martedì 28 maggio 2013

elezioni comunali: astensionismo e dittatura di fatto

Com'era fin troppo facile da prevedere, le ultime elezioni comunali hanno visto un enorme incremento dell'astensionismo.
L'astensionismo -osservazione forse banale- rappresenta nella grandissima maggioranza dei casi una sfiducia nei confronti della politica. Non solo e non tanto nei partiti (come si vuole far credere), quanto dei "politici" tout-court. Ovverossia, del fatto che questi possano rappresentare effettivamente i nostri interessi e diritti.

Un dato anche significativo è il calo dei voti al Movimento 5 Stelle. Calo che si è andato a riversare -suppongo- anche questo nell'astensionismo, cosa questa che dimostra che il voto al M5S delle ultime politiche dello scorso febbraio era in buona parte un astensionismo mascherato.

Certo, l'astensionismo rappresenta in gran parte dei casi il modo più semplice e comodo di esprimere malcontento, quando non "ribellismo". Talmente comodo da essere assolutamente sterile: negli USA da sempre vota all'incirca la metà degli aventi diritto; cionondimeno chi vnce le elezioni (con il 25% dell'elettorato effettivo) si sente più che legittimato a governare e persino a scatenare guerre sanguinose nei più remoti angoli del mondo.

Diciamo che l'aumento dell'astensionismo, a ben vedere, registra una situazione determinatasi già da tempo: il potere in Italia è ormai saldamente nelle mani dei grandi potentati economici (banche, multinazionali, USA, Vaticano...ossia, il ceto sociale chiamato anche BORGHESIA). E quindi chiunque vince le elezioni -in questa fase storica- dovrà in qualche modo piegarsi a tali interessi.
Di fatto, la nostra società assomiglia molto più ad una dittatura, che a una democrazia.
Marx parlava, giustamente, di "dittatura della borghesia".

Per chi proviene dai ceti popolari, pensare che oggi il voto possa servire per eleggere qualcuno che poi andrà concretamente a portare avanti i nostri interessi, magari scontrandosi con i poteri forti, è pura utopia. A livello nazionale non se ne parla proprio, e nemmeno a quello regionale. Forse a livello comunale, ma non certo per i comuni delle grandi metropoli. Al massimo si potrà verificare che qualcuno -se ben sostenuto a prescindere dalle elezioni- potrà realizzare alcune politiche decenti.
I poteri forti (la borghesia) oggi come oggi sono troppo potenti perchè qualche eletto possa contrastarli seriamente.

L'unica cosa che si può -e si deve- fare è quella di costruire un 'opposizione forte e seria (non parolaia alla Grillo, per intenderci).
E tale opposizione deve essere costruita innanzitutto a livello sociale, prima ancora che politico.
I settori popolari devono riprendere a LOTTARE e ad organizzarsi. La resistenza -perchè di questo si tratta- alle politiche liberiste, che stanno impoverendo milioni di persone, va portata avanti a partire dalle lotte concrete.
Su questa base, poi, si andranno a promuovere quelle forze politiche che riescono a rappresentare al meglio questi settori e queste lotte.

Si tratta di un percorso lungo, stretto e difficile e che darà i suoi frutti col tempo, ma non ci sono alternative.
Il semplice affidarsi all'"uomo forte" o a quello carismatico o all'"uomo della provvidenza" non porta a niente, se non forse a peggiorare la situazione.
Nè conviene, alla lunga, votare sempre per il "meno peggio". Ma mi pare che quest'ultima cosa sempre più italiani la stanno capendo.

lunedì 13 maggio 2013

come ti distruggo la sinistra italiana (parte terza e ultima)

Rifondazione Comunista
La nascita di Rifondazione Comunista -nel contesto dell'ondata suscitata dalla caduta del Muro di Berlino e mentre l'ex PCI si scioglieva per diventare, in grandissima parte, PdS- è stata di sicuro un fatto provvidenziale. Si era creato uno spazio in cui numerosi comunisti e persone di sinistra hanno potuto continuare a far politica, senza adeguarsi alla deriva liberista che stava prendendo il PdS.

