termine ovviamente riduttivo) presenta –semplificando- due facce: quella di destra, che magari parte da un atteggiamento critico anche legittimo, ma che sfocia sostanzialmente ad una reazione di tipo nazional-egoista (stile: pensiamo a salvarci noi, degli altri poco ci importa). Il successo di questa opzione è particolarmente netto in Francia, in Gran Bretagna, in Austria e anche altrove.
E poi c’è la crescita delle forze di sinistra (cosiddetta “radicale”; ossia, quella che difende i ceti popolari e non il capitale finanziario). Crescita molto consistente in Grecia (dove Syriza è addirittura il primo partito), in Portogallo, in Spagna e in Irlanda –i paesi più colpiti dalle misure di austerità imposte dall’Europa- ma anche nell’insospettabile Belgio, nella Repubblica Ceca e altrove.
Infatti il GUE/NGL passa da 35 a 49 deputati.

 

E veniamo all’Italia. Chi ha vinto?
Sicuramente l’astensionismo. Ossia, la sfiducia, la rassegnazione. Che implica, nella maggior parte dei casi, un’insoddisfazione di fondo.
Poi, contrariamente alle previsioni (anche mie), il M5S non ha sfondato. Ma il 20% rappresenta comunque un risultato notevole per una forza politica relativamente giovane (Beppe Grillo a parte) e che gestisce poco potere.
Non mi dilungo sui limiti di tale “movimento”, dato che ne ho già ampiamente trattato. Mi limito ad osservare che nella Parma di Pizzarotti il M5S ha ottenuto un risultato in linea con l’Emilia Romagna e con quello nazionale, segno che Pizzarotti non ha entusiasmato granché e che un conto è opporsi, urlare e criticare, un altro è governare.

Il 40% del PD di Renzi può essere considerato un risultato storico?
Direi proprio di no. In termini assoluti il PCI (e taccio sulla DC) riuscì ad ottenere nelle politiche del 1976 un milione e mezzo di votanti in più, laddove gli elettori erano 40 milioni, invece dei 49 milioni di oggi. Cioè, calcolando il consenso reale -ossia, sul totale degli elettori- quello del PCI del 1976 era del 31,2%, mentre quello del PD di Renzi è del 22,7%, quasi 10 punti in meno. A ciò andrebbe aggiunto il fatto che almeno ¾ di quei voti erano stabili, ossia il cosiddetto “zoccolo duro”. Quanti dei voti ottenuti dal PD di oggi si possono considerare tali?
Il fatto è che Renzi è arrivato da pochi mesi e difficilmente l’elettorato è in grado di dare un giudizio adeguato. Finora l’indubbio consenso dell’ex sindaco di Firenze è stato dovuto soprattutto ad aspetti esteriori e propagandistici (giovane, dinamico, apparentemente estraneo al vecchio apparato, senza contare la faccenda degli 80 euro).
Inoltre i voti del PCI di allora rappresentavano in toto un popolo progressista, mentre quelli del PD (che indubbiamente ha preso voti dal PdL e soprattutto da Scelta Civica) sono in gran parte voti conservatori.

La Lista Tsipras.
Personalmente, tenendo conto il contesto difficilissimo per la sinistra alternativa, sono soddisfatto del 4,03%.
Ho sentito non poche critiche “da sinistra” rispetto ai risultati di tale lista. Critiche nelle quali si sottolinea la perdita di quasi la metà dei voti in termini assoluti, rispetto al risultato della Federazione della Sinistra e di Sel del 2009 messe assieme.
Un tale paragone è, a mio avviso, improponibile e fuorviante. Primo, perché la FdS nel frattempo è stata distrutta, causando l’ennesima emorragia di voti, chiaramente visibile nei risultati di Rivoluzione Civile dello scorso anno. A ciò si aggiunge il fatto che il PdCI è rimasto sostanzialmente estraneo a tale lista. Secondo, perché la stessa Sel era divisa e tutto lascia pensare che una parte di essa abbia boicottato la Lista Tsipras.
Insomma, tenuto conto che numerosi comunisti e persone di sinistra hanno preferito non votarla, la Lista Tsipras ha ottenuto un risultato discreto e che in questa difficilissima fase rappresenta una boccata d’ossigeno.

domenica 18 maggio 2014

Perchè voterò la Lista Tsipras

Il 25 maggio si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo.
Prima di effettuare una scelta vanno fatte alcune considerazioni su che tipo di Europa vogliamo, soprattutto alla luce delle recenti politiche di tagli e di austerità.

Il giudizio da dare, non tanto all’Unione Europea, quanto alla zona euro (le due cose non coincidono, e infatti, come è noto, ci sono paesi aderenti all’Unione Europea, i quali hanno tuttavia mantenuto la loro valuta) è sicuramente negativo.
Le politiche di massacro sociale (austerity) che la Banca Centrale Europea (BCE) sta imponendo ai paesi più deboli sono precisamente una conseguenza di come è stata impostata la valuta comune, oltre che del fiscal compact (obbligo di dimezzamento del debito pubblico). L’euro è stato concepito per dare i massimi profitti alle banche (che si stanno arricchendo enormemente in questi anni) e alle multinazionali, mentre si rivela, invece, un vero e proprio grimaldello per attaccare i salari e scardinare tutto il sistema di protezione sociale, dalla sanità, alla scuola pubblica, alle pensioni, ecc.

La miseria che sta ritornando alla grande soprattutto in Grecia, ma sempre più anche in Italia e in altri paesi è una precisa conseguenza delle politiche economiche europee e di come è stato impostato l’euro.
Va da sé che una scelta saggia NON può essere indirizzata verso quei partiti che fanno capo alle forze europee che più convintamente appoggiano tali politiche nefaste, dunque il Partito Popolare Europeo (PPE) e il Partito Socialista Europeo (PSE).

Un’altra questione sicuramente da tenere presente è quella dell’Ucraina, sulla quale non mi soffermo, avendone già trattato nel mio precedente articolo.

Per quanto riguarda le elezioni per il Parlamento Europeo, andrebbe fatto anche un ragionamento sul ruolo di tale parlamento. Un ruolo purtroppo secondario: le decisioni più importanti sulle politiche economiche vengono prese dalla Commissione Europea e dalla BCE, i quali NON vengono eletti dai cittadini (tanto perché viviamo nell'Occidente 'democratico').
Ma, ciononostante votare per il Parlamento Europeo ha la sua importanza, specialmente se si intende portare avanti una battaglia per mettere in discussione le politiche liberiste e dell’austerity, oggi dominanti e che tanti danni stanno facendo.
Parlamento Europeo, infatti, significa quantomeno enorme visibilità.

 

Ora la questione è: per chi votare?
Beh, va da sé che –per chi condivide gli argomenti di cui sopra- occorre votare una di quelle liste che si battono contro le attuali politiche europee.
In Italia sono grosso modo 4: la Lista Tsipras, il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e la Lega Nord.

Ora, Fratelli d’Italia, per quanto critichi giustamente le politiche europee, che favoriscono la Germania a danno di altri paesi, mi pare, però, che non riesca ad andare al di là della riproposizione di un generico nazionalismo, senza affrontare alcuni problemi economici e politici di fondo. Discorso simile va fatto per la Lega, molto incentrata sulla difesa territoriale e sostanzialmente basta.
Entrambe le formazioni, poi, ripropongono per l’ennesima volta la solita guerra tra poveri contro gli immigrati, la quale non può che favorire i ceti ricchi e parassitari, a danno di quelli popolari (autoctoni compresi).

Il M5S si dichiara anch’esso contro le politiche europee dell’austerity e il suo programma (7 punti) è molto buono, anche se stranamente quasi identico a quelli di Rifondazione e del PdCI. Ma, al di là dei soliti proclami “rivoluzionari”, la sua strategia concreta non è affatto chiara: con quale gruppo si schiereranno in Europa? Presumibilmente con nessuno, e quindi staranno da soli. Ma se in Italia con cento e passa deputati non sono –a distanza di oltre un anno- ancora riusciti a stravolgere granché, che cosa potranno fare in Europa, con una ventina di deputati?
Di concreto praticamente nulla. Faranno le loro solite azioni teatrali (aspettiamoci diversi “show”; sono la loro specialità), ma ci sarà qualche altro europeo disposto a prenderli sul serio?

Rimane la Lista Tsipras.
La quale, lo dico francamente, NON mi entusiasma. Intanto perché è troppo eterogenea. E troppa eterogeneità non va bene, soprattutto quando ci sono questioni cruciali, come le politiche europee che stanno massacrando i diritti dei popoli, e sulle quali andrebbe presa una posizione netta (purtroppo non tutti i candidati della lista andranno nel gruppo del GUE/NGL, qualcuno andrà nel PSE).
Ma la Lista Tsipras rimane anche l’unica in cui ci sono dei buoni candidati, che andranno sicuramente nel GUE (essenzialmente quelli di Rifondazione Comunista). E sono proprio questi quelli che secondo me, vanno votati.

mercoledì 7 maggio 2014

In Ucraina si rasenta il genocidio. E l'Occidente guarda compiaciuto...

L’intervento militare repressivo del governo golpista ucraino contro la popolazione ribelle si sta rivelando un brutale massacro. Centinaia di civili, in gran parte disarmati, sono stati uccisi dall’esercito, coadiuvato da bande di neo-nazisti dichiarati.
L’atto più grave (almeno sinora) è sicuramente quello accaduto a Odessa: bande di nazisti, armate di tutto punto, sono arrivate nella città da fuori e hanno terrorizzato la popolazione.
Decine di persone disarmate hanno cercato di trovare rifugio nella locale sede sindacale, ma il gruppo paramilitare di estrema destra “Pravy Sektor” è arrivato a dar fuoco all’edificio, con la gente dentro. Molti sono morti carbonizzati e altri buttandosi giù disperatamente dalle finestre. Chi riusciva a scappare dall’edificio veniva poi selvaggiamente picchiato e bastonato dalle bande criminali.
 

Il problema è che queste bande criminali di estrema destra –che, neanche a dirlo, la stanno passando liscia- sono appoggiate dalla stessa giunta golpista. La quale è a sua volta appoggiata dagli Stati Uniti, in funzione anti-russa.
Anche i paesi europei, contrariamente ai loro interessi, appoggiano tale governo. Perché?
Semplice: per suddittanza nei confronti della loro madrepatria, cioè, gli Stati Uniti.

Il colpo di Stato ucraino, appoggiato in vari modi dall’Occidente (esponenti dei governi europei e statunitensi, tra cui il senatore Mc Cain, si sono ripetutamente recati in Piazza Maidan ad incitare alla rivolta; un’intromissione senza precedenti) non è avvenuto per caso: è, almeno in parte, la conseguenza del fallito tentativo di scalzare il governo di Assad in Siria. Fallimento dovuto –lo ricordiamo- proprio al fatto che la Russia si era opposta ad un intervento militare della NATO nel paese mediorientale.

Ma ovviamente non è solo una questione di vendetta: c’è, intanto, anche un interesse geo-strategico.
L’obbiettivo è quello di far diventare l’Ucraina un paese della NATO -e quindi direttamente controllato dagli USA- per poter così subito installare i missili nucleari a poche centinaia di chilometri da Mosca.
 
Ma c’è un’altra questione ancora più importante (e collegata alle precedenti): il gas russo.
Non so quanti di voi hanno chiaro in che misura l’Europa sia energeticamente dipendente dal gas russo. E ciò non può che costituire una spina nel fianco degli americani, che ovviamente vorrebbero portare gli Stati europei ad una condizione di dipendenza totale da essa.
Quindi scopo degli americani è quello di sganciare l’Europa dalla Russia e renderla completamente suddita.
Ciò comporterà per noi dei problemi immensi: se la Russia dovesse “chiudere i rubinetti” aspettiamoci, nei prossimi anni, fortissimi aumenti dei prezzi di qualsiasi genere. Inoltre dovremo probabilmente accollarci le spese per il rifornimento del gas in Ucraina (dato che lo Stato ucraino è sull’orlo della bancarotta e se continua a non pagare Mosca gli chiude i rubinetti).

E c’è un’altra questione ancora, anch’essa strettamente connessa alle altre.
Il contesto economico mondiale attuale vede la Cina prossima a diventare la prima economia mondiale, scalzando gli Stati Uniti, i quali detenevano tale primato dal 1872 (lo sostiene il Financial Times). A ciò va aggiunto che il gigante asiatico detiene gran parte del debito americano.
A livello economico (ma anche politico) la Cina sta stringendo rapporti sempre più stretti con molti paesi, e in modo particolare con i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Uno degli obbiettivi su cui stanno lavorando questi paesi è quello di scalzare il dollaro come moneta mondiale e sostituirlo con un paniere di monete di diverse nazioni.
Inutile aggiungere come tale prospettiva sia fumo negli occhi degli Stati Uniti, che perderebbero enormi privilegi economici che oggi derivano proprio dalla natura di moneta mondiale del dollaro.

Tutto ciò sta dietro le brutali violenze in Ucraina. E’ un peccato che la nostra (dis) informazione sia totalmente asservita agli interessi forti e in ultima analisi agli USA e che, anche per questo motivo, in Italia (e in tutta Europa) non si stia sviluppando un movimento per la pace proprio ora che ce ne sarebbe più bisogno.
E’ difficile, infatti, prevedere il corso dei futuri eventi. Ma, certo, l’Ucraina non è lontana come l’Afghanistan o l’Iraq. Fa parte dell’Europa. E le tensioni, si sa, ci mettono poco ad allargarsi.

giovedì 24 aprile 2014

In Italia è sempre più politica-bluff

La carriera politica di Matteo Renzi è stata costellata da una serie di dichiarazioni, diciamo così, “spettacolari”, scenografiche, puntando spesso sull’esagerazione. Insomma, chiamiamole pure “sparate”.
Ad esempio quella sulla “rottamazione”. Ma ce ne sono state ben altre.

Verrebbe da rimpiangere la Prima Repubblica.
Non che anche allora non ci fossero una serie di storture (e anche qualche “sparata” di troppo): basti pensare che è stata gestita soprattutto dalla Democrazia Cristiana!
Ma durante i decenni dal 1945 al ’90 la politica italiana, o almeno quella visibile al grande pubblico, aveva un minimo di serietà. La demagogia, le dichiarazioni altisonanti, roboanti, i bluff erano un fenomeno assai più contenuto di quello che sono oggi.

A partire dagli anni ’90 in Italia si è avuta una vera e propria esplosione della politica-spettacolo.
E abbiamo avuto un grandissimo maestro in ciò: Silvio Berlusconi.
Con i suoi slogan quali “un milione di posti di lavoro” (ricordate?), “meno tasse per tutti”, e tanti altri che nemmeno ricordo, si può dire che ha fatto scuola.

D’altronde l’Italia –che rimane pur sempre una semi-colonia degli USA- non poteva rimanere immune dalle cattive abitudini d’oltreoceano.
Lì abbiamo avuto le “guerre stellari” di Reagan (un parziale bluff, almeno per come era stato presentato il progetto). Poi la “lotta al terrorismo”, soprattutto con Bush junior. Grandissimo bluff, dato che gli Stati Uniti –attraverso la CIA- hanno e mantengono fortissimi legami con quasi tutti i più grandi e pericolosi gruppi terroristici mondiali (Al Qaeda compreso), non di rado finanziandoli, appoggiandoli e utilizzandoli per i loro scopi imperialistici (vedi gli estremisti islamici in Libia e Siria o i nazifascisti in Ucraina, con la benedizione dell’Europa, o gruppi terroristi contro Cuba e i paesi dell’America Latina che si vogliono emancipare dal dominio USA).

Anche Obama in quanto a bluff non è stato da meno.
Basti pensare che i 10 punti programmatici che aveva sbandierato durante la campagna elettorale del 2008 (quella che lo ha visto vincere la prima volta) sono poi rimasti tutti lettera morta una volta che si è insediato alla Casa Bianca (la stessa “riforma sanitaria” in realtà si è tradotta sostanzialmente in un’elargizione economica alle grandi compagnie assicurative, affinché assistessero anche la fascia più debole della popolazione; cosa ben diversa da una “riforma sanitaria”).

Ma torniamo in Italia.
Se Berlusconi ha imperversato per anni e anni con la sua politica-show (e bluff), ora è la volta del Partito Democratico.
Renzi parla di dare un bonus di 80 Euro sulla busta-paga. Forse sarà proprio così. Eppure questa cosa puzza un po’ di bluff.
Sorgono infatti almeno 2 questioni: la prima è che un’enorme percentuale di lavoratori (soprattutto giovani) non hanno un contratto stabile e spesso lavorano saltuariamente. Saranno beneficiati anch’essi dal bonus? E come la mettiamo con i disoccupati (e i pensionati, i quali oggi spesso mantengono figli e nipoti)?

La seconda questione è che questi soldi in più dovranno arrivare da qualche parte.
Ora, dal momento che in Italia nessuno si azzarda a voler racimolare i soldi laddove ce ne sono e in grande abbondanza (grandi patrimoni, rendite, capitale finanziario, ecc), dove prenderà Renzi queste risorse? Probabilmente ci saranno dei tagli “nascosti” a servizi come la sanità, la scuola, ecc.
Anche perché (altro bluff) la dichiarazione che l’Italia ridurrà le spese per l’acquisto degli F35 sembra decaduta dopo che il nostro padrone (cioè, il Presidente degli Stati Uniti) è venuto a far visita alla sua colon…ehm…in Italia qualche settimana fa.

Anche il “job act” è stato tanto proclamato, ma al momento la sua definitiva approvazione sembra essersi arenata.

E il Movimento 5 Stelle?
Forse è ancora prematuro dare un giudizio definitivo, ma certo, anche qui le premesse non sono molto incoraggianti: una forza politica nata da un personaggio mass-mediatico per eccellenza –e Beppe Grillo è indubbiamente eccezionale, in quanto a capacità comunicative (e a “sparate”) - sembra tagliata apposta per la politica-spettacolo. E in effetti il M5S ha molto di “scenografico”.
Ma già emergono le prime crepe: ogni tanto qualche deputato o consigliere entra in contrasto col capo, e persino l’unico sindaco pentastellato di una città di medie dimensioni (Pizzarotti a Parma) sta deludendo le aspettative degli stessi “grillini” (doveva chiudere l’inceneritore e non l’ha fatto).

Insomma, l’Italia in politica (e non solo…) sta prendendo veramente una bruttissima piega. Si riuscirà prima o poi ad uscire fuori da una logica di politica-bluff?
Questo dipende anche da noi: più diamo credito alle “sparate” e più le alimentiamo.

venerdì 28 marzo 2014

Italia: inefficienze, corruzione, illegalità. Da che dipende?

Molti di voi si saranno chiesti -io tantissime volte- come mai in Italia, e specialmente nel Centro-Sud, i servizi, la gestione politica, e un po' tutto quanto, funzioni spesso così male. Le inefficienze, i disservizi, le carenze, il pressappochismo, i tempi a volte lunghissimi, i lavori interrotti, ecc. ecc. Tutto ciò colpisce chiunque abbia una certa conoscenza dei paesi europei, dove tutto sembra funzionare meglio che da noi e dove maggiore è l'organizzazione e la puntualità.
A ciò si aggiunge che nel nostro paese l'illegalità è diffusissima, a partire dall'evasione fiscale, poi l'abusivismo, il lavoro nero, e il controllo spesso latita.
E poi abbiamo le grandi organizzazioni mafiose, fenomeno che non ha eguali, quantomeno in Europa e nel mondo occidentale.
Perchè tutto ciò?

La prima risposta che di solito si sente è quella per cui il problema risiederebbe nella "casta" politica italiana, particolarmente ladra e corrotta. Ma questa risposta non fa che spostare la domanda: perchè nel Bel Paese abbiamo tale ceto politico e da altre parti no? (in realtà, il ceto politico, lungi dal "plasmare" la società, ne è semmai molto più plasmato).

Un'altra risposta chiama in causa le caratteristiche mediterranee (o levantine) che avrebbero gli italiani e soprattutto i romani e i meridionali.
Ma anche questo discorso non regge: basta farsi un giro a Madrid o a Barcellona, e perfino a Lisbona, per notare strutture e servizi di una modernità e di un'efficienza, che Roma non si sogna neanche lontanamente. E non regge anche per un altro motivo: pure nella stessa Italia e anche nel Sud ci sono diverse eccezioni alla regola del malfunzionamento e della corruzione. Esistono ambiti dove le cose si riescono a far funzionare egregiamente, anche se purtroppo si tratta di situazioni limitate.
E allora da che dipende tutta questa inefficienza, quest'illegalità, questo pressapochismo e lentezza che abbiamo nel nostro paese?

Per abbozzare una risposta occorre, secondo me, andare a vedere quali paesi hanno tali caratteristiche, e a volte anche peggiori di noi.
Ebbene, corruzione, inefficienza, illegalità, sono fenomeni tipici dei paesi ex colonizzati, e che, nonostante la loro attuale indipendenza formale, mantengono, però in grande maggioranza una fortissima subalternità –di fatto- nei confronti della loro ex madrepatria (o di chi l'ha sostituita, di solito gli USA). Una subalternità soprattutto economica, ma in ultima analisi anche politica e spesso pure culturale.

Il "meccanismo" del paese colonizzato è -in soldoni- questo: io madrepatria mantengo il paese xy in condizione subalterna, dato che mi interessano le risorse del luogo, e/o intendo conquistarne il mercato (per vendere i prodotti del mio paese) e, inoltre, mi conviene sfruttare la manodopera locale a bassissimo costo.
Per ottenere tale risultato, non è necessario che il paese colonizzato sviluppi una sua efficienza, nè tantomeno una classe dirigente capace e progredita. Al contrario: i dirigenti locali devono esprimere subalternità, affidabilità, per non dire servilismo, e quindi devono essere un ceto "debole", nonché facilmente corruttibile.
Inoltre, per me (madrepatria) è assolutamente vitale che in tale paese non si sviluppi un'economia forte, nè infrastrutture o servizi efficienti (tranne, ovviamente, quelli che mi permettono di sfruttare le sue risorse).
E perfino la stessa illegalità diffusa gioca sempre a mio favore.

Dunque, ceto politico corrotto, e quindi debole, servizi e infrastrutture scarse e poco efficienti, illegalità diffusa e un'economia locale debole sono le caratteristiche tipiche dei paesi colonizzati o semi-colonizzati, o comunque subalterni.
Cosa centra in tutto ciò l'Italia, paese indipendente e "forte" (al punto da far parte del G8)?
Centra.

Il Bel Paese ha intanto una caratteristica che la rende unica (almeno in Europa): quella di comprendere al suo interno una zona con caratteristiche tipiche di un paese imperialista (Centro-Nord, e soprattutto il triangolo industriale Torino-Milano-Genova) e altre zone arretrate e paragonabili ai paesi subalterni (Centro-Sud).
In effetti, l'unificazione italiana nell'800 è stata, a ben vedere, una vera e propria colonizzazione del Centro-Sud da parte del Piemonte. Mentre nel Centro-Nord e soprattutto nel Nord-Ovest è emersa una classe dirigente industriale e politica liberale, nel Mezzogiorno i ceti dominanti erano agrari e poi sempre più politico-clientelari.

Dunque, sotto molti aspetti, il Sud è stato una semi-colonia del Nord. Caratteristica, questa, che è rimasta sostanzialmente immutata nel corso del '900 e fino ai giorni nostri.
E qui ci viene incontro l'analisi che fece Antonio Gramsci, nelle Tesi di Lione: "La grande industria del Nord adempie verso di esse [le popolazioni lavoratrici del Mezzogiorno] la funzione delle metropoli capitalistiche: i grandi proprietari di terre e la stessa media borghesia meridionale si pongono invece nella situazione delle categorie che nelle colonie si alleano alla metropoli per mantenere soggetta la massa del popolo che lavora." (Marx chiamerebbe questi ceti la "borghesia compradora").

L'Italia, inoltre, è, dal dopoguerra, in uno stato di subalternità politico-militare nei confronti degli Stati Uniti. Decine di basi militari della NATO (in ultima analisi americane) non possono non condizionare la politica italiana, anche grazie a strutture segrete, come è stata la "Stay Behind" (Gladio).
Certo, in questo caso siamo in buona compagnia, dato che un po' tutta l'Europa -chi più chi meno- condivide tale condizione.

Economicamente lo Stivale ha avuto un ruolo significativo nei decenni scorsi, tanto da far parte del G8. Ma tale ruolo ora è in netto declino e siamo sempre più subalterni soprattutto alla Germania. Ciò è dovuto da una parte ai limiti intrinseci della nostra struttura produttiva e dall'altra parte al modo come è stata concepita l'Unione Europea, ossia, con criteri ultra-liberistici e che mirano a salvaguardare in pratica solo gli stratosferici interessi delle banche e del capitale finanziario, a discapito delle popolazioni.
Anche qui, è evidente, siamo in buona compagnia (Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.).
Tra l'altro non è vero ciò che sostiene Confindustria, ossia, che i nostri problemi economici deriverebbero dall'elevato costo del lavoro o dall'eccessiva tutela della forza-lavoro (sono in forte crisi -e spesso chiudono- pure le aziende che adoperano prevalentemente lavoratori precari, sottopagati e senza diritti). E' il "nanismo industriale", ossia, la proliferazione delle piccole-medie imprese, che stiamo pagando, di fronte ad una concorrenza straniera molto più agguerrita (soprattutto in termini di investimenti, che in Italia scarseggiano).

Infine l'Italia ha una posizione di subalternità nei confronti di quello che si può considerare a tutti gli effetti una potenza straniera, ossia, il Vaticano.
In nessun paese la Chiesa Cattolica esercita un potere ed un'influenza così massiccia e capillare come da noi. E anche a livello economico, le risorse che ci risucchia la Chiesa sono veramente enormi (già solo per il fatto che le sue attività commerciali non vengono tassate).
La Chiesa, inoltre, disponendo di scuole, ospedali e un'infinità di strutture (a pagamento) ha tutto l'interesse a che gli stessi servizi pubblici funzionino male. E questo spiega in parte, secondo me, molte delle carenze e dei disservizi che ci sono in Italia, e in modo particolare a Roma.

 

L'amministrazione di un paese come l'Italia, dunque, con almeno tre "madrepatrie" a cui rendere conto, e per giunta "colonizzata" anche al suo stesso interno (Nord-Sud) è talmente complessa e delicata, che ha finito giocoforza per svilupparsi una borghesia di tipo "compradora" (corrotta, clientelistica, poco propensa alla legalità, ecc.), assieme ad una borghesia capitalistico-industriale e oggi sempre più finanziaria. Questa seconda borghesia è sostanzialmente concentrata al Centro-Nord del paese.

Inutile dire che tutta la retorica sul „ceto politico“ corrotto non porta a niente. E nemmeno quella sui partiti: il neo-colonialismo si regge tranquillamente sulle dittature, come s’è visto in molti paesi del mondo.
I tagli alle spese politiche ci saranno -a prescindere dalle sparate di Beppe Grillo- su questo possiamo stare tranquilli. Ma ciò non cambierà di una virgola le numerose carenze e inefficienze che imperversano nel nostro paese.
Le cose potrebbero in teoria migliorare se da noi emergesse una borghesia imprenditoriale seria, intraprendente e lungimirante. Ma al momento non se ne vede nemmeno l’ombra.
E allora rimane solo la lotta dei ceti popolari, che, dopo decenni di sostanziale latitanza, dovrà necessariamente riemergere.