venerdì 28 marzo 2014

Italia: inefficienze, corruzione, illegalità. Da che dipende?

Molti di voi si saranno chiesti -io tantissime volte- come mai in Italia, e specialmente nel Centro-Sud, i servizi, la gestione politica, e un po' tutto quanto, funzioni spesso così male. Le inefficienze, i disservizi, le carenze, il pressappochismo, i tempi a volte lunghissimi, i lavori interrotti, ecc. ecc. Tutto ciò colpisce chiunque abbia una certa conoscenza dei paesi europei, dove tutto sembra funzionare meglio che da noi e dove maggiore è l'organizzazione e la puntualità.
A ciò si aggiunge che nel nostro paese l'illegalità è diffusissima, a partire dall'evasione fiscale, poi l'abusivismo, il lavoro nero, e il controllo spesso latita.
E poi abbiamo le grandi organizzazioni mafiose, fenomeno che non ha eguali, quantomeno in Europa e nel mondo occidentale.
Perchè tutto ciò?

La prima risposta che di solito si sente è quella per cui il problema risiederebbe nella "casta" politica italiana, particolarmente ladra e corrotta. Ma questa risposta non fa che spostare la domanda: perchè nel Bel Paese abbiamo tale ceto politico e da altre parti no? (in realtà, il ceto politico, lungi dal "plasmare" la società, ne è semmai molto più plasmato).

Un'altra risposta chiama in causa le caratteristiche mediterranee (o levantine) che avrebbero gli italiani e soprattutto i romani e i meridionali.
Ma anche questo discorso non regge: basta farsi un giro a Madrid o a Barcellona, e perfino a Lisbona, per notare strutture e servizi di una modernità e di un'efficienza, che Roma non si sogna neanche lontanamente. E non regge anche per un altro motivo: pure nella stessa Italia e anche nel Sud ci sono diverse eccezioni alla regola del malfunzionamento e della corruzione. Esistono ambiti dove le cose si riescono a far funzionare egregiamente, anche se purtroppo si tratta di situazioni limitate.
E allora da che dipende tutta questa inefficienza, quest'illegalità, questo pressapochismo e lentezza che abbiamo nel nostro paese?

Per abbozzare una risposta occorre, secondo me, andare a vedere quali paesi hanno tali caratteristiche, e a volte anche peggiori di noi.
Ebbene, corruzione, inefficienza, illegalità, sono fenomeni tipici dei paesi ex colonizzati, e che, nonostante la loro attuale indipendenza formale, mantengono, però in grande maggioranza una fortissima subalternità –di fatto- nei confronti della loro ex madrepatria (o di chi l'ha sostituita, di solito gli USA). Una subalternità soprattutto economica, ma in ultima analisi anche politica e spesso pure culturale.

Il "meccanismo" del paese colonizzato è -in soldoni- questo: io madrepatria mantengo il paese xy in condizione subalterna, dato che mi interessano le risorse del luogo, e/o intendo conquistarne il mercato (per vendere i prodotti del mio paese) e, inoltre, mi conviene sfruttare la manodopera locale a bassissimo costo.
Per ottenere tale risultato, non è necessario che il paese colonizzato sviluppi una sua efficienza, nè tantomeno una classe dirigente capace e progredita. Al contrario: i dirigenti locali devono esprimere subalternità, affidabilità, per non dire servilismo, e quindi devono essere un ceto "debole", nonché facilmente corruttibile.
Inoltre, per me (madrepatria) è assolutamente vitale che in tale paese non si sviluppi un'economia forte, nè infrastrutture o servizi efficienti (tranne, ovviamente, quelli che mi permettono di sfruttare le sue risorse).
E perfino la stessa illegalità diffusa gioca sempre a mio favore.

Dunque, ceto politico corrotto, e quindi debole, servizi e infrastrutture scarse e poco efficienti, illegalità diffusa e un'economia locale debole sono le caratteristiche tipiche dei paesi colonizzati o semi-colonizzati, o comunque subalterni.
Cosa centra in tutto ciò l'Italia, paese indipendente e "forte" (al punto da far parte del G8)?
Centra.

Il Bel Paese ha intanto una caratteristica che la rende unica (almeno in Europa): quella di comprendere al suo interno una zona con caratteristiche tipiche di un paese imperialista (Centro-Nord, e soprattutto il triangolo industriale Torino-Milano-Genova) e altre zone arretrate e paragonabili ai paesi subalterni (Centro-Sud).
In effetti, l'unificazione italiana nell'800 è stata, a ben vedere, una vera e propria colonizzazione del Centro-Sud da parte del Piemonte. Mentre nel Centro-Nord e soprattutto nel Nord-Ovest è emersa una classe dirigente industriale e politica liberale, nel Mezzogiorno i ceti dominanti erano agrari e poi sempre più politico-clientelari.

Dunque, sotto molti aspetti, il Sud è stato una semi-colonia del Nord. Caratteristica, questa, che è rimasta sostanzialmente immutata nel corso del '900 e fino ai giorni nostri.
E qui ci viene incontro l'analisi che fece Antonio Gramsci, nelle Tesi di Lione: "La grande industria del Nord adempie verso di esse [le popolazioni lavoratrici del Mezzogiorno] la funzione delle metropoli capitalistiche: i grandi proprietari di terre e la stessa media borghesia meridionale si pongono invece nella situazione delle categorie che nelle colonie si alleano alla metropoli per mantenere soggetta la massa del popolo che lavora." (Marx chiamerebbe questi ceti la "borghesia compradora").

L'Italia, inoltre, è, dal dopoguerra, in uno stato di subalternità politico-militare nei confronti degli Stati Uniti. Decine di basi militari della NATO (in ultima analisi americane) non possono non condizionare la politica italiana, anche grazie a strutture segrete, come è stata la "Stay Behind" (Gladio).
Certo, in questo caso siamo in buona compagnia, dato che un po' tutta l'Europa -chi più chi meno- condivide tale condizione.

Economicamente lo Stivale ha avuto un ruolo significativo nei decenni scorsi, tanto da far parte del G8. Ma tale ruolo ora è in netto declino e siamo sempre più subalterni soprattutto alla Germania. Ciò è dovuto da una parte ai limiti intrinseci della nostra struttura produttiva e dall'altra parte al modo come è stata concepita l'Unione Europea, ossia, con criteri ultra-liberistici e che mirano a salvaguardare in pratica solo gli stratosferici interessi delle banche e del capitale finanziario, a discapito delle popolazioni.
Anche qui, è evidente, siamo in buona compagnia (Grecia, Spagna, Portogallo, ecc.).
Tra l'altro non è vero ciò che sostiene Confindustria, ossia, che i nostri problemi economici deriverebbero dall'elevato costo del lavoro o dall'eccessiva tutela della forza-lavoro (sono in forte crisi -e spesso chiudono- pure le aziende che adoperano prevalentemente lavoratori precari, sottopagati e senza diritti). E' il "nanismo industriale", ossia, la proliferazione delle piccole-medie imprese, che stiamo pagando, di fronte ad una concorrenza straniera molto più agguerrita (soprattutto in termini di investimenti, che in Italia scarseggiano).

Infine l'Italia ha una posizione di subalternità nei confronti di quello che si può considerare a tutti gli effetti una potenza straniera, ossia, il Vaticano.
In nessun paese la Chiesa Cattolica esercita un potere ed un'influenza così massiccia e capillare come da noi. E anche a livello economico, le risorse che ci risucchia la Chiesa sono veramente enormi (già solo per il fatto che le sue attività commerciali non vengono tassate).
La Chiesa, inoltre, disponendo di scuole, ospedali e un'infinità di strutture (a pagamento) ha tutto l'interesse a che gli stessi servizi pubblici funzionino male. E questo spiega in parte, secondo me, molte delle carenze e dei disservizi che ci sono in Italia, e in modo particolare a Roma.

 

L'amministrazione di un paese come l'Italia, dunque, con almeno tre "madrepatrie" a cui rendere conto, e per giunta "colonizzata" anche al suo stesso interno (Nord-Sud) è talmente complessa e delicata, che ha finito giocoforza per svilupparsi una borghesia di tipo "compradora" (corrotta, clientelistica, poco propensa alla legalità, ecc.), assieme ad una borghesia capitalistico-industriale e oggi sempre più finanziaria. Questa seconda borghesia è sostanzialmente concentrata al Centro-Nord del paese.

Inutile dire che tutta la retorica sul „ceto politico“ corrotto non porta a niente. E nemmeno quella sui partiti: il neo-colonialismo si regge tranquillamente sulle dittature, come s’è visto in molti paesi del mondo.
I tagli alle spese politiche ci saranno -a prescindere dalle sparate di Beppe Grillo- su questo possiamo stare tranquilli. Ma ciò non cambierà di una virgola le numerose carenze e inefficienze che imperversano nel nostro paese.
Le cose potrebbero in teoria migliorare se da noi emergesse una borghesia imprenditoriale seria, intraprendente e lungimirante. Ma al momento non se ne vede nemmeno l’ombra.
E allora rimane solo la lotta dei ceti popolari, che, dopo decenni di sostanziale latitanza, dovrà necessariamente riemergere.

sabato 1 marzo 2014

Ucraina, ma quale rivoluzione...è guerra!

Già anni fa, nel 2004, in Ucraina c’era stata la cosiddetta “rivoluzione arancione”, che portò al potere Victor Juscenko, filo-occidentale.
Che tale “rivoluzione” non fosse stata proprio del tutto spontanea (ma foraggiata dall’Occidente) divenne evidente alle elezioni successive, nel 2006, quando Juscenko venne sconfitto e vinse Yanukovich.
Ma da allora molte cose sono cambiate. Non tanto in Ucraina, quanto a livello mondiale.

Se nei primi anni 2000 gli Stati Uniti esercitavano ancora una forte egemonia politico-economico-militare sul resto del mondo, oggi tale egemonia sta per essere via via sempre più ridimensionata.
L’affermazione dei paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), e in modo particolare della Cina, la crescente emancipazione dell’America Latina dagli USA, il fallimento del tentativo americano di controllare completamente il Medio Oriente, stanno mutando i rapporti di forza a livello mondiale a sfavore degli Stati Uniti.
A questo si aggiunge la forte crisi economica, che sta devastando l’Europa e creando seri problemi anche oltreoceano (ma ciò accade perché la si sta gestendo nel peggiore dei modi possibili: inasprendo le politiche liberiste).

Ma l’Occidente (USA in testa, come al solito), incapace di affrontare i problemi relativi alla crisi economica e di egemonia, in modo pacifico, razionale e accorto, non trova di meglio che alimentare e rinfocolare le tensioni, spingendo sempre più insistentemente verso un conflitto bellico.

Falliti gli interventi militari diretti in Afghanistan e in Iraq, ora l’Occidente ci prova con un’altra tattica: quella di provocare “rivoluzioni” (costruite ad arte) nei paesi ostili. Tali “rivoluzioni” vengono sovvenzionate, armate, legittimate e sostenute in tutti i modi dagli USA e/o da paesi come la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e altri.
In Libia è andata bene (per l’Occidente, non certo per i libici), ma in Siria no.
E siccome sono stati proprio i russi ad impedire all’ONU l’intervento militare in Siria, lungamente caldeggiato dall’Occidente (e da Israele), dov’è che scoppia la successiva “rivoluzione”?
In Ucraina, a due passi da Mosca!

Poco importa all’Occidente se la rivolta ucraina è stata condotta da elementi di estrema destra (tra cui i filo-nazisti di Svodoba; ma gli USA e gli europei non si sono mai fatti scrupoli ad utilizzare pure terroristi legati all’estremismo islamico, sia in Libia che in Siria, e anche altrove). L’importante era far cadere il governo filo-russo.
Il motivo principale –e neanche troppo nascosto- è quello di allargare la NATO all’Ucraina (o anche solo a parte di essa), per poter installare missili nucleari americani a poche centinaia di chilometri da Mosca.

E le questioni nazionaliste-linguistiche?
In realtà hanno un ruolo di fatto secondario nella vicenda. Le differenze tra la parte orientale dell’Ucraina (filo-russa) e quella occidentale, non russofila, sono state utilizzate strumentalmente per gli scopi di cui sopra.
Tali differenze, infatti, hanno convissuto per lunghi decenni in modo pacifico, come d’altronde accadeva nella Jugoslavia di Tito; poi, anche lì sono arrivati gli occidentali e, secondo il classico metodo del “divide et impera”, hanno fomentato divisioni, ostilità e guerre, per sottomettere e controllare economicamente e politicamente quelle regioni. Lo stesso sta facendo l’Occidente in Ucraina.

Ma la Russia non sta a guardare.
E non è un paese isolato, come lo erano la Serbia di Milosevich o la Libia di Gheddafi. E –non dimentichiamolo- è pure una potenza nucleare.
Il rischio che possa scoppiare una guerra di enormi proporzioni è notevole.
Anche perché da noi in Occidente, come accadeva ai tempi del fascismo che precedettero la II Guerra Mondiale, nessuno protesta: il movimento pacifista sembra completamente eclissato.
Proprio ora, che USA e Occidente spingono sempre di più verso una guerra dalle proporzioni e dagli esiti imprevedibili.

giovedì 20 febbraio 2014

Che cosa ci possiamo aspettare da Renzi?

Messo in crisi il Governo Letta, gli è subentrato quello capeggiato da Matteo Renzi.
Qualcuno ha parlato addirittura di colpo di Stato. Potrebbe sembrare una “sparata” e di sicuro è un’esagerazione. Ma non ci siamo nemmeno troppo lontani, considerando intanto il fatto che Renzi è stato eletto soltanto come segretario del Partito Democratico e non certo come Presidente del Consiglio e per giunta non è neanche un parlamentare.
Ma, a parte questi metodi molto poco democratici che si stanno affermando in Italia (più o meno la stessa dinamica è accaduta con la nascita del Governo Monti), qui il problema è capire che cosa cambierà ora che Letta è stato sostituito da Renzi.

Premesso che non ho mai nutrito grossa simpatia per uno come il Sindaco di Firenze, il quale è sempre stato considerato un esponente della destra PD (come se il PD non fosse già di per sé abbondantemente a destra, almeno in termini di politiche economiche). Per giunta passa per essere vicino a Berlusconi.
Le sue prese di posizione di qualche anno fa per l’abolizione della Festa del Lavoro, il 1 maggio, di sicuro hanno peggiorato il mio giudizio su di lui.
Ma, come sempre, nella realtà le cose non sono così semplici e schematiche.

In Italia ormai s’è affermata una visione della politica molto personalistica (siamo forse l’unico paese europeo che ha assorbito quasi completamente la cultura e i metodi politici statunitensi, da bravi “sudditi”).
Tale visione ci porta a dare erroneamente una enorme importanza al personaggio che va ad occupare posizioni di potere.
Ma se negli stessi USA il presidente è strettamente legato alle potentissime lobbies economico-militari-finanziarie, in Italia le cose non sono molto diverse.

Ora, consideriamo il fatto che sia Enrico Letta che Matteo Renzi hanno dietro di sé le grandi lobbies industriali-finanziarie: Letta è membro della Trilateral Commission (una sorta di massoneria ultra-liberista egemonizzata dagli USA) e ha partecipato a riunioni del Gruppo Bilderberg (altra massoneria, più segreta della prima), mentre Renzi ha origini democristiane e suo padre, Tiziano Renzi, grande imprenditore e possidente, pare abbia fatto parte della massoneria.
Stando così le cose il problema è capire per quale motivo c’è stato questo cambio al vertice e se ciò possa riflettere o meno uno scontro di potere.

Ossia, ciò che sta accadendo potrebbe essere dovuto, semplificando, a due fattori. Il primo, è che i due personaggi riflettano sostanzialmente gli stessi settori economico-sociali (i cosiddetti “poteri forti”), i quali, delusi dalle prudenze e “lentezze” di Letta nel portare avanti le politiche di austerità, richieste dall’Europa delle banche, si sarebbero rivolti a Renzi, il quale appare essere molto più deciso e “dinamico”.
Non è però nemmeno da escludere che ci sia uno scontro di potere tra settori diversi di capitale finanziario, o tra grande borghesia finanziaria internazionalizzata da una parte e medio-alta borghesia italiana poco finanziarizzata ed internazionalizzata. Renzi potrebbe anche rappresentare una possibile mediazione tra queste due forze.
Non sono in grado di fare questo tipo di analisi, che richiederebbe ben altre conoscenze. Ma tengo a sottolineare che sono queste le questioni che una sinistra SERIA dovrebbe porsi.

Un’altra questione, ovviamente legata ai discorsi di cui sopra, e che però ci riguarda direttamente, è quella di cercare di capire quali misure di politica economica il Governo Renzi intenda attuare.
Non ci sono dubbi, infatti, che il (non ancora ex) sindaco di Firenze intende “picchiare forte”. Ma “picchiare” chi?

I ceti popolari sono già stati abbondantemente “picchiati” nei decenni scorsi e oggi in Italia abbiamo il costo del lavoro fra i più bassi di tutta Europa e elevatissimi livelli di precarietà e non poca disoccupazione. Inoltre, il grado di conflittualità dei lavoratori è bassissimo, per non parlare della ormai totale assenza di rappresentanza parlamentare dei ceti popolari.

Certo, i ceti popolari si possono “bastonare” ancora di più e non credo che Renzi (e chi lo sostiene) si faccia grossi scrupoli a farlo.
Ma non è neanche detto che l’attacco questa volta non possa essere rivolto ai cosiddetti “ceti medi”, che in Italia rappresentano uno strato sociale molto sovradimensionato (rispetto a tutti gli altri grandi paesi europei). E che rendono l’economia italiana particolarmente debole e scarsamente competitiva con l’estero.
Il “nanismo industriale” del Bel Paese, infatti, è un evidente ostacolo nello sviluppo tecnologico e della ricerca, dato che ha sempre prosperato sul basso costo del lavoro (nonché sulla sua estrema precarietà), e sull’evasione fiscale.

Nei prossimi mesi ne sapremo qualcosa di più.
Una cosa è certa: se anche ci dovessero aspettare tempi durissimi, ciò non è dovuto al fatto che ora c’è Renzi. Renzi non è altro che il perfetto risultato finale di tutto il percorso che ha portato negli scorsi decenni dal PCI al PdS, ai DS e al PD.

domenica 9 febbraio 2014

ma il problema sono davvero i partiti?

Che in Italia ci sia stato un forte aumento del malcontento popolare negli ultimi anni è cosa nota.
La crisi economica, e soprattutto il modo come la si sta gestendo, sta portando numerosi danni economici, morali e politici nel nostro paese.
Imprese, laboratori e negozi che chiudono, licenziamenti, precarizzazione del lavoro, tagli ai servizi, alla scuola, alle pensioni. Molte famiglie –come si dice- non arrivano a fine mese e c’è stato un incremento dei suicidi, dovuti a tali problemi.

Il malcontento sociale, quindi, è più che legittimo. Ma tale malessere, affinché sia anche utile, oltre che legittimo, deve sapersi indirizzare bene.
Ossia, i ceti popolari, nel loro esprimere la loro rabbia, il loro malessere, la loro protesta, devono individuare chi sono i veri responsabili di queste condizioni. Altrimenti rischiano di farsi facilmente strumentalizzare da chi intende combattere alcuni settori, ma solo per perseguire fini propri, non di rado opposti a quelli convenienti ai ceti popolari.

Ho già ricordato più volte come è lo stesso capitalismo a generare le crisi economiche, per i suoi meccanismi intrinseci (vedere Marx) e come il forte intervento degli Stati nell’economia (Welfare State, partecipazioni nell’industria, ecc.) ne avesse attenuato tali dinamiche durante i decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.
Viceversa, le politiche liberiste degli ultimi 30 anni, modificando tale quadro, hanno fatto sì, che i meccanismi del capitalismo (crisi, ahimè, comprese) ritornassero prepotentemente.
Quindi, le responsabilità politiche principali della situazione negativa attuale, sono da attribuire, almeno per quanto riguarda l’Italia, ai GOVERNI. A quello attuale (di Letta), come a quelli precedenti (Monti, Berlusconi, Prodi…), fautori, appunto, delle politiche liberiste degli ultimi 20 anni.

Tutta la retorica, che in Italia imperversa da almeno 20 anni, sui generici “politici” e sui partiti, ladri e corrotti, e che sarebbero tutti la causa principale dei problemi attuali, dal momento che “si sono mangiati tutto”, è una retorica tanto pervasiva, quanto fourviante.
Non è un caso che chi a suo tempo ha cavalcato tale retorica (Berlusconi, che amava definirsi un “imprenditore” e non un politico; Bossi, con i suoi discorsi su “Roma ladrona”), non ha portato alcuna “pulizia” nella politica, ma, anzi…

Veniamo ai partiti.
Checché se ne dica, i partiti esercitano un ruolo importantissimo in quasi tutti i paesi del mondo, anche là dove i casi di corruzione politica si contano sulle dita di una mano. Questi mancano solamente dove vigono dittature, o monarchie assolute, come in Arabia Saudita o nel Vaticano.

In realtà, i partiti –o almeno quelli comunisti o seriamente di sinistra- sono nati a suo tempo proprio come strumento per promuovere la democrazia (là dove non c’era o scarseggiava) e per favorire la partecipazione alla politica dei ceti popolari (là dove, almeno formalmente, la democrazia già c’era).
Paradossalmente, il partito classico è stato –e in molti casi è ancora- un ottimo strumento proprio per contenere la corruzione che ha sempre albergato negli ambiti del potere (politico e non), dato che attraverso di esso i ceti popolari riescono ad esercitare un minimo di controllo sulle istituzioni.

Per decenni il Partito Comunista Italiano è stato proprio un partito con queste caratteristiche. Anche per questo alla fine è stato fatto fuori (dava troppo fastidio).
I partiti di oggi in Italia (con pochissime eccezioni) ormai non hanno più nulla a che vedere con questo tipo di partito, essendo diventati sostanzialmente dei comitati elettorali.
Ma criticare, per questo, i partiti tout-court significa buttare il bambino con l’acqua sporca!

Anche perché quale sarebbe l’alternativa?
Nell’ultimo secolo e mezzo, solo le dittature, le monarchie assolute e il notabilato dell’Italia dell’ottocento (e che oggi, in nome del “superamento del ’900” sta tornando in auge).
Poi, qualcuno può anche fantasticare di “democrazia on-line”, ma prenderlo sul serio può essere pericoloso: esistono migliaia di modi per controllare, falsificare, distorcere, condizionare i dati su internet.

lunedì 20 gennaio 2014

Il PD rimane sempre il PD. Renzi o non Renzi...

Il processo di americanizzazione della politica italiana –che dura ormai da oltre 20 anni- è andato talmente avanti, che non solo la percentuale dei votanti si sta avvicinando alla loro media (60-70% da noi; 50% negli USA), ma si assiste ad una crescente personalizzazione della nostra politica.
Ormai si ragiona sempre più per “leader” e sempre meno per partiti. Addirittura nascono partiti personali e altri partiti già esistenti vengono spesso identificati con il loro leader (ad esempio si parla molto più di Vendola che di SEL).

La spinta verso una politica sempre più legata a determinati personaggi e sempre meno ai partiti è nata in Italia già dai primi anni ’90, sull’onda dell’inchiesta “Mani Pulite”, che scoprì Tangentopoli.
La campagna mass-mediatica seguita a tale stagione ha molto insistito sul ruolo negativo dei partiti nella vicenda (buttando, come al solito, il bambino con l’acqua sporca) e tacendo, viceversa, sull’altra parte chiamata in causa, ossia, quella degli imprenditori che corruppero i politici; anzi: le imprese in quegli anni vennero presentate come la parte “sana” del paese (d’altronde stava per iniziare la grande stagione privatizzatrice ed era proibito parlare male delle imprese private).
I partiti (e lo statalismo) vennero visti –a prescindere- tout-court come il male assoluto e fonte di ogni corruzione e malfunzionamento, per cui si lavorò per un ridimensionamento del loro peso e per il rafforzamento dei singoli leaders politici e tutto ciò venne presentato come una cosa positiva, più democratica (i cittadini che sceglievano direttamente la persona che andava a governare).

Ma, come è più o meno sempre accaduto negli ultimi 25 anni, tutte le misure e i cambiamenti che ci sono stati presentati come migliori, come più efficienti, come più democratici, come la soluzione dei problemi, ecc., alla fine si sono puntualmente dimostrati l’esatto contrario (le privatizzazioni “contro lo statalismo” si sono tradotte alla fine in una svendita del grande patrimonio industriale italiano agli stranieri, che oggi lo stanno smantellando).
L’estrema personalizzazione della politica ha prodotto fra l’altro, il “berlusconismo”, che in quanto a corruzione e “porcate” ha superato ampiamente il PSI craxiano e la DC.

In realtà per la maggioranza dei cittadini (quelli di estrazione popolare) è –paradossalmente- preferibile votare per un partito classico, che non per una persona. Non è per caso che la nostra Costituzione individui proprio nei partiti la base della partecipazione politica democratica.
Il partito tradizionale classico, infatti, aveva alla sua base una determinata concezione della società e dell’economia, e quindi un’ideologia (scusate la bestemmia), tale, per cui chi andava a governare era tenuto in larga misura a rispettare certi orientamenti di fondo e non poteva permettersi troppe libertà (doveva rendere conto ad una base organizzata e un minimo preparata e consapevole).

Viceversa, il leader è molto meno vincolato da questo punto di vista e può permettersi molte più libertà e quindi può essere molto più facilmente manipolabile da parte dei poteri forti.
Romano Prodi, ad esempio, andò al governo nel 2006 sulla base di un preciso programma, che poi ha largamente disatteso, finendo, invece, per portare avanti politiche che in quel programma non c’erano (l’ampliamento della base americana di Vicenza). Lo stesso Barack Obama venne eletto sulla base di un programma di 10 punti, dei quali ne ha realizzato soltanto uno (la c.d. “riforma sanitaria”), e anche quello in modo molto blando e discutibile.

Venendo al Partito Democratico e a Matteo Renzi.
Molta gente di sinistra in questi anni ha paventato la prospettiva, oggi divenuta realtà, ossia, che il sindaco di Firenze potesse prendere le redini del PD, in quanto ritenuto troppo “di destra”, nonché vicino a Berlusconi.
Altri, viceversa, ritengono che Renzi sia più adatto a rilanciare il PD, in quanto giovane e estraneo (?) ai vecchi “dinosauri” del partito, tipo i vari D’Alema, Veltroni e Bersani.

Chi ha ragione? Nessuno dei due!

In realtà il personalismo della politica è un fenomeno più di facciata, che reale. Non nel senso che decidono i partiti, bensì che sono le lobbies economico-finanziarie ad avere un immenso potere. E questo non solo in Italia, ma pure negli USA (Kennedy non è stato assassinato a caso).
Il “restyling” che il PD sta attuando attraverso il “giovane” Renzi non deve ingannare. Tale partito, infatti, presenta già fin dalla sua nascita una sua natura sociale: il grande capitale finanziario.
Il PD, tra l’altro, è il più fedele esecutore delle direttive europee dell’”austerity” (ossia, del massacro sociale) che perseguono praticamente solo gli interessi delle grandi banche, specificamente quelle tedesche.
Non è un caso che tale partito abbia governato (assieme a Berlusconi) con Monti e ora Letta (frequentatori della Trilateral e del Gruppo Bilderberg, gruppi semi-massonici ultra-liberisti).

La segreteria di Matteo Renzi, quindi, lungi dal rappresentare una “svolta” del PD, ne rappresenta invece il suo pieno sviluppo in perfetta continuità con il percorso iniziato nel 1989 (PDS-DS-PD).

venerdì 27 dicembre 2013

Nelson Mandela, grande eroe della lotta anticoloniale!

Dopo mesi di agonia, alla fine si è spento recentemente il grande Nelson Mandela.

E’ impossibile sintetizzare in un breve articolo la sua vita. Ma alcune osservazioni di fondo vanno fatte.
Mandela è stato l’eroe della lotta contro l’Apartheid.
Per chi non lo sapesse, l’Apartheid era un regime razzista e segregazionista del Sudafrica, governato allora dai bianchi, discendenti dei colonizzatori inglesi e olandesi. La grandissima maggioranza della popolazione, ossia i neri, non avevano di fatto cittadinanza e non potevano votare.

Per diversi decenni, Mandela, socialista, ha lottato contro quel brutale regime, fondando L’ANC (African National Congress), e facendosi, per questo, ben 27 anni di carcere. E divenendo poi presidente del Sudafrica una volta caduto il vecchio regime, nel 1994.
Fin qui è cosa nota.

Cosa meno nota ai più giovani (e forse dimenticata da molti altri meno giovani) è che i grandi campioni di “democrazia”, nonché “difensori dei diritti civili”, ossia, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sostenuto fino alla fine tale regime repressivo.
E l’Apartheid non era solo razzismo: significava anche brutale sfruttamento della forza-lavoro di colore, soprattutto nelle miniere (il Sudafrica è ricchissimo di minerali) e povertà diffusa, sempre ovviamente tra la popolazione nera.
Dunque, Nelson Mandela e l’ANC non hanno dovuto combattere soltanto contro il regime sudafricano, ma di fatto anche contro gli USA e la GB.

Ma in questa lotta per fortuna non erano soli.
Un grosso e determinante aiuto è venuto dall’Angola (che il Sudafrica invase, attraverso la Namibia) e soprattutto da Cuba.
I cubani, infatti, hanno dato un aiuto determinante durante la guerra che gli angolani hanno dovuto sostenere contro l’invasore sudafricano. La battaglia decisiva fu quella (vinta) di Cuito Canavale, nel 1988, che ha permesso la liberazione dell’Angola e ha messo in crisi il regime sudafricano dell’Apartheid. Cosa che ha fatto sì che in seguito il regime dovette fare delle aperture –liberando Mandela- e che portarono, alla fine, a libere elezioni e alla vittoria dell’ANC.

La lotta eroica di Mandela e dell’ANC è stata, quindi, contro il colonialismo e tutte le varie forme con cui questo ancora oggi sopravvive.
Cessato, infatti –sull’onda del movimento anticoloniale del dopoguerra- il colonialismo politico diretto e ufficiale (e anche questo non ancora del tutto; diversi territori sparsi nel mondo ancora appartengono a GB, Francia e USA), vi è un altro colonialismo, più indiretto, basato sullo sfruttamento economico e su dittature e regimi vari “locali”, ma dipendenti di fatto –o comunque vicini- alle grandi potenze occidentali (vedi Israele e la sua brutalissima repressione del popolo palestinese).

Incredibile a dirsi, ma Nelson Mandela nel 1993 riesce ad ottenere pure il Premio Nobel per la Pace –difficilmente lo danno a chi non piace a USA e GB- anche se assieme a De Klerk (sarebbe stato troppo, sennò), ossia, l’allora presidente del Sudafrica, protagonista anche lui dell’apertura del regime all’ANC, ma, certo, molto meno eroico del primo.

Ma, morto Mandela, la lotta contro il colonialismo è tutt’altro che finita. E questo molti popoli del cosiddetto “Terzo Mondo” lo sanno bene, anche perché lo subiscono sulla loro pelle.
Numerose, infatti, sono le “guerre civili” o “guerre tribali” soprattutto in Africa, che –a differenza di ciò che ci fanno credere i nostri mass-media- sono in realtà guerre fomentate, finanziate e armate dalle potenze europee e soprattutto dagli USA, per ottenere indirettamente lo sfruttamento delle immense risorse, soprattutto minerarie e petrolifere, del Continente Nero (Sudan, Congo, Nigeria, ecc).

giovedì 19 dicembre 2013

ma sì, continuiamo a privatizzare....

La grande ondata privatizzatrice in Italia è iniziata negli anni ’90, sull’onda della “sbornia ideologica” liberista, per cui veniva messo ferocemente in discussione il ruolo dello Stato (considerato inefficiente, corrotto, se non ladro) nell’economia, in favore delle imprese private (considerate, viceversa, la parte “sana” della società).
Questa “sbornia ideologica” liberista, oltre ad aver favorito l’emergere di figure discutibili come Berlusconi (allora considerato solo un abilissimo imprenditore di successo), portò soprattutto il governo del Centro-sinistra Prodi a privatizzare enormi settori imprenditoriali e bancari, fino allora dell’IRI (da notare che paesi molto più avanzati ed efficienti di noi –tipo Germania e Francia- si sono guardati bene dal privatizzare settori di importanza strategica, come è stato fatto da noi). L'elenco sarebbe lunghissimo e ve lo risparmio.

I risultati?
Ora, mettiamo da parte i guadagni miliardari di imprenditori di dubbie capacità (e moralità), del calibro di Colaninno o Tronchetti-Provera e proviamo anche a dimenticarci che molte aziende e banche sono state svendute a prezzi bassissimi (quando valevano assai di più).

Passiamo alle conseguenze: intanto aziende italianissime sono passate nel giro di pochi anni in mano straniera (Alitalia ai francesi, Telecom agli spagnoli, Alcoa agli americani, solo per citare i casi più noti).
Poi, i tanto sbandierati miglioramenti del servizio si sono rivelati spesso un flop (Trenitalia investe praticamente solo sull’alta velocità, a scapito del servizio locale e pendolare, in condizioni da paese sottosviluppato).
I costi dei servizi molte volte invece di diminuire sono aumentati e i tagli sui posti di lavoro sono stati notevoli. Per non parlare di aziende che chiudono (l’Alcoa e, almeno in parte, l’Ilva).
Non è un caso che in diversi paesi europei (Francia, GB) alcuni servizi già privatizzati, vengono ri-pubblicizzati.

Ma veniamo ai giorni nostri.
Il Governo Letta, nell’intento di rispettare gli accordi europei sulla riduzione del debito pubblico (fiscal compact), vuole proseguire con le privatizzazioni. E’ possibile che la scelta di privatizzare sia dettata dalla volontà di attenuare il massacro sociale che si avrebbe praticando una politica di soli tagli.
Ma, per i motivi di cui sopra, le privatizzazioni si riveleranno comunque un massacro sociale, anche se un po’ più “soft”.

Naturalmente non viene presa nemmeno in considerazione l’idea di tagliare gli enormi sprechi e privilegi vari, oppure di prendere i soldi là dove ce ne sono, e pure in grande abbondanza.
Ad esempio, si continua a non voler contrastare seriamente la grande evasione fiscale. Si potrebbero tassare i grandi patrimoni, oppure le rendite finanziarie, oppure quantomeno una parte delle colossali ricchezze che la Chiesa Cattolica detiene in Italia, nonché il suo immenso giro d’affari e di interessi.

Naturalmente si finge di dimenticare il fatto che tutti i numerosi paesi che in passato hanno provato a ridurre il loro debito, attraverso massicci tagli alla spesa pubblica, sono andati incontro ad un clamoroso e totale fallimento (l’Argentina è solo il caso più noto), deprimendo fortemente la loro economia, riducendo in miseria la grande maggioranza della loro popolazione, compreso i cosiddetti “ceti medi”. E senza riuscire, nonostante tutto ciò, a ridurre significativamente lo stesso debito pubblico.

Mi sto sempre più convincendo che in questo contesto la prima cosa da fare è quella di riacquistare la nostra sovranità monetaria USCENDO DALL’EURO.
Certo, la sola uscita dall’euro non basta a risolvere i problemi di fondo, che sono dovuti alla crisi economica, effetto delle politiche liberiste degli ultimi decenni. Si tratta di una misura-tampone, che però, oggi come oggi si sta rivelando sempre più urgente.