Purtroppo il PRC ha avuto, costituzionalmente, dei limiti di fondo, che hanno portato il partito con gli anni a subire parecchie scissioni consistenti e ad indebolirsi.
Rifondazione Comunista sembra essere stata concepita fin dall'inizio -a differenza del PCI- come un semplice contenitore di quella che oggi viene chiamata la "sinistra radicale": il lavoro di analisi rigorosa, di elaborazione di una strategia, di radicamento tra i lavoratori e nei settori popolari, di formazione dei militanti, di costruzione di un'organizzazione capillare ed efficiente, insomma, tutto ciò che aveva consentito al PCI di essere diventato quello che era, veniva trascurato, quando non negato -o addirittura a volte disprezzato in alcuni aspetti- dentro Rifondazione (con ciò nulla togliendo a tutte quelle realtà locali che in questi anni si sono spese anche molto generosamente nella militanza; ma qui si parla del partito complessivo, del modo come è stato concepito e dei suoi orientamenti di fondo).

Proprio i recenti avvenimenti esteri (fine dell'URSS) e i cambiamenti della società e del mondo del lavoro di quegli anni avrebbero dovuto creare -se il PRC fosse stato un partito comunista valido- un dibattito e un'esigenza di analisi approfondita, per adeguare l'intervento politico. Viceversa, nel PRC l'analisi è stata praticamente assente, o limitata a pochissime persone (per analisi si intende lo studio delle dinamiche sociali profonde, e non -come di solito si fa- la semplice analisi politica, spesso molto superficiale). E ciò a dispetto del nome "rifondazione", nome che è rimasto un pio desiderio.
Il risultato è stato che le diverse anime (partitini, correnti, ecc.) che componevano il PRC hanno finito semplicemente per convivere, senza un vero confronto e soprattutto senza una sintesi. Le scissioni ne sono state una conseguenza.

Anche il Partito dei Comunisti Italiani (nato da una delle scissioni del PRC, nel 1998) nonostante il suo più netto e ostentato riferimento al PCI, non ha mai saputo creare le premesse per il rilancio di un nuovo partito comunista radicato nella società, non residuale e non subalterno alla "sinistra" moderata, limitandosi sostanzialmente a vivacchiare di rendita.


Il cosidetto "berlusconismo" e la lotta ideologica anticomunista
Spesso, a sinistra, si è parlato, nel descrivere un certo tipo di subcultura e di (mal)governo, di "berlusconismo". Termine alquanto curioso, quanto poco utile a capire certe dinamiche. Si sono attribuiti i vari successi che ha avuto Forza Italia (e le coalizioni di centro-destra) soprattutto al fatto che il Cavaliere avesse in mano le televisioni (o addirittura al presunto "rincoglionimento" di tanti italiani, che l'hanno votato).
In realtà, tali successi sono derivati essenzialmente dal fatto che Berlusconi ha saputo creare un blocco sociale tra i ceti piccolo-medio borghesi e una grossa fetta della grande borghesia.
Ma, a ben vedere, anche dal fatto che il partito egemone della "sinistra", ossia il PdS-DS (poi PD) si è limitato ad evocare e ad usare l'antiberlusconismo soltanto quanto gli serviva per drenare i voti di sinistra, ma non ha mai lavorato concretamente per indebolire Berlusconi, quando ha potuto farlo.

Viceversa, il PdS-DS-PD si è totalmente inserito -e molto attivamente, nonostante le origini dei suoi dirigenti- nella lotta ideologica anticomunista post '89.
Lotta ideologica che, distorcendo la storia, si è basata sulla caricatura dei soli aspetti negativi dei paesi a socialismo reale ("dimenticandone" i numerosi lati positivi e progressisti) e presentando "il comunismo" come opzione politica fallimentare, se non detestabile, arrivando addirittura a paragonare tali società a quelle nazi-fasciste, in nome di un mai ben definito "totalitarismo".
Tali discorsi non hanno nulla a che fare con un'analisi storico-sociale seria (tanto è vero che i "nostalgici" del socialismo reale nell'Europa dell'Est sono numerosi e in crescita). Si tratta di una vera e propria lotta ideologica, finalizzata a sradicare nella coscienza dei ceti popolari l'idea che sia possibile una società migliore e più giusta di quella dominata dalle banche e dalle multinazionali (e in Italia anche dal Vaticano), insomma, dal capitalismo.

La lotta ideologica è molto importante e quella anti-comunista in Italia ha talmente fatto breccia, che noi oggi ci troviamo in una situazione in cui milioni di giovani (e meno giovani) disoccupati e di lavoratori e pensionati che non arrivano alla fine del mese, i quali avrebbero tutte le ragioni di aderire ad un discorso di superamento del capitalismo, viceversa se ne tengono assai a distanza, e, nella loro confusione ideologica, si lasciano più facilmente incantare dalle sirene degli urlatori ambigui, tipo Grillo.

Sempre sul fronte ideologico va ricordato che un ruolo importante nello spostamento della coscienza del "popolo di sinistra" verso posizioni liberiste l'ha svolto sicuramente il quotidiano "La Repubblica", il quale ha dato a suo tempo anche un apporto decisivo affinchè venisse sciolto il PCI.


Conclusioni
E' paradossale che proprio ora che c'è la crisi e che stanno venendo -drammaticamente- al pettine i nodi del capitalismo e le conseguenze delle politiche liberiste degli ultimi decenni, in Italia non esiste praticamente più una forza in grado quantomeno di contestare seriamente tali politiche (il M5S pratica una contestazione molto piccolo borghese, ossia, critica alcuni aspetti del capitalismo, ma non il capitalismo tout-court; anzi, sembra auspicare un ritorno alla piccola imprenditoria, ormai ampiamente superata dall'evoluzione de capitalismo stesso).
Quindi, manca una forza coerentemente di sinistra.
E siamo forse l'unico paese europeo in queste condizioni. Dalle stelle alle stalle, è il caso di dirlo!
Il compito, la sfida più grossa oggi in Italia è proprio questa: ricostruire una forza di sinistra (e una comunista, le due cose possono e devono viaggiare in modo parallelo). Una sinistra che non sia nè subalterna ai poteri forti, come lo sono il PD e tutto ciò che gli ruota intorno, nè tantomeno settaria e marginale.
L'unica "rivoluzione" possibile in Italia, oggi come oggi, è questa.

domenica 5 maggio 2013

Governo Letta-Alfano. Ossia, BCE, USA e Vaticano dettano legge.

Alla fine, dopo mesi di "travaglio", è nato il nuovo governo. Il Governo LETTA-ALFANO.

Un governo PD-PdL (alla faccia del "voto utile" contro Berlusconi).
Non mi dilungo troppo sull'analisi di questo nuovo governo, che vedremo presto all'opera.
Dico solo che le premesse non fanno assolutamente ben sperare per i lavoratori, i disoccupati, i pensionati, insomma, per i ceti popolari.

A cominciare da Enrico Letta.
Il quale proviene dalla Margherita e il suo curriculum politico sprizza liberismo da tutti i pori.
Ma il dato più significativo è la sua frequentazione della massoneria mondiale, ossia, il Club Bilderberg (dicui hanno fatto parte anche Monti, Prodi, Draghi e Tremonti) e la Trilateral Commission.
Stiamo parlando di organismi ultra-elitari massoni che tentano di governare il mondo, anche attraverso guerre, colpi di stato, dittature, organizzazioni terroristiche e quant'altro.
La sua fedeltà agli organismi economici, tipo la BCE, che stanno portando alla rovina sempre più Stati europei (Grecia, Spagna, Portogallo, ma anche Italia) è indiscutibile.

Il Ministro degli Interni è Angelino Alfano. Devo aggiungere altro?

Il Ministro degli Esteri è Emma Bonino.
Parliamo di una, la cui collocazione filo-USA è inossidabile. E ciò in un contesto in cui l'Occidente -USA in testa, naturalmente- sta premendo sempre più per allargare il fronte della guerra (Afghanistan, Iraq, Libia. Ora Siria, domani probabilmente Iran). Spero proprio di sbagliarmi, ma temo che la Terza Guerra Mondiale si stia sempre più avvicinando.

Poi, abbiamo Quagliarello...(no comment!). Addirittura alle Riforme Istituzionali.
Registriamo, inoltre, il ritorno di Miccichè, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio.



Che dire?
Diciamo che i poteri forti in Italia (USA, Germania, Vaticano e banche) sono ben rappresentati.
Gli interessi dei ceti popolari, viceversa, sono totalmente assenti.
Anche a questo è servito il "voto utile" al PD.

Staremo a vedere, ma dico fin da subito che personalmente non mi aspetto nulla di buono.
Anche perchè la protesta popolare e l'opposizione sono in mano ad una forza come il M5S, forza tanto "rumorosa", quanto in realtà poco chiara e assai ambigua sotto molti aspetti.

lunedì 22 aprile 2013

come ti distruggo la sinistra italiana (parte 2)

La svolta della Bolognina
La decisione del segretario del PCI, Achille Occhetto, nel 1989 di cambiare il nome -e soprattutto la sostanza- al più grande partito comunista dell'Occidente rappresenta sicuramente il fatto di gran lunga più grave e nefasto per la sinistra italiana tutta: un immenso patrimonio umano, professionale, politico, teorico, culturale (ecc. ecc.), punto di riferimento per milioni di lavoratori e per i ceti popolari (e non soltanto) viene definitivamente a mancare, con tutte le pesantissime conseguenze che ciò avrà.

Nonostante la proposta dell'ultimo (in tutti i sensi) segretario del PCI nascesse in modo apparentemente improvviso e dettata dalle circostanze (pochi giorni prima ci fu la caduta del Muro di Berlino) in realtà questa era stata di sicuro preparata già da tempo. Occhetto colse al balzo la preziosissima occasione degli eventi che stavano sconvolgendo l'Europa orientale, per realizzare ciò che lui, e tanti altri assieme a lui, avevano silenziosamente in mente da anni.
La morte del PCI è stato il primo anello di una lunga catena di divisioni, di disorientamenti, di lacerazioni, e soprattutto di spostamenti verso il centro della sinistra italiana.
Da allora quest'ultima è entrata in uno stato di agonia, fino a raggiungere, negli anni più recenti lo stato semi-comatoso, nel quale si ritrova adesso.

Dalle ceneri del PCI nacque il Partito Democratico della Sinistra (PdS), il quale, come già il PSI craxiano, si trasformerà in breve tempo in un partito non più di sinistra, a dispetto del nome. Infatti, se per "sinistra" si intende quantomeno una generica difesa dei lavoratori e dei ceti popolari, è chiaro che un partito che accetta la controriforma delle pensioni di Dini (ex ministro berlusconiano), approva le numerose privatizzazioni fatte dal Governo Prodi, nonchè la precarizzazione del lavoro (legge Treu), e tutto ciò senza ottenere nulla in cambio, non vedo proprio come possa essere considerato "di sinistra".
La successiva involuzione del PdS in DS e poi, amaris in fundo, nel Partito Democratico, chiarisce definitivamente ogni residuo dubbio in proposito (per chi lo vuole capire): oggi il PD è strettamente legato alle alte sfere del potere finanziario, oltre che delle gerarchie vaticane.


Le riforme elettorali
Un altro elemento che ha fortemente contribuito al declino e poi alla marginalizzazione della sinistra italiana sono state le riforme elettorali.
Si è iniziato con l'introduzione del sistema maggioritario (voluto, non a caso, anche dal PdS) nel 1993.

Tale sistema produce una distorsione della volontà dell'elettorato in senso centrista. Da allora numerosi elettori vengono spinti a non votare la forza politica preferita, bensì per il "meno peggio".
Il grande boom iniziale della neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi nel '94 è stato un primo effetto di tale mutamento.
In seguito sono stati introdotti altri meccanismi distorsori della volontà dell'elettorato: soglia di sbarramento e premi di maggioranza.
Tutte queste "riforme" sono finalizzate a garantire la vittoria alle forze centriste-conservatrici, a dispetto dei reali sentimenti popolari. Povera nostra Costituzione!


La questione sindacale
Un'altra cartina di tornasole che evidenzia in modo palese quanto tutto il panorama politico-economico-sindacale italiano abbia subito in questi ultimi decenni un'impressionante spostamento verso posizioni filo-padronali, è data dalle politiche sindacali.

La CGIL, in modo particolare, nel corso di questi decenni è arrivata ad accettare delle politiche di attacco ai ceti popolari, contro le quali solo pochi anni prima avrebbe fatto fuoco e fiamme.
Elenco sinteticamente i passaggi più importanti:
dalla "svolta dell'Eur", nel 1977, in cui la CGIL accettava la "politica dei sacrifici" (solo per i lavoratori), all'eliminazione della scala mobile, nel 1992; poi le "riforme" delle pensioni (Dini e Fornero), con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo (e quindi pensioni più basse) e con l'allungamento dell'età pensionabile (cosa che ha prodotto il fenomeno degli "esodati"), l'introduzione del precariato (legge Treu, prima, e poi legge 30) e il recentissimo attacco all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (povero Di Vittorio, altro che ribaltarsi nella tomba).

Ma, a differenza della CISL e della UIL, la CGIL rimane tuttavia un sindacato con robuste componenti sinceramente di sinistra, a partire dalla FIOM. Anzi, in questo contesto, le battaglie che quest'ultima sta portando avanti sono veramente encomiabili e se la CGIL vuole rimanere un sindacato che difende i lavoratori -e quindi di sinistra- dovrebbe ripartire proprio da ciò che fa la FIOM.

D'altronde a sinistra della CGIL s'è mosso poco. I vari Cobas per lunghi anni hanno faticato ad uscire da una dimensione infantilistico-estremista e spesso sono stati anche divisi tra di loro. La recente nascita dal loro seno dell'USB, però, è da seguire con interesse.
Sulla CISL e la UIL c'è poco da dire: se fino agli anni '70-'80 potevano ancora sembrare dei sindacati, oggi è veramente faticoso distinguerli dalla parte peggiore di Confindustria.

(continua)

lunedì 15 aprile 2013

come ti distruggo la sinistra italiana (parte 1)

Negli anni '60-'70 l'Italia aveva la sinistra più forte di tutta l'Europa occidentale.
Ed oltre ad essere forte, era una sinistra su posizioni, nel complesso, molto avanzate.
Il grosso era dovuto ovviamente al Partito Comunista Italiano: partito robusto, radicato, ben organizzato e ideologicamente forte e coeso. Ma soprattutto dotato di un enorme consenso popolare stabile. Consenso che andava assai al di là del voto.
Ma anche il secondo partito di sinistra, il Partito Socialista, aveva contenuti nettamente di sinistra (si parla naturalmente del PSI pre-craxiano).
E a tutto ciò vanno aggiunti il '68 e le forze della sinistra extraparlamentare.
La notevole influenza della sinistra sul mondo culturale, poi, era evidentissima.

A distanza di 40 anni sulla sinistra italiana sembrano essere passate ogni sotra di calamità naturali: terremoti, alluvioni, incendi. Di tutto!
Oggi la sinistra italiana è sicuramente tra quelle ridotte peggio nel panorama europeo e in preda ad una confusione e ad una crisi d'identità spaventosa.
Sintomo evidente di questa situazione è il fenomeno che possiamo chiamare del "voto ambulante": ossia, persone che ogni anno votano una forza politica diversa e spesso e volentieri non votano affatto.
Lo stesso luogo comune, oggi così diffuso nel Bel Paese (ma non all'estero), per cui si ritiene superata la distinzione tra "destra" e "sinistra" la dice lunga sullo stato comatoso in cui versa la sinistra italiana.

Come si è arrivati a tutto ciò?

Trattare tutti i numerosi passaggi richiederebbe un intero libro, e pure bello corposo. Mi limito qui a sviscerare solo quelli più significativi e le dinamiche di lungo tempo che hanno concorso a tale risultato disastroso, che ha dell'incredibile, se solo si pensa a quella che era la situazione di partenza, negli anni '70.

Un'altra premessa è doverosa: il lungo percorso in questione non è solamente il frutto di una precisa strategia -che comunque è esistita- bensì anche di fattori oggettivi. Fattori che, per motivi di spazio, mi limiterò solo ad accennarli: la delocalizzazione (ossia, lo spostamento della produzione all'estero), l'esternalizzazione (la quale, però, non è del tutto estranea alla strategia di cui sopra), la fine del campo sovietico tra l'89 e il '91, l'enorme ondata immigratoria (fenomeno che in Italia è "esploso" soprattutto a partire dagli anni '90), e l'esistenza, da noi più che in qualsiasi altro paese europeo, di una vasta e diffusa piccola-media borghesia (piccoli imprenditori, artigiani, negozianti, liberi professionisti, ecc.), la quale tende facilmente a spostarsi su posizioni destrorse, come in effetti è accaduto in Italia, influenzando anche i settori più popolari.

Ma veniamo al dunque.


Le prime sconfitte del PCI e della sinistra
il processo di decadenza del PCI inizia a manifestarsi già alla fine degli anni '70 (tralascio qui la gestione berlingueriana del partito, dato che, anche ciò, richiederebbe troppo spazio).
Di sicuro la vicenda legata ad Aldo Moro ha influito negativamente sul PCI, facendo fallire il Compromesso Storico e costringendo il partito ad un ripiego ("alternativa democratica").

La seconda "batosta" sulla sinistra non s'è fatta attendere: la "marcia dei 40 mila" dell'ottobre 1980, che ribaltò i rapporti di forza tra padronato e sindacati ed inaugurò una nuova stagione sindacale, basata sulla subordinazione, via via crescente, dei secondi al primo (con rari quanto effimeri episodi di "rialzamento di testa", come nel 2002, quando la CGIL di Cofferati si oppose -allora- all'abolizione dell'articolo 18, con una mobilitazione impressionante).
La sconfitta dell '80, segnando un indebolimento del movimento operaio, non poteva che ripercuotersi, col tempo, negativamente sulla sinistra politica, come si vedrà.


Il PSI craxiano
Con la gestione craxiana del Partito Socialista si crea un paradosso. Ossia, un partito formalmente "di sinistra" si trasforma in qualcosa di opposto, almeno in termini di politiche economiche. Il PSI degli anni '80, infatti, invece di difendere i ceti popolari e i lavoratori, sarà la punta di lancia per l'attacco al movimento operaio, con il pretesto di "modernizzare" l'Italia. Un "modernismo" tutto all'insegna del risorgente capitalismo liberista.
Il PSI non solo attaccherà i lavoratori (si pensi, ad esempio, al taglio della scala mobile), ma sposterà verso destra il più grande sindacato, la CGIL, grazie alla componente "socialista" interna, e addirittura condizionerà lo stesso PCI, tramite la corrente migliorista (di Napolitano), vera e propria "quinta colonna" del PSI dentro il PCI.



Ricapitolando, negli anni '80 la sinistra italiana da una parte perde un pezzo, ossia, il PSI, passato armi e bagagli dalla parte della borghesia; dall'altra parte si indebolisce -soprattutto ideologicamente- il PCI, e in modo più accelerato dopo la morte, nel 1984, di Enrico Berlinguer; dall'altra parte ancora perde vigore il movimento operaio, a partire dalla CGIL.
Ma ben altre nubi si addensano all'orizzonte.

martedì 19 marzo 2013

Movimento 5 Stelle: giusta protesta, modo sbagliato

Non ci sono dubbi: il vero vincitore delle elezioni politiche di questo febbraio è stato il Movimento 5 Stelle.
L'enorme successo, superiore alle aspettative, dei "grillini" ha molte cause. Provo a dare una mia interpretazione di questo vero e proprio "boom".

Qualcuno ha detto -giustamente- che sono state complessivamente punite le forze che hanno sostenuto le politiche di austerità imposteci dall'Europa (delle banche) e portate avanti da Berlusconi prima, e, con maggior vigore, da Monti poi.
Ossia, il PD, il PdL e soprattutto la Lista Monti (non darei molta importanza al recupero finale del PdL; a me sembra assai più significativo il fatto che tale partito, in termini assoluti, ha perso quasi la metà dei voti, rispetto al 2008).
E' stato pure detto -anche qui giustamente- che Grillo ha preso sia voti di sinistra, che voti di destra.

Parto da queste due considerazioni per fare un tentativo di analisi. E' evidente che il M5S è riuscito a catalizzare il voto di una grossa fetta di quei settori sociali che hanno subito pesantemente negli ultimi anni gli effetti della crisi economica (connaturata al capitalismo), nonchè delle politiche di austerità e di tagli che l'Europa ci ha imposto, e che hanno peggiorato la situazione, senza peraltro risolvere il problema del debito pubblico.
Tali settori sociali sono la piccola-media borghesia, da una parte (negozi, aziende, laboratori artigianali, studi professionisti che chiudono) e ancora di più i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati, ossia, i ceti proletari, dall'altra.
Secondo alcuni sondaggi, sembra che siano stati proprio i disoccupati la categoria che ha votato maggiormente il M5S.

Il fotre e crescente malcontento, dovuto all'evidente peggioramento delle condizioni di vita, ha trovato -almeno per il momento- espressione politica nei "vaffanculo" di Beppe Grillo (oltre che nell'astensionismo).
Un malcontento sicuramente giusto e comprensibile. Ma, secondo me, diretto male.
Perchè penso questo?
Di motivi ce ne sono parecchi, ma tento di sintetizzarli e di sviscerarne quelli principali.

A dispetto dell'immagine che Grillo dà di sè, ossia, di un uomo deciso, determinato e con le idee molto chiare, il suo vero obiettivo in realtà non è affatto chiaro.
Certo, nei suoi discorsi ognuno ci può vedere delle cose giuste e condivisibili. Egli dice tutto e il contrario di tutto -qualche volta pure contraddicendosi- e quindi se ci si ferma alle singole frasi è praticamente impossibile non trovarne almeno una condivisibile.
Ma chi è in grado di dire che cosa poi il M5S riuscirà concretamente a fare?

Nei monologhi di Grillo c'è molta ambiguità: egli, ad esempio, fa spesso dei discorsi, nei quali sembra criticare alcuni aspetti del capitalismo. Ma poi, sorprendentemente, difende il modo di funzionamento di esso in altri paesi. Dunque, sembra anti-capitalista, ma non lo è affatto. E, allo stesso modo, non ha neanche mai messo in discussione le politiche liberiste.
A sentire lui, pare che i problemi dell'Italia si possano risolvere semplicemente togliendo qualche soldo al ceto politico (e ai partiti). Ossia, in termini di bilancio nazionale stiamo parlando di briciole.
Sull'impressionante livello di evasione fiscale, che vede l'Italia al primo posto in Europa e tra i primi nel mondo, Beppe Grillo non dice una parola.
E così non parla di patrimoniale, nè di far pagare le tasse anche alla Chiesa Cattolica.

Il comico genovese, inoltre, è contrario a ripristinare l'articolo 18, vuole tagliare le pensioni e l'impiego pubblico. Anche su questi argomenti, dunque, è perfettamente in linea con le grandi forze politiche (PD, PdL, Monti).

Un altro elemento che lascia molto perplessi nel Movimento 5 Stelle sta nel suo palese ultra-verticismo. D'altronde esso è un'associazione con tanto di intestatari (Beppe Grillo, il nipote e il commercialista) e le decisioni, alla fine, le prende lui. Sotto l'evidente influenza del miliardario Gianroberto Casaleggio, la vera mente del M5S.

Come se tutto ciò non bastasse, desta non poca preoccupazione l'intervento dell'ambasciatore degli Stati Uniti a Roma, David Thorne, nel quale ha esplicitamente elogiato il M5S.
Considerando quanta influenza hanno avuto gli USA sulla politica italiana dal dopoguerra ad oggi, la cosa dà veramente molto da riflettere.

Rimango dell'idea che in Italia vada costruita una forte opposizione alle politiche di austerità che ci impone l'Europa e alle politiche liberiste in genere, che stanno impoverendo gran parte degli italiani (e degli altri popoli europei). Ma deve essere un'opposizione SERIA e CHIARA.
La chiarezza non viene da chi urla più forte, nè dai "vaffanculo", bensì dalla linea politica e dall'ideologia (scusate la bestemmia) di fondo.

sabato 9 marzo 2013

Hugo Chàvez: l'emancipazione del Venezuela e del Sudamerica


Non sono ancora passate -al momento in cui scrivo- 72 ore dalla morte di Hugo Chàvez, che il Presidente del Venezuela è già entrato nel mondo della leggenda.
E a ben ragione: di persone eccezionali come lui non ne nascono spesso.

Il giudizio che da noi in Occidente -anche a "sinistra"- è stato dato su di lui è quello che sarebbe (stato) un semi-dittatore e populista.
Curioso, visto che Chàvez ha vinto per ben 4 volte le elezioni presidenziali venezuelane e questo in un contesto -merito tra l'altro proprio delle sue politiche- di forte incremento della partecipazione politica popolare (mentre da noi in Europa, viceversa, l'astensionismo è in continuo aumento).

E in effetti forse uno maggiori meriti di Chàvez e della Rivoluzione Bolivariana è quello di aver dato dignità e reso pienamente cittadini milioni di poveri un tempo emarginati, che vivevano nelle baraccopoli, in condizioni di miseria morale e materiale (la povertà è scesa dal 49 al 27% della popolazione).

Per stilare un elenco esaustivo di tutte le misure che, grazie a Chàvez, hanno contribuito a far uscire gran parte della popolazione dalla povertà e che hanno emancipato un paese -come il Venezuela- dalla storica condizione di forte subordinazione agli USA, non basterebbe un articolo come questo: dalle politiche di alfabetizzazione e istruzione di tutta la popolazione (anche quella finora esclusa), all'istituzione -grazie all'aiuto di medici cubani- di presidi sanitari nelle baraccopoli, alla costruzione di case popolari, alla creazione di cooperative che danno lavoro a tanti disoccupati, l'elenco è lunghissimo e troppe cose mi dimentico.

Ciò è potuto accadere, certo, grazie ai proventi del petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo, ma se prima di Chàvez questo enorme patrimonio andava ad arricchire solo le multinazionali americane e l'oligarchia venezuelana (quella ora anti-chavista), adesso serve per dare benessere, istruzione e sviluppo a tutto il popolo.

Ma una delle più grandi imprese che è riuscita a Chàvez è stata quella, per niente semplice -molti prima di lui hanno pagato con la vita per questo- di essersi scrollato di dosso il potente dominio degli USA.
E di essere stato da motore affinchè altri paesi, anche più grandi e determinanti, come il Brasile e l'Argentina, ma anche la Bolivia, l'Ecuador, e altri ancora si sganciassero da tale subordinazione. Realizzando così un'impresa, che solo fino a pochi anni fa sembrava impossibile: emancipare un intero continente (gran parte di esso) dalla secolare condizione di "cortile di casa" degli Stati Uniti.
Condizione che in passato ha portato a sfruttamento, colpi di Stato e dittature sanguinarie, nonchè politiche liberiste, che hanno portato impoverimento e bloccato lo sviluppo economico (lo stesso che sta ora accadendo in molti paesi europei).

Ma sorge legittima una domanda: di che cosa è morto Chàvez?
Di tumore, come si sa.
Non perchè uno voglia vedere per forza dei "complotti" dietro ogni cosa, ma il fatto strano è che negli anni recenti sono stati colpiti dallo stesso male tutti i presidenti sudamericani che hanno praticato una politica di allontanamento dal dominio americano. E soltanto quelli.
Ignacio Lula e Wilma Roussef in Brasile, Cristina Fernandez in Argentina, Fidel Castro a Cuba, Fernando Lugo in Paraguay.
Viceversa, a nessun presidente filo-americano è toccata sorte analoga.
Pura coincidenza?

Non sappiamo se la CIA stia adottando questo sistema per combattere tutti gli esponenti politici scomodi. Ma se questo fosse vero, non tengono presente un fatto: che dietro questi leaders ci sono dei popoli.
E dei popoli che hanno sofferto sulla propria pelle che cosa significa la suddittanza agli USA e alle politiche liberiste. E che ora che hanno iniziato un percorso di emancipazione non accetteranno così facilmente di ritornare ad una condizione servile e di miseria. Sarà con loro che gli Stati Uniti dovranno vedersela.

Un'ultima cosa: l'importanza di uno come Chàvez sta nel fatto che ha dimostrato che uscire dalle politiche liberiste SI PUO'.
E' un esempio anche per noi, che stiamo iniziando ad "assaporare" sempre più le delizie delle politiche liberiste, a suon di tagli ai servizi, alla sanità e alle pensioni, aumento della disoccupazione e della precarietà, e generale impoverimento della popolazione.