giovedì 30 giugno 2016

Brexit, non è solo populismo e xenofobia.

L’esito del referendum tenutosi in Gran Bretagna e la vittoria del cosiddetto “brexit” è stato un evento di portata storica, che apre una fase nuova.
Il forte impatto di quest’evento ha prodotto –a caldo- una sfilza di reazioni e commenti, la maggior parte dei quali di una superficialità quasi scandalosa (se teniamo presente che provengono anche da persone considerate esperte, se non “illuminate”). Al punto che tentare di dare una lettura dell’evento un po’ più approfondita -cosa già di per sé ardua- e soprattutto socializzarla al pubblico, appare quasi un’impresa.

Il primo dato che emerge in modo netto dalla vicenda è che più o meno tutti i principali quotidiani e tg italiani ed europei hanno tuonato contro il brexit. E teniamo presente che questi tg e quotidiani sono fortemente legati agli ambienti del grande capitale finanziario (multinazionali, grandi banche, ecc.).
E’ evidente, quindi, che i “poteri forti” europei erano ferocemente contrari all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
E dunque, la denigrazione nei confronti di quelli che hanno votato a favore del brexit –bollati indistintamente come ignoranti, populisti, razzisti e xenofobi e persino facendo leva sulla loro (presunta) età anagrafica elevata- è una logica conseguenza. D’altronde è il loro mestiere, quello di criminalizzare chiunque si opponga agli interessi dell’elite economico-politica.
Un po’ meno normale è il fatto che gran parte della sinistra e dei comunisti abbocchino in massa a questi stereotipi giornalistici.

Intendiamoci, non si può negare che nel voto “brexit” esista anche questa componente nazionalista e xenofoba. Purtroppo c’è, ed è tutt’altro che marginale.
Ma da qui a bollare tutti i votanti del brexit come razzisti e fascisti, ce ne corre.
Anche perché è un fatto che numerosi esponenti politici e sindacali di sinistra hanno svolto la loro campagna referendaria a favore del brexit (gli stessi problemi che sono emersi all’interno del Partito Laburista sono indice di una scarsa convinzione a battersi per il “remain”, ossia, per la permanenza nella UE).

E in ogni caso, emerge, da alcune analisi geografiche del voto, come l’opzione brexit sia stata particolarmente elevata nelle zone industriali e soprattutto ex-industriali. Quindi sono prevalentemente operai e ancor di più ex operai –a prescindere ora dalle loro idee politiche- ad aver votato per l’uscita dall’UE.
Il fatto poi, che i ceti popolari spesso sofferenti, i lavoratori –soprattutto precari- i disoccupati, i pensionati poveri, insomma, gli strati più deboli della società, tendano negli ultimi decenni a seguire più facilmente forze politiche populiste e xenofobe, piuttosto che quelle progressiste, di sinistra o comuniste, è un dato che dovrebbe farci molto riflettere.
Ma questo sarebbe un discorso un po’ troppo lungo da affrontare ora qui.


Ritornando al referendum e al suo risultato, ho la forte impressione che l’insistere dei nostri mass-media sullo stereotipo del votante brexit come ignorante, razzista, ecc., serva a nascondere non solo e non tanto la componente più, diciamo così, “progressista” di questa opzione, quanto un’altra componente, di cui finora praticamente nessuno ha parlato.
Ossia, quella di una parte evidentemente significativa del capitale finanziario britannico.
Ora, è noto come il Regno Unito abbia, da secoli, fortissime relazioni economiche con numerosi paesi a livello mondiale, soprattutto con le sue ex colonie (basti pensare al Commonwealth), per cui non è difficile immaginare che per importanti settori economico-finanziari anglosassoni l’allentamento dei rapporti con l’UE non crea grossi problemi e forse, anzi, è addirittura conveniente.
Inoltre la Gran Bretagna negli ultimi tempi ha dato chiari segnali di interessamento ad approfondire le sue relazioni economiche con la Cina.
Non solo: il Presidente degli USA, Barack Obama, ha esplicitamente preso posizione contro l’uscita di Londra dall’UE e ora, da alcuni commenti, sembra che il brexit crei qualche ostacolo in più alla realizzazione del TTIP.

Qui siamo, certo, nel campo delle congetture, ma la sensazione che una parte consistente del potere economico-politico inglese abbia tacitamente appoggiato il brexit, c’è.
Potrebbe anche darsi –rimanendo sempre nel campo delle ipotesi- che la GB abbia ora interesse a sganciarsi dal suo ruolo storico di “quinta colonna” USA in Europa.

Fatto sta, che il referendum è stato indetto, e lo ha fatto lo stesso Primo Ministro britannico, David Cameron. Non si è trattato, quindi, di una consultazione richiesta ad esempio da Farage o da qualche altro settore politico, bensì una precisa scelta del governo inglese, che sapeva benissimo di correre il serio rischio che avrebbe vinto il brexit.
Per fare un paragone, nel referendum indetto -proprio un anno fa- in Grecia da parte del Governo Tsipras, l’ipotesi di uscire dalla UE non era nemmeno presa in considerazione, e tantomeno quella di uscire anche solo dall’Euro. In questione c’era solo l’accettazione o meno del programma di massacro sociale che la BCE stava imponendo agli ellenici (e alla fine la BCE ha imposto un programma ancora peggiore, in totale disprezzo del popolo greco e di come s’era pronunciato, dimostrando chiaramente che in Grecia, come negli altri paesi europei, comandano loro).


Dunque, se il governo britannico ha ritenuto di dover andare ad un simile referendum, in cui il successo del brexit era ampiamente prevedibile (anche se “qualcuno” ha maldestramente tentato, senza successo, di spostare l’ago della bilancia verso il “remain”, assassinando Jo Cox), vuol dire che la volontà di uscire dalla UE non era solo quella dei “razzisti, populisti, xenofobi”, bensì anche di altri settori, assai meno “ignoranti” e molto più coscienti dei loro interessi economici.

domenica 20 marzo 2016

Elezioni comunali romane, se tutto va bene, siamo rovinati

Mai come in queste prossime elezioni comunali, a Roma, sembra esserci una gara, fra tutte le forze politiche, per NON vincere. Il che è francamente molto inquietante.
Infatti anche da ciò, si capisce come il prossimo sindaco della capitale sarà più o meno obbligato a fare delle politiche impopolari. E naturalmente nessuno vuole metterci la faccia.
Il Comune di Roma tra l'altro ha un enorme debito pubblico (...).

Sennonché se fossimo governati da istituzioni serie, queste si preoccuperebbero di andare ad indagare come s'è creato questo debito pubblico e quali siano i veri sprechi da tagliare (magari anche iniziando a contrastare la ciclopica evasione fiscale).
Solo che le nostre istituzioni, a partire dall'Unione Europea e soprattutto dalla BCE -che si è rivelata essere la vera sovrana dei paesi dell'Unione- di serio hanno ben poco. A loro interessa solo tagliare, tagliare e ancora tagliare (servizi, lavoro, stipendi, pensioni, ecc.) e privatizzare (altri licenziamenti e aumento delle tariffe per i servizi).

Ritornando alla campagna elettorale di Roma, non è un caso che mai come questa volta spicca l'assenza di qualunque candidato che possa suscitare grossi entusiasmi tra gli elettori dell'Urbe.
Non mi dilungo sui candidati oggi in campo, ossia i vari Giachetti, Bertolaso, Marino (?), Fassina, la Meloni, Marchini, ecc., se non per far notare come nessuno di questi sembra riscuotere consensi vasti, ma solo simpatie in ambiti relativamente ristretti.

La frase detta da Paola Taverna del M5S, “a Roma c'è un complotto per farci vincere”, al di là di come la si voglia interpretare, riflette a mio avviso molto bene l'atteggiamento di tutte le principali forze politiche, le quali evidentemente non vogliono vincere, preferendo lasciare la “patata bollente” agli altri.
Il discorso vale anche per lo stesso M5S, che invece di candidare un “pezzo da novanta”, come Alessandro Di Battista, o al limite la stessa Taverna, punta invece sull'anonima Virginia Raggi. La quale rischia così di diventare -chissà se ci pensa- un capro espiatorio.

Fatte queste premesse, quali saranno i possibili futuri scenari per il Comune di Roma?
Concentrerò il mio discorso su quella che sembra oggi l'ipotesi decisamente più verosimile, ossia, la vittoria del M5S.
In questo caso vedo tre possibili scenari. Anche se il primo mi sembra assai poco probabile.

Ossia, la Raggi, una volta sindaco, deciderà di fare la “grillina” seria e coerente e, senza guardare in faccia a nessuno, tenterà di colpire gli interessi e il malaffare dei poteri forti romani (palazzinari, banche, Vaticano, ecc).
Naturalmente questi poteri reagiranno in modo virulento, montando campagne-stampa contro di lei e facendole numerose pressioni di vario tipo (minacce incluse, e non sarebbe la prima volta). Per cui alla fine sarà costretta ad andarsene via. O ad adeguarsi all’andazzo solito.
Nel primo caso, avrà combinato poco, ma almeno “salverà la faccia” sua e forse del M5S. Nel secondo caso, la perderà.
Ma questo scenario mi sembra assai poco probabile, anche se non del tutto da escludere.

Un altro scenario -questo molto più probabile- è che la Raggi si metterà d'accordo con i poteri forti romani (o forse lo farà Casaleggio per lei, naturalmente lontano dai riflettori) per cui non andrà a toccare i loro interessi, concentrando invece il suo attacco su altre realtà: dalle cooperative agli asili-nido, alle partecipate, a numerose associazioni o enti di pubblica utilità. I risultati saranno: tagli ai servizi (scolastici, per i diversabili, ecc.), privatizzazioni, attacchi ai lavoratori “privilegiati”, licenziamenti (Grillo l’ha già anticipato).

Di fronte, poi, alle prevedibili proteste e mobilitazioni dei lavoratori e dei diversi sindacati, non faccio fatica ad immaginare le reazioni dei pentastellati, i quali inizieranno a tuonare contro la casta dei sindacalisti e contro i lavoratori “fannulloni” e “privilegiati”.
Ma queste invettive non salveranno, secondo me, il M5S dalla figuraccia di essere quella forza politica che prima predica contro i ladri, i corrotti, le banche, i politici, ecc. e poi finisce per attaccare i lavoratori e i servizi rivolti ai ceti popolari e ai soggetti più disagiati della società.
E Roma non è Parma, Livorno o Gela. Roma ha un’enorme visibilità sul piano nazionale.

Il terzo scenario è quello in cui il neo sindaco pentastellato riterrà opportuno evitare troppi scossoni e malcontenti, e si metterà d’accordo non solo con i poteri forti, ma anche con i vari settori di cui prima, limitandosi a gestire il comune senza infierire più di tanto sulle realtà esistenti, apportando magari solo cambiamenti di portata minore, e mantenendo così un profilo “conservatore”.

In questo caso, però, sarà abbastanza prevedibile prima o poi una presa di distanza da parte dei vertici del M5S nei confronti della Raggi, se non proprio la sua espulsione.
E, anche in questo caso, la figuraccia del M5S è assicurata. Non solo sarebbe, infatti, l’ennesima figura eletta col movimento di Grillo ad essere poi messa in discussione –se non cacciata via- ma ciò accadrà pure in una città cruciale come Roma.
Senza contare, poi, il fatto che i cosiddetti “poteri forti” non sarebbero comunque soddisfatti. Loro non vogliono una giunta “conservatrice”, bensì un sindaco che taglia i servizi, che licenzia e privatizza!

In realtà, però, non c’è una netta linea di separazione tra il secondo e il terzo scenario, per cui è anche possibile, che lo scenario reale sarà un po’ una via di mezzo tra il secondo e il terzo.
L’unica cosa che quasi sicuramente accadrà è che, qualora dovesse vincere, Virginia Raggi farà quello che fanno tanti altri politicanti dei vari partiti “ladri e corrotti”. Ossia, inizierà il suo mandato mettendo le mani avanti e denunciando l’enorme debito pubblico della capitale, sul quale il M5S non avrebbe alcuna responsabilità, e che limiterebbe di fatto le sue possibilità d’azione.
Che poi era la stessa cosa che disse Gianni Alemanno quando divenne sindaco di Roma nel 2008.

Nell’ipotesi, poi, che non dovesse vincere il M5S, bensì un’altra forza politica, lo scenario con molta probabilità non sarà granché distante dal secondo.
Ossia, gli interessi del grande capitale (banche, palazzinari, multinazionali, ecc.) non saranno toccati e, anzi, i loro appetiti verranno di sicuro in una certa misura assecondati.
Per cui aspettiamoci privatizzazioni (tradotto: licenziamenti di lavoratori e aumenti dei costi dei servizi), tagli ulteriori ai servizi e cementificazione a non finire e in barba a vincoli e alle attenzioni rispetto al dissesto idrogeologico.
Roma sarà così invasa da ulteriori metri cubi di cemento, ma mancheranno i fondi per riparare le buche nelle strade.
E il trasporto pubblico rimarrà ai livelli di una città africana.

martedì 16 febbraio 2016

Illegalità in Italia, la magistratura serve e non serve

A pensarci bene, l’Italia di oggi dovrebbe essere, in teoria, un paese dove il rispetto della legalità regna sovrano. Corruzione, abusivismo, evasione fiscale, attività mafiosa, appalti illeciti, favoritismi, ecc. ecc., dovrebbero essere ai minimi storici e l’onestà dovrebbe essere la norma. Invece...
Ma perché mai dovrebbe essere così, in teoria?
Per il semplice motivo che nel nostro paese negli ultimi 24 anni c'è stato un intervento massiccio e un lavoro continuo da parte della magistratura nello scoprire tutta una lunga serie di illegalità.


Si iniziò con la famosa inchiesta “Mani Pulite”, che nei primi anni ’90 fece emergere la nota “Tangentopoli”. Da allora e fino ad oggi a scadenza quantomeno semestrale la magistratura non fa che scoprire illeciti, corruzioni e quant’altro.
Stiamo parlando di una mole di attività impressionante, se ci pensiamo bene, e che non ha avuto eguali in nessun altro paese europeo, se non addirittura mondiale.

Innumerevoli sono stati gli imprenditori, gli uomini d’affari e i politici che sono caduti nelle maglie della giustizia. Anche se poi in Italia, chissà perché, la gogna mediatica e le invettive della “gente” finiscono ogni volta per prendere di mira inevitabilmente i soli “politici” (come se gli imprenditori e la tanto decantata “società civile” non fossero assai peggio dei politici).

Ma ritorniamo al lavoro della magistratura.
Una capacità di intervento così massiccia e continua di quest’organo contro le numerose attività illecite –anche ad alti livelli- dovrebbe costituire, a pensarci bene, un notevole deterrente per tutte le persone di potere che agiscono in modo disonesto. Si dice, infatti –e giustamente- che non sono tanto le leggi a scoraggiare i ladri e i delinquenti, quanto l’applicazione effettiva di queste, ossia, la scarsa possibilità di farla franca.

Per quale motivo, invece, in Italia l’illegalità istituzionale rimane a livelli elevatissimi, nonostante tutto ciò? Perché la magistratura, a dispetto del suo lavoro mastodontico, non riesce a “moralizzare” il nostro paese?
Ovviamente qui non si potrà dare che una risposta ultra schematica e riduttiva, perché naturalmente un’analisi approfondita richiederebbe ben altri spazi.

Fermo restando che un certo tasso di illegalità istituzionale esiste in tutti mi paesi (anche in Germania, Svizzera, o simili, che ci appaiono tanto “onesti”), ed è, a mio avviso, connaturato al capitalismo, rimane il fatto che in Italia tale illegalità ha una diffusione, una capillarità e sistematicità che non ha eguali in Europa e nei paesi sviluppati.

Sarebbe ingenuo credere, come invece fanno in tanti, che la gestione fraudolenta della cosa pubblica nel Bel Paese derivi dalla mera e semplice disonestà individuale dei “politici”. In realtà c’è un vero e proprio sistema di potere che funziona, e da tempo immemore, in questo modo, ed è legato, secondo me, al fatto che l’Italia -e in modo particolare il Centro-Sud- ha molte delle caratteristiche di una classica colonia, anche se “soft”.
Non approfondisco tale discorso, ma in sostanza, chi oggi governa –ai vari livelli- in Italia è quasi obbligato ad agire in modo illegale, o quantomeno a tollerare che nella sua giunta, o governo, vengano commessi fior di illeciti.

Detto questo, si impone una domanda: ma allora la magistratura e il suo lavoro che ruolo hanno?
E qui sono purtroppo costretto all’ingrato compito di dover sfatare quello che per molti è di sicuro un grandissimo mito, ossia, appunto, la magistratura. La quale, di fatto, NON E’ NEUTRALE.
Tale organo riflette –al suo interno e nelle sue componenti- i contrasti e le lotte di potere, sia politiche che soprattutto economiche e di classe, oggi esistenti in Italia.
Ossia, ad esempio, la lotta tra il grande capitale finanziario (nazionale ed internazionale) e la locale borghesia medio-alta.
Forse non è un caso che “Mafia capitale” abbia scoperchiato le varie illegalità relative a diverse attività “minori”, mentre i grandi palazzinari –potere storico di Roma- ne sono usciti quasi indenni.

Non ho mai amato Berlusconi, ma bisogna dire che su una cosa aveva ragione. Ossia, quando parlava di un uso politico della magistratura.
Viceversa, il Cavaliere mentiva quando parlava di “toghe rosse”. Anzi, a me sembra che queste toghe, più che rosse, siano a stelle e strisce.
Non ci sono dubbi, infatti, che una parte significativa (se non maggioritaria) della magistratura italiana sia legata agli Stati Uniti.
E forse –anche qui- non è un caso che una delle più note vittime eccellenti di “Mani Pulite” sia stato a suo tempo Bettino Craxi. Altra figura che ho sempre criticato, ma che quantomeno ha avuto il merito e il coraggio, negli anni ’80, di tentare di smarcarsi dalla pressante cappa di dominio USA. Ed è stato punito per ciò (teniamo presente che le magistrature brasiliana ed argentina –che hanno tollerato per decenni ladrocini e corruzioni a livelli esponenziali- ora si stanno scatenando rispettivamente contro la Roussef e la Kirchner, le quali, guarda caso, hanno portato avanti politiche di distacco dagli USA).

So che molti di voi rimangono scettici di fronte a questi discorsi, che puzzano tanto di “complottismo” (termine diventato di moda a partire dall’attentato alle Torri Gemelle, evidentemente perché vogliono che crediamo soltanto alle versioni ufficiali e mass-mediatiche), ma è un dato di fatto che 24 anni di super-attività della magistratura non hanno minimamente scalfito il sistema di corruzione o mafioso che domina l’economia e la politica italiana.
Evidentemente per sconfiggere l’illegalità serve ben altro.

lunedì 1 febbraio 2016

Visita di Rouhani in Italia, ad essere coperta è stata...l'informazione

La recente visita del capo di Stato iraniano, Hassan Rouhani, a Roma si può considerare un evento storico.
Dal 1979, ossia, da 37 anni, da quando ci fu la rivoluzione che spodestò lo Scià -dittatore sanguinario che andò al potere con un colpo di Stato, appoggiato dagli Stati Uniti- i rapporti tra l’Iran degli Ayatollah e i paesi Occidentali sono stati sempre molto tesi e lo Stato mediorientale ha dovuto subire numerose sanzioni, soprattutto da parte degli USA, ma anche dell’UE.

I motivi degni di attenzione in relazione a questa visita sono diversi.
Intanto per i risvolti economici: si parla di accordi economici tra l’Italia e l’Iran per un valore di 17 miliardi di euro (cifra considerevole) e sarebbe da capire come ciò potrebbe influire in futuro sulla nostra economia.

Poi, per i mutamenti politici e geo-strategici: l’apertura di rapporti tra l’Italia (e la Francia) e l’Iran andrà di sicuro a modificare gli equilibri internazionali, soprattutto in una regione delicata come il Medio Oriente.
Infatti, l’Arabia Saudita e Israele –che finora hanno goduto di ottime e privilegiate relazioni con l’Occidente- sono furibonde per ciò.
Cosa cambierà in relazione alle guerre e al terrorismo?

Sempre in relazione ai mutamenti geo-politici, tale visita potrebbe ridare all’Italia un ruolo chiave –che aveva in passato e che poi ha perso- nelle relazioni tra l’Europa e il Medio Oriente, tenuto conto anche della sua collocazione geografica.

Poi, ancora, in relazione alla tematica dei diritti civili: non dimentichiamoci che anche l’Iran (come l’Arabia Saudita e Israele) è uno stato confessionale, che reprime anch’esso, e a volte brutalmente, diversi comportamenti da noi considerati legittimi.

 

Insomma, di argomenti importanti da affrontare in relazione alla visita del capo di Stato Rouhani ce n’erano più che a sufficienza.
E invece niente di tutto ciò!
Il 99% degli italiani (e non solo) ricorderà questa visita solo per un motivo: la questione delle statue coperte. Ossia, per un fatto del tutto marginale, se non insignificante.

Purtroppo, anche se molta gente ci scherza sopra, questo fatto è, a mio avviso, molto grave. Ossia, il fatto che i mass-media siano riusciti -e con enorme successo- a deviare l'attenzione di quasi tutta l’opinione pubblica su un episodio insignificante, dimostra l’immenso potere detenuto da parte di chi controlla il sistema mediatico. Nonché la sua enorme abilità nel manipolare la percezione di grandissima parte della popolazione.
A maggior ragione perché non vi sono dubbi sul fatto che tale iniziativa (cioè, quella di coprire le statue) è stata presa in modo del tutto arbitrario e discrezionale da parte di qualche responsabile italiano (non è dato nemmeno sapere chi) e senza che la delegazione iraniana ne fosse al corrente.

Dubito che tale scelta sia stata dovuta ad un semplice errore di leggerezza e/o di eccessivo servilismo, come s’è poi voluto farla passare. L’Iran, infatti, ha potenti nemici (come già detto, Arabia Saudita, Israele e almeno una buona parte delle lobbies statunitensi).
L'obbiettivo di tale misura -e soprattutto dello scandalo mediatico che ha suscitato- è quello di far passare il governo iraniano, e gli islamici in genere, come persone intolleranti, fanatiche, prepotenti e assurde.
Ossia, un obbiettivo perfettamente in linea con le campagne mediatiche che imperversano soprattutto in Occidente, a partire quantomeno  dall'attentato alle Torri Gemelle del 2001, e che sono riuscite a convincere la stragrande maggioranza dei popoli euro-americani che i mussulmani sono tutti -appunto- violenti, rozzi, fanatici, terroristi, intolleranti e prepotenti (un po’ come i turchi di una volta, a cui venivano attribuite le peggiori nefandezze umane).

Il senso comune della gente purtroppo recepisce queste campagne mediatiche e spaccia gli stereotipi e i pregiudizi come verità, addirittura come evidenza.
E stereotipi e pregiudizi sono parte costituente dell’ignoranza.
E l’ignoranza del popolo è, da sempre, l’arma più potente ed efficace che ha la classe dominante e sfruttatrice per sottomettere e controllare i popoli.

mercoledì 20 gennaio 2016

i problemi degli italiani e la mancata unità della sinistra

Da quando il Partito Democratico è finito in mano a Renzi e ha subito un ulteriore (l’ennesimo) spostamento verso destra, ossia, su posizioni ancora più in difesa degli interessi del grande capitale finanziario (multinazionali, banche) euro-americano, della Banca Centrale Europea e della NATO, s’è finalmente –con un po’ di ritardo, a dire il vero- innescato un meccanismo di fuoriuscita da questo partito di pezzi significativi e importanti, come Cofferati, Fassina e Civati.

Ciò ha contribuito –assieme ad altri fattori- a spingere gran parte di ciò che è rimasto della sinistra italiana ad una riflessione e ridefinizione di sé stessa, tentando anche di superare, per quanto sia possibile, le vecchie divisioni.
Anche perché la concorrenza della Lega di Salvini e del Movimento 5 Stelle è fortissima e il rischio è che il già vastissimo bacino elettorale che queste due forze –soprattutto il M5S- hanno risucchiato alla sinistra negli ultimi anni, si allarghi ancora di più (oppure che cresca ulteriormente l’astensionismo).

Eppure, nonostante tanti buoni propositi, anche questa volta il tavolo delle trattative tra le varie forze/soggetti di sinistra s’è rotto (Sinistra Italiana da questo punto di vista si limita ad essere un fenomeno praticamente solo parlamentare/istituzionale).
Perché?
Formalmente ciò è accaduto perché Rifondazione Comunista non ha accettato la richiesta di sciogliersi come partito.
Ma in realtà tale richiesta, peraltro assurda e incomprensibile, nasconde il rifiuto a discutere sulle questioni veramente dirimenti, a cominciare dal rapporto col PD. Soprattutto la componente istituzionale di Sinistra Ecologia e Libertà non ha intenzione di rompere col PD e di rimettere in discussione la sua permanenza in numerose giunte locali assieme a tale partito.

Ma dietro tale aspetto ce n’è un altro ancora più profondo –a mio avviso- e di cui ho trattato più volte in diversi articoli sul blog: la perdita di significato che il concetto (politico) di “sinistra” ha subito in Italia negli ultimi decenni.
Ossia, che una politica di sinistra debba sostanzialmente difendere gli interessi dei ceti popolari e dei lavoratori A DISCAPITO di quelli delle grandi lobbies economiche (politiche, militari, ecc.) è chiaro in quasi tutto il mondo. Ma non nell’Italia di oggi.
Dunque, una politica che sia veramente di sinistra è incompatibile con le misure neoliberiste e di austerity a cui ci costringe l’Europa, nonché con quelle guerrafondaie ed interventiste imposte soprattutto dagli USA.

Ora, la ricostruzione di una sinistra che si possa veramente considerare tale richiede oggi in modo imprescindibile quantomeno una discussione ed un confronto su queste tematiche.
Anche perché in Italia la situazione economico-lavorativa è devastante e peggiora sempre più (checché ne dicano le dichiarazioni, ridicole quanto propagandistiche, del nostro presidente del consiglio).
E il malessere sociale e il malcontento sono in continua crescita. Ed è a tutto questo che va data una risposta, altroché “Rifondazione si deve sciogliere”.

Anzi, dirò di più: alla luce della dura sconfitta che ha subito l’estate scorsa il pur generoso tentativo del Governo Tsipras di contenere le pesanti richieste di tagli da parte della BCE e di risparmiare al popolo greco un ulteriore misura di massacro sociale (dopo quelle già pesantissime degli anni precedenti), andrebbe messa all’ordine del giorno un’altra questione, quella dell’euro.
L’introduzione di questa valuta lungi dal realizzare una maggior integrazione economica, politica e culturale tra i popoli europei, ha prodotto, viceversa, maggiori diseguaglianze, aumento degli squilibri e maggior diffidenza e lontananza tra essi. Oltre ad un generale impoverimento di un po’ tutti.

Pur rimanendo convinto che il mero ritorno alle valute nazionali –come agitato demagogicamente dalle forze politiche conservatrici- non basterebbe di certo a risolvere molti problemi, è importante tuttavia, ragionare su come un governo (progressista) possa riassumere il controllo della propria moneta, condizione indispensabile per qualsiasi politica di rilancio economico, dell’occupazione e di benessere sociale.
Tutto ciò è di fatto impossibile con una moneta controllata dalla BCE, la quale ha, come s’è visto, una potentissima leva di ricatto per imporre a tutti i paesi le sue politiche, a prescindere dai governi e dai parlamenti eletti dai popoli e perfino –Grecia docet- dai referendum.

Ritornando alla sinistra italiana, se si vuole ricostruire e unire una forza veramente di sinistra, occorre discutere di questi temi, quindi del malessere sociale, della disoccupazione, del precariato, delle pensioni, scuola, sanità, ecc. Serve capire come venire incontro alla crescente sofferenza dei ceti popolari. E per far ciò bisogna sbarazzarsi di tutto l’impianto liberista. A cominciare dal PD, che ne è il cardine.
Il resto sono chiacchiere o becero politicismo e tatticismo.

lunedì 11 gennaio 2016

scontro tra differenti etnie/culture? E allora andiamo in fondo (e affondo)

Le rievocazioni dell’attentato del gennaio scorso alla rivista satirica “Charlie Hebdo” e ciò che è accaduto a capodanno a Colonia (che sa tanto di organizzato, ma da chi e per quale motivo?) faranno uscire di nuovo fuori –non fatico ad immaginarmelo- tutta la retorica dello scontro tra culture, ossia, tra noi bravi occidentali “crisitani”, “democratici”, “tolleranti” e i cattivi islamici, “fanatici”, “violenti”, “intolleranti”.

E da più parti sento o leggo del rifiuto, da parte di molti italiani o europei, a subire una "contaminazione" da parte delle culture degli immigrati, ed in particolare delle popolazioni islamiche.
La nostra cultura, la nostra religione, le nostre usanze e tradizioni sarebbero quelle europeo-occidentali-cristiane, e lontanissime -secondo loro- da quelle degli arabi (o di chi altro) e non ne devono essere influenzate.
Bisogna conservare la nostra cultura, la nostra religione, le nostre tradizioni!

Prendo molto sul serio queste affermazioni.
E siccome le prendo sul serio, mi aspetto un comportamento adeguato e soprattutto COERENTE.

Tanto per cominciare, d’ora in poi tutti gli italiani dovranno smettere di bere caffè (la vedo dura...)!
Il caffè, infatti, ci è stato storicamente portato dagli arabi (lo stesso termine "caffè" deriva dall'arabo).
Allo stesso modo, non dovremo più mangiare arance (e agrumi in genere), albicocche, e altra frutta, che è arrivata in Europa, portata dagli arabi. Ovviamente nemmeno i datteri.
Inoltre saranno da eliminare anche diverse spezie dalla nostra alimentazione. Di kebab nemmeno a parlarne.

Naturalmente le vacanze a Marrakesh, a Gerba o a Sharm el Sheik ve le potete scordare.

Dovremo poi, se vogliamo mantenere le nostre tradizioni, eliminare l'alcool. Alcool che in passato ci ha aiutato a curarci da tante malattie ed infezioni e a salvare numerose vite umane.
Ma ce l'hanno pur sempre portato gli arabi.
Gli alcolizzati potranno continuare a bere vino e birra. Anche se a dire il vero pure queste due bevande sarebbero nate nel Medio Oriente.

Ma fin qui la cosa è ancora fattibile.
Più complicato diventerà quando bisognerà eliminare i numeri arabi e ritornare a quelli romani (sempre che Salvini e i leghisti al nord non rifiutino pure questi).
Al posto di 2784 + 6398= 9182, infatti, occorrerà scrivere MMDCCLXXXIV + MMMMMMCCCXCVIII = MMMMMMMMMCLXXXII.
Dal momento, poi, che non potremo più utilizzare l'algebra (altro portato degli arabi), numerosi calcoli ingegneristici (e quant'altro) diventeranno impossibili.
E quindi dovremo rinunciare anche alla stessa informatica.

Va bè, ritorneremo a vivere come nel Medioevo, ma almeno manteniamo le nostre tradizioni occidentali e soprattutto la nostra religione cristiana.
Il cristianesimo infatti è occident...uhm, oddio....veramente è sorto in Palestina....ossia, nel Medio Oriente....uhm...
Niente da fare: dovremo cancellare anche il Cristianesimo e tornare a venerare Giove, Saturno, Minerva, Nettuno, Venere...

lunedì 14 dicembre 2015

Le Pen...e della sinistra. Francese e non solo

Quando si parla di “sinistra” in Italia oggi occorre sempre fare una premessa, visto lo stravolgimento che ha subito il significato di questo concetto negli ultimi decenni in diversi paesi europei e in modo particolare proprio nel Bel Paese.

Per “sinistra” –nel suo concetto politico originario e tuttora valido in quasi tutto il mondo, tranne che da noi- si intendono quelle politiche in difesa dei lavoratori (e, più in generale, dei ceti popolari) dalla grande borghesia.

Ossia, la sinistra è quella che ci dovrebbe difendere dagli attacchi di quella classe dirigente, oggi concentrata soprattutto nelle grandi banche e nelle multinazionali (o transnazionali), cioè nel grande capitale finanziario. Che è quella che in definitiva ha il potere maggiore e che domina la politica, come s’è visto in modo molto evidente l’estate scorsa con le vicende relative alla Grecia.

 
E ciò che è accaduto ora in Francia con le ultime elezioni, in cui il Front National di Marine Le Pen si è ritrovato ad essere il primo partito, ha molto a che fare con questi discorsi.

Infatti, il governo del “socialista” (altro termine completamente stravolto) Francois Hollande ha fatto l’esatto opposto di quella che dovrebbe essere in teoria una politica di sinistra.

 
In sostanziale continuità con Sarkozy, Hollande ha mantenuto intatte le politiche liberiste, dettate oggi soprattutto dall’UE e dalla BCE.

E quindi, ad esempio, nulla ha fatto per contrastare le dinamiche che stanno indebolendo e disgregando il tessuto produttivo d’oltralpe (cosa che accade anche da noi in Italia), grazie alle delocalizzazioni e alla conseguente de-industrializzazione, oltre che alla crisi economica (la quale potrebbe essere efficacemente contrastata da altre politiche economiche, che però nell’Europa di oggi sono tabù).

 
Tutto ciò si ripercuote nella società francese con la perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro, aumento della disoccupazione, della precarietà e in generale con il peggioramento delle condizioni di vita dei ceti popolari.

Tali dinamiche sono poi ulteriormente amplificate dalla forte immigrazione (anche di italiani) in quel paese, fattore che oggettivamente produce una concorrenza tra lavoratori “autoctoni” e “stranieri”.

 
Hollande –come Sarkozy- ha inoltre portato avanti una politica guerrafondaia, intervenendo militarmente in diversi scenari, soprattutto nel Mali (Africa Centrale) e recentemente anche in Siria, in risposta ai recenti attentati (chissà, forse fatti apposta) a Parigi.

 
La politica del “socialista” Hollande, dunque, è stata a tutti gli effetti una politica di destra, inteso come difesa degli interessi dei grandi potentati economici.

 
Oggi come oggi i ceti popolari francesi –come quelli italiani- vivono in un clima di crescente insicurezza: dalla paura di perdere il posto di lavoro (per chi ce l’ha), alla paura di non trovarne uno, o quantomeno uno decente e non precario (per i disoccupati), e in generale dal timore di perdere sempre più quel relativo benessere di cui avevano goduto dal dopoguerra ad oggi.

A ciò si vanno ad aggiungere gli attentati terroristici e il clima di islamo-fobia (così ben alimentato dalle distorsioni mass-mediatiche), se non proprio di xenofobia, che si sta diffondendo.

 
Tutto questo mix di incertezze, unite alla mancanza, o debolezza, della vera sinistra –che in Francia è rappresentata ormai dal solo Front de Gauche- hanno prodotto un cocktail micidiale, che elettoralmente si traduce da una parte nell’aumento dell’astensionismo e, dall’altra, nel recente risultato del FN.

 
Il sentimento anti-europeo (e, mi pare, sempre più anche anti-NATO) di per sé è positivo, se consideriamo il fatto che l’Unione Europea (e soprattutto l’euro) è stata plasmata per seguire gli interessi del capitale finanziario e a danno dei lavoratori e delle popolazioni. E quindi questi ultimi se ne stanno chiaramente rendendo conto.

 
Il problema è che questi giusti sentimenti vengono strumentalizzati dalle varie forze di destra o qualunquiste, le quali non hanno –e non possono avere- un vero e proprio progetto di trasformazione sociale in senso progressista, ma si limitano ad una generica difesa nazionalistica (in un mondo che si sta globalizzando), arrivando in alcuni casi ad incitare alla guerra fra poveri (che ai ricchi fa tanto comodo). Oppur, come nel caso del M5S, ad un “governo degli onesti”, che suona tanto bene, ma è poco chiaro e lascia spazio a mille interpretazioni (per quanto riguarda le scelte politiche). Anche perché la critica ai “politici disonesti” è superficiale e non va a sviscerare a fondo il problema centrale dei rapporti economici e di classe.

 
La lotta contro le politiche liberiste (di cui l’UE e la BCE sono capisaldi) è e deve ridiventare patrimonio della vera sinistra, quella che difende i lavoratori e i ceti popolari.

E, allo stesso modo, la lotta per uscire fuori dalla NATO e dalle politiche guerrafondaie, che sono proprio quelle che in questi anni hanno alimentato il terrorismo (piuttosto che combatterlo, vedi Afghanistan, Iraq, Libia e Siria